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DALL’INDIVISIBILITÀ IN POI



«Queste persone - ma lo stesso, per la verità, possiamo dire di chiunque - quando incontrano l'altra metà di se stesse da cui sono state separate, allora sono prese da una straordinaria emozione, colpite dal sentimento di amicizia che provano, dall'affinità con l'altra persona, se ne innamorano e non sanno più vivere senza di lei - per così dire - nemmeno un istante. E queste persone che passano la loro vita gli uni accanto agli altri, non saprebbero nemmeno dirti cosa s'aspettano l'uno dall'altro. Non è possibile pensare che si tratti solo delle gioie dell'amore: non possiamo immaginare che l'attrazione sessuale sia la sola ragione della loro felicità e la sola forza che li spinge a vivere fianco a fianco. C'è qualcos'altro: evidentemente la loro anima cerca nell'altro qualcosa che non sa esprimere, ma che intuisce con immediatezza». (Simposio, Platone).

 

 

Il mistero della vita, il suo inaccessibile abisso, da qualsiasi prospettiva lo si consideri, resta il vero non-senso che l’uomo non sa risolvere. Perché qualcosa invece che il nulla? Tutte le restanti questioni, la paura, il dolore, l’amore, persino la morte, non sono che emanazioni di quel grande vuoto in cui risuona, come un’eco senza fine, la voce solitaria dell’anima che cerca se stessa in un’altra anima. La risposta a questa sofferenza, a questa silente alienazione, al disperato desiderio di riconoscersi in qualcosa, l’individuo, con tutto il suo corpo e con tutta la sua mente, si volge all’altro, come all’unica via che lo riporti alla casa perduta. Ed è la connessione con i propri simili, e con il resto della realtà, come appare al suo spirito, a disegnare l’esistenza e a determinarne il suo fluire. Questa spinta, è un impulso che la persona umana avverte come tropismo per un’alterità che, al tempo stesso, è e altro da sé. Di questa energia, questa inesauribile volontà, che riguarda la materia e lo spirito, e di altro, si parlerà in questo lavoro.

Erving Polster introduce il tema di individualità e appartenenza, nel suo ultimo libro[1], definendolo «paradosso». La parola individuo deriva dal latino individuus – composta a sua volta dalle particelle in (non) e divisuus (divisibile, separabile). Individuo significa, quindi, ciò che non è scindibile e proprio per questo sacro e inviolabile nella sua irriducibilità. Questo aspetto costituisce la nostra ‘natura’ ed essa resiste alla divisibilità del resto. L’indivisibilità dell’io, in questa accezione, assume una portata ontologica ed etica. Ontologica perché si occupa dello statuto ontologico dell’essere umano, un ente che ha come struttura un “tutto” autosufficiente, di sostanza non frazionabile. Etica perché è su questa irriducibilità che si fonda la sacralità della persona, la cura[2] per l’essere e il suo benessere. La substantia dell’individuo, a cui Polster si riferisce, più che un paradosso, potremmo dire che è l’espressione antropomorfa delle strutture soggiacenti la sua struttura profonda[3]. Eppure - forse ecco il vero paradosso - dialetticamente, se siamo indivisibili, come individui, significa che un “qualcosa” può comunque renderci “divisibili”. Come individuo, resto unitario rispetto a quello che sente la mia anima, il mio spirito, la mia mente, come un tutto teso alla coerenza, un aggregato ontologico; questa coesione, però, diviene effettuale solo se mi permette di rimanere “diviso” rispetto all’esterno, all’altro da me. L’alterità è l’ambiente (esterno ed interno) che si percepisce come “altro”, ma che in determinati momenti dell’esistenza, può essere percepito come un “tutto esterno” o un “tutto interno”. Cerchiamo di spiegarci. Quando ad esempio il dolore, la profonda sofferenza entrano nelle nostre vite, il mondo interno tende alla disgregazione indotto dalla mancanza di senso e dall’angoscia. Il diniego, la proiezione, la scissione e l’annullamento sono le prime risposte della mente all’ineluttabilità del destino, al suo divenire innocente[4]. Grazie alla nostra tendenza alla coesione interiore, sempre attuale, al nostro nucleo creativo che catalizza magneticamente le parti più fluttuanti del sé, questo impulso verso l’esterno e alla disgregazione, si inverte divenendo ritorno all’appartenenza[5]. Movimenti in apparenza contrari, ma di fatto compresenti e energicamente equivalenti. Più si perde la capacità di riconoscersi come individui e meno si sente l’esigenza di far parte di un tutto; meno si osa il contatto autentico con noi stessi e più si smarrisce la via all’appartenenza. Queste sinergie, sono ciò a cui l’essere dell’essere umano è sottoposto fin dal suo concepimento: Essere-con, Essere-per, Esser-ci. Durante le trentasei settimane gestazionali, l’individuo sperimenta questo «poli-tropismo» dell’Io-tu-noi, che condizionerà la sua futura esistenza in toto.

Tornando al testo di Polster, l’autore ci parla, dell’indivisibilità anche come espressione delle nostre strutture fisiche e dei nostri correlati anomici. Robert Cloninger, ricercatore americano che si occupa anche di psicologia della personalità, ha perfezionato un reattivo psichico (TCI) in cui prevede la misurazione di un costrutto psicologico legato alla trascendenza. Egli afferma che alcune zone cerebrali specifiche, come quelle frontali e pre-frontali, si attivano quando l’individuo vive quel senso di beatitudine tipico dello stato di meditazione. A questo vissuto è associato un sentimento di appartenenza che si potrebbe definire l’esperienza del “quasi”. Cos’è “il quasi”? E’ uno stato che si sperimenta quando i nostri legami affettivi sono molto intensi. Questo tipo di relazione porta alla condivisione di sentimenti, emozioni, intuizioni “come se” l’altro fosse in perfetta sintonia o risonanza con noi. La teoria dell’indivisibilità, che riconduce inevitabilmente all’esperienza del sacro in relazione alla divinità, rappresenta proprio quel fascino che spinge gli individui a credere in qualcosa oltre se stessi, oltre le loro vite. Questo sentire comune, questo confine impalpabile tra sé e l’altro da sé, nella psicologia della Gestalt è definito come confine di contatto. Il confine di contatto è quella rima sottile che separa il tu dall’io, uno spazio psicologico, un campo esistenziale condiviso (Heidegger M.), in cui le due identità divise si uniscono idealmente creando un terzo fantasmatico ente: il noi. In questo prospettiva fenomenologica-esistenzialista, noi crediamo che «l’istinto di relazione» sia la «spinta» primigenia, il principio morale umano e, se l’omeòstasi[6] è il fine ultimo per la chimica, la relazione lo è per l’etica e la psicologia. Con quest’affermazione non intendiamo in alcun modo semplificare o sottovalutare l’imprevedibile, sofferto e a volte improponibile rapporto con l’altro anzi, siamo profondamente consapevoli della «folle» difficoltà che si avverte soltanto a pronunciare la parola «prossimo». Già in altre occasioni, abbiamo puntualizzato quanto la relazione sia misteriosa e difficilmente realizzabile. A riguardo, ricordando l’argomento principale del libro (le connessioni), desidereremmo approfondire questo concetto così delicato. Anche se l’individuo «è per la relazione»[7], essa non è, per così dire, da subito «disponibile»; si deve attivare «qualcosa» affinché si possa iniziare a costituire quello spazio condiviso di scambio. Noi crediamo che sia la co-volontà a «fondare» lo spazio relazionale. Proprio per questa ragione, il rapporto edificato sulla costrizione o sulla paura, non può definirsi relazione. Eppure, quanti rapporti si basano su aspetti più o meno disumananti, come il sadismo o il masochismo[8], in cui l’oggettivazione dell’altro è spesso in «figura»? A nostro parere, la relazione, che abbia un valore fondante, paideico, terapeutico, di «svelamento» del nostro statuto ontologico, deve necessariamente poggiare su strutture che non prescindano quelle caratteristiche, soltanto umane, come la volontà e la ragione[9]. Senza tali qualità, la relazione non può definirsi, attestandosi a semplice inter-azione, null’altro. Come affermano alcune correnti filosofiche[10], l’altro ci rimanda non solo la nostra immagine, ma quella di un qualcosa che è soltanto intuibile, una base comune, l’oltre uomo, il trascendente. La grande biforcazione nella Relazione, con la R maiuscola, forse sta proprio in questo: nel meta-rapporto interpersonale. Se l’altro non diviene l’Altro, la persona non potrà «arricchire» se stessa, non potrà aumentare il suo stato, poiché senza «un terzo assoluto che possa offrirsi come misura, inevitabilmente uno dei due interlocutori assumerà la funzione di misura, traducendo il discorso in termini di plagio»[11] Il tu, l’altro sono e restano comunque astruse aporie. Affermare che l’io senza l’altro da sé non possa realizzarsi, è in parte vero e in parte falso. Che dire allora di figli cresciuti in contesti famigliari che deprivano, violentano e disumanano? C’è l’altro e altro. Potremmo affermare che il cammino per la realizzazione del sé non passa attraverso la relazione ma tra nuances di relazioni, tutte fondate e condizionate da quella esperita originariamente. Come la materia, pur se in continua espansione, ha memoria del suo stato originario e tende ad esso, così il nostro essere, che vuole e attiva quel tipo di relazione esperito con la madre. L’altro diviene edificante se la motivazione intrinseca dell’io lo è. In un rapporto asimmetrico e delicatissimo, come ad esempio quello psicoterapeutico, quanto può divenire perverso questo meccanismo?

«Voi vi affollate attorno al prossimo e avete belle parole per questo vostro affollarvi. Ma io vi dico: il vostro amore del prossimo è il vostro cattivo amore per voi stessi».

(Così parlò Zarathustra, F. Nietzsche)

Alcuni autori, tra cui Kohut, Bowlby e Jaynes, affrontano con i loro schemi teorici, ciò che abbiamo appena accennato. Siamo perfettamente consapevoli che non si possa liquidare con poche righe il pensiero di questi grandi studiosi, ma è pur vero che, il testo in oggetto, non ha finalità storico-critiche circa le scienze psicologiche e che i presenti autori sono citati soltanto a titolo speculativo. Il riferimento ad Heinz Kohut è proposto per introdurre il concetto di unione primigenia, definendo con il termine oggetto-sé, l’introiezione dell’imago materna nella psiche del bambino. La relazione della diade è quindi rappresentata mentalmente, divenendo il simbolo dell’unione, dell’indivisibilità e dell’appartenenza al tempo stesso. Come già ampiamente discusso in un precedente lavoro, l’attribuzione di significato, transita dalla cosa in sé, alla cosa per l’altro per divenire la cosa per sé[12]. La relazione è sacra proprio per tale motivo: unisce, con l’attribuzione di significato, e perciò creando simboli, ciò che altrimenti rimarrebbe diviso e impensabile. Gli assunti di base (accoppiamento, attacco-fuga e dipendenza), gli elementi e le funzioni alfa e beta descritti da Wilfred Bion[13], contestualizzano perfettamente questo passaggio, tra ciò che non può neppure essere sognato e il significato della costruzione della realtà, che è poi la ricaduta delle cose in sé, trasformate in referenti. Grazie alla relazione costruttiva tra madre e bambino, attraverso la rêverie materna, simile a ciò che descriveva Melanie Klein con il meccanismo dell’identificazione proiettiva, la psiche del bambino acquisisce questa capacità trasformativa (Trasformazioni, Bion W., 1963). Bowlby, invece, introduce il concetto di stile di attaccamento. Questa teoria descrive come l’individuo, fin dai primissimi momenti della sua esistenza, sia influenzato dal suo ambiente e sviluppi successivamente, grazie all’interazione con la madre (o un’altra figura di riferimento), uno schema ben preciso e costante. Questo modello appreso, diverrà un prototipo per tutta la sua esistenza. Mary Salter Ainsworth ha evidenziato, grazie all’esperimento denominato la strange situation, quali e quanti tipi di stile di attaccamento, i bambini potevano sviluppare rispetto all’ambiente con cui venivano a contatto. In seguito, sono stati effettuati numerosissimi esperimenti per predire, attraverso studi longitudinali, un eventuale disturbo di personalità correlato a un particolare stile di attaccamento del bambino. Come si ricorderà, questo esperimento si sviluppa in otto episodi in cui lo sperimentatore osserva e descrive il tipo di forma di attaccamento-perdita utilizzata dal bambino.[14] 

Gli studi di Julian Jaynes si focalizzano maggiormente sul fenomeno legato alla comunicazione interemisferica. Secondo l’autore, quei fenomeni di allucinazione uditiva che molte persone riferivano  di aver vissuto in alcuni momenti della loro vita, non presentando alcun disturbo psicotico o schizofrenico erano determinati dalle proiezioni da un emisfero all’altro dell’encefalo.

Al di là di queste prospettive, uno dei contributi più significativi che la psicanalisi ha fornito all’uomo moderno, è quello di far luce sugli aspetti più oscuri della sua natura, teorizzando l’inconscio, per attribuire un significato antropologico alle sue azioni senza dover procrastinare il suo comportamento ad una qualsiasi divinità. Il senso di unione che può essere ricondotto al concetto d’inconscio collettivo, si esperisce nella vita quotidiana attraverso quello che Polster chiama riflesso dell’intimità. La perdita di persone care, di affetti o di legami significativi, vengono percepiti dall’individuo non solo come perdite psicologiche ma addirittura fisiche. Sperimentare il dramma sta a significare appunto la capacità, tutta umana, di sentirsi parte di un tutto, dipendente dal resto pur rimanendo se stessi. Si è soli ma nello stesso si in un tutto.

 

 


L’unità neurologica

Da dove nasce il bisogno dell’uomo a ricercare il proprio simile? In un’opera dal titolo “A General Theory of Love”, alcuni scienziati individuano nella regolazione del lobo limbico la fonte di ciò che viene definito l’influenza fisiologica reciproca. Lewis afferma, infatti, che chi vive la perdita di una persona cara, ad esempio il partner, smarrisce, con esso, una parte della sua attività neurale legata alle esperienze vissute con quella persona. Sulla scia di questi studi, Bentall, descrivendo le esperienze allucinatorie che un congruo numero di persone riferivano di avere avuto in un particolare momento della loro esistenza, attraverso le tecniche PET, focalizza i suoi esperimenti sul giro del cingolo anteriore destro; da questo esperimento, si è osservato che questa zona si attiva durante i fenomeni allucinatori. Altri autori (Szechtman, Woody, Bowers e Nahmias) hanno osservato che quest’area ha una particolare attivazione qualora la persona non immagina (ovvero ha un’allucinazione) di sentire una voce, ma sa di essere sotto imaging. Questa interessante scoperta, a ben riflettere, potrebbe gettare delle ombre sull’attendibilità di quella relativa ai neuroni specchio, fatta negli anni ’80-’90.  Ma questo sarà argomento di discussione per un altro lavoro. La tecnologia di imaging cerebrale ha evidenziato che il lobo parietale posteriore superiore avrebbe il compito di distinguere il sé diverso da sé. L’osservazione dell’attività di queste aree è stata fatta durante la meditazione di otto monaci buddisti. In questo caso è stata utilizzata una camera SPECT (tomografia computerizzata a emissione di fotoni singoli). Durante la meditazione, quando la distinzione tra sé e l’altro da sé si assottiglia, anche l’attività delle aree appena citate diminuisce. Un altro studio, molto interessante, è stato effettuato da Herbert Benson sull’attenzione mirata. Nel 1975, egli ha dimostrato che quest’attività, se stimolata dalla ripetizione di una sola parola, favorisce la guarigione. Per questo esercizio è necessaria la presenza di una persona che guidi sapientemente tale rituale.

In ultimo (per fortuna) c’è uno studio di D. J. Siegel (1999) che si occupa della risonanza degli stati mentali da persona a persona. Sembrerebbe che esista una risonanza interemisferica e un qualche imperativo biologico che fa “sviluppare” nella mente umana un sentimento di indivisibilità. A questi studi che dimostrano tutto e non dimostrano nulla, vorremmo rispondere con le parole di un grande filosofo fenomenologico: “La soggettività non può essere conosciuta da nessuna scienza oggettiva” (Husserl E.). Se ci fosse concesso, vorremmo aggiungere alcune riflessioni a riguardo. Studiare il nostro cingolo destro o il lobo prefrontale che si attivano o non si attivano, osservare con strumenti sempre più sofisticati e oggettivamente scientifici, cosa accade nel nostro cervello, mentre meditiamo, dormiamo, o siamo nell’estasi, cosa ci risolve? Dov’è il fascino, il brivido ontologico, il rapimento poetico? Tutto questo grande “interesse” per l’uomo, non è, forse, l’ulteriore dimostrazione che mal ci sopportiamo, che non ci amiamo. Si guarda dentro ai correlati anatomici, si scruta la zona limbica, l’ipotalamo, le aree associative sperando di trovare chissà quale risposta, chissà quale verità. L’ostinato accanimento che l’uomo esercita sull’uomo con sezioni, manipolazioni, tagli, osservazioni, sperimentazioni, lobotomizzazioni, può dimostrare molte cose, quasi tutto, tranne l’amore per se stesso. Ormai alcune scienze, piegate alla ragione strumentale e asservite alla tecnologia, sono risucchiate in un tempo centrifugo che tutto spiana; il moderno e il postmoderno hanno risposto, con quell’arroganza figlia dell’imperante ignoranza, alla legge kantiana del devo dunque posso con il prometeico[15] imperativo posso quindi devo. L’attivazione del cingolo, le disfunzioni dell’area Brodmann prefrontale 6 o 45 (da cui dipenderebbe la depressione), i correlati che si eccitano con i numeri 40, 44, 45 e l’insula (i celeberrimi neuro specchio) e le altre zone che “fremono” quando viviamo “certe” esperienze, sono oggettivamente osservate e confermate; niente da eccepire. Quindi? Un giorno, allora, potremo riprogrammare queste zone succulente per gestire o, meglio ancora, non provare più il dolore e svilire la sofferenza? Ben conosciamo la “perversione” che la dialettica reca in sé. Se fosse realmente questa l’intenzione, togliere la libertà all’uomo di provare ciò che per sua natura deve provare, allora Nietzsche ha ragione, nella genealogia della morale, a chiedersi: “A che scopo l’uomo?”

«Ci siamo sistemati un mondo in cui poter vivere - con l'ammettere corpi, linee, superfici, cause ed effetti, movimento e quiete, forma e contenuto; senza questi articoli di fede nessuno, oggi, sopporterebbe la vita! Ma con tutto ciò essi non sono ancora per nulla qualcosa di dimostrato. La vita non è un argomento: per le condizioni della vita ci potrebbe essere l'errore»[16]

 

 

 

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LE DIMENSIONI DELLA CONNESSIONE

«Abbi il coraggio di servirti del tuo proprio intelletto».

(Immanuel Kant, Risposta alla domanda: che cos'è l'Illuminismo?, 1784)

Riprendiamo in questo capitolo la nostra analisi circa i concetti di totalità e individualità. Questi due momenti distinti, ma co-presenti, attraverso un’armonizzazione dinamica, una ricerca perpetua d’equilibrio, una mesotes[17] emotivo - spirituale, delineano i flessibili confini tra l’ambiente e l’uomo, tracciandone un’area virtualmente condivisa. Questo eterno fluire, un passaggio continuo tra essere e divenire, potenza e atto, rappresenta l’energia con cui l’uomo si muove e si relaziona all’interno del campo vitale. Per Polster, la connessione, ha la funzione di pacificare le manifestazioni tra totalità e l’individualità che altrimenti parrebbero discordanti. Secondo l’autore quando la connessione tra individuazione e appartenenza avviene in modo fluido, senza altre pressioni dell’ambiente, l’individuo può sperimentare maggiormente il suo senso interiore di persona umana che trascende se stessa, per mezzo della sua stessa esistenza. Martin Heidegger, a riguardo, afferma: “Ad ogni pensante è assegnata sempre e soltanto una via, la sua: nelle cui tracce egli deve sempre vagare, per attenersi infine a essa come alla propria via, la quale però mai gli appartiene”. Uno degli scopi della terapia gestaltica, è quello di reintegrare la frammentazione di parti alienate della persona in un insieme coerente e coeso. Le polarità del sé, che in alcune patologie sono rimosse, alterate o addirittura negate, con la funzione della connessione, vengono riprese e unite tra loro come una trama. Questo processo di riappropriazione di “frammenti” del sé (disconosciuti), come la tessitura di una stoffa, è lento e faticoso e niente affatto spontaneo. Le connessioni che contemporaneamente agiscono nell’individuo, definendo la sua totalità, vengono suddivise da Polster, per descrivere analiticamente i nostri processi psichici superiori, in quattro dimensioni: momento dopo momento, evento dopo evento, da persona a persona e tra self e self.


Connessione momento dopo momento

«Negare la successione temporale, negare l’io, negare l’universo astronomico, sono disperazioni apparenti e consolazioni segrete. Il nostro destino non è spaventoso perché irreale; è spaventoso perché irreversibile e di ferro. Il tempo è la sostanza di cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina, ed io sono il fiume; è una tigre che mi sbrana, ed io sono la tigre; è un fuoco che mi divora, ed io sono il fuoco. Il mondo, disgraziatamente, è reale; io, disgraziatamente, sono Borges».

(Nuova confutazione del tempo, J. L. Borges)

Secondo Polster, una delle esperienze più significative che l’individuo esperisce e che sfugge continuamente alla sua consapevolezza, è lo scorrere del tempo. Non accorgersi del suo fluire continuo e inarrestabile, eccetto in alcuni istanti della giornata, in cui particolari avvenimenti ci costringono a farlo, non è un’inquietudine nuova. Orazio, nelle sue Odi e epodi, appassionatamente esorta Leuconoe a cogliere l’attimo, senza preoccuparsi del domani, Seneca scrive a Lucilio che ciò che è veramente nostro, è il tempo, e Martin Heidegger descrive il suo incedere, come un insieme di eventi che modellano e ampliano gli altri eventi in una successione irreversibile, e che definiscono l’essere per la morte. Sant’Agostino, nelle Confessioni, spinge il problema metafisico fino a chiedersi, se l’animo stesso sia il tempo, affermando che “io misuro il sentirmi nell’esistenza presente, non le cose che passano affinché esso sorga. E’ il mio sentirmi che misuro, quando misuro il tempo”. In qualche modo il continuum di consapevolezza[18] definito nella Terapia della Gestalt, tende a chiarire, concretamente, come questo sentire interiore ed esteriore si sviluppi. Perls sottolinea come gli individui che seguono la propria consapevolezza, si muovono in un percorso organicamente determinato, in cui ogni momento influenza quello successivo.

Per avere una prospettiva più ampia sull’argomento delle connessioni, ci sembra coerente approfondire il concetto di tempo e spazio, spingendoci, attraverso un percorso diverso, tra dicotomie apparenti quali: totalità e individualità, dentro e fuori, appartenenza e differenziazione, l’io e il tu.

Innanzi tutto: quando è nato il tempo e cosa rappresenta la sua irreversibilità? Il tempo ha una barriera che ad oggi non può essere oltrepassata: 10-43 secondi. Questa è definita l’era di Planck, descritta da una formula matematica, scoperta dallo scienziato tedesco Max Planck nel 1900. Essa determina nella materia, a livello microscopico, la prima quantizzazione di grandezze come l'energia, la quantità di moto e il momento angolare di una particella. Grazie alla costante denominata h, possiamo risalire alle originarie dimensioni dell’universo e alla sua età. Come si diceva, 10-43 secondi fa, appena prima della grande esplosione, tutto quello che oggi osserviamo, le galassie, i pianeti, la terra, le case, gli alberi ed ogni cosa, tutto questo era contenuto in una sfera di 10-33 centimetri, ovvero miliardi di miliardi di miliardi più piccola del nucleo di un atomo. Il nucleo dell’atomo è così piccolo che se ingrandissimo un oggetto, ad esempio un cellulare, fino a farlo divenire grande come il nostro pianeta, gli atomi che lo compongono avrebbero le dimensioni di una ciliegia. Per comprendere visivamente ciò che stiamo descrivendo, possiamo aggiungere che lo scarto che sussiste tra una particella atomica e una mela è, in proporzione, molto più grande di quello che separa la stessa mela dall’universo osservabile. Queste sono le dimensioni e le distanze che intercorrono tra le particelle e le sub-particelle che ci formano. E poi c’è la questione dello spazio vuoto. Si pensi che se potessimo ingrandire il nucleo dell’atomo fino a farlo diventare una capocchia di spillo, l’elettrone che gli gira intorno, traccerebbe un’orbita che passerebbe per la Spagna, la Germania, la Grecia e il nord Africa. La materia che compone la realtà che osserviamo è, quindi, in gran parte fatta di vuoto. Eppure, anche tra queste distanze immense, questi tratti inimmaginabili, la materia si parla e si cerca. Una scoperta certamente nota a tutti, fatta da Léon Foucault nel 1851 (l’esperimento del pendolo rivelando l’esistenza del Grande Attrattore), e che non descriveremo per ovvie ragioni, ci rivela che la natura è un insieme indivisibile in cui tutto è connesso: la totalità dell’universo sembra presente in ogni luogo e in ogni tempo[19]. In atri termini, mentre solevo la mia mano per scrivere, l’universo mette in moto infiniti equilibri. Altri esperimenti quantistici, ci rivelano che la materia si determina, sceglie e in un certo qual modo ha una coscienza. Per concludere questo brevissimo viaggio nella fisica quantistica, descriveremo un ultimo esperimento proprio in riferimento alle connessioni. Nel 1982 il fisico francese Alain Aspect, osservò un’inspiegabile correlazione tra due fotoni che si allontanavano l’uno dall’altro. Ogni qualvolta uno dei due cambiava polarità, anche l’altro, a distanza di miliardi di chilometri, subiva la stessa alterazione. Questo fatto, tanto misterioso quanto affascinate (se vogliamo persino romantico), ad oggi ha soltanto un’interpretazione, quella di Niels Borh. Il fisico danese l’ha definito «l’inseparabilità dell’esperienza quantistica», ovvero le particelle pur se separate da distanze abissali, fanno parte di una totalità, e si comportano di conseguenza. Il micro e macrocosmo di cui siamo composti e a cui partecipiamo, ha come unica e sola funzione quella comunicativa, che sia energia, interazione, interferenza, forza, vibrazione o quant’altro, la natura si scambia continuamente dati[20], poiché la più piccola parte di un tutto, costituisce il tutto. Proprio per tale ragione, e con altre valenze etiche, la persona umana rappresenta contemporaneamente se stesso (individuo) e il tutto (comunità). Questo preambolo ci è stato utile per rafforzare le nostre convinzioni circa l’importanza delle connessioni e quindi della relazione. La connessione momento dopo momento, ad esempio, traccia la sequenza terapeutica, riproducendo quanto esposto sopra, attraverso il suo continuum di consapevolezza. La modalità, inizialmente più lenta dello psicoterapeuta, dà lo spazio necessario al paziente per avviare i suoi pensieri, e con l’attenzione focalizzata, questo processo diviene sempre più puntuale ed efficace. Le sequenze serrate sono certamente il metodo più semplice e al tempo stesso più sicuro per il lavoro in terapia. Con questo approccio, l’individuo percepisce la direzionalità data dalla connessione da momento dopo momento, riorganizzando i sui pensieri in una concatenazione tra esperienza ed esperienza. Attraverso questo lavoro, si giunge ad una fluidità nella narrazione delle esperienze vissute.

 

«Credo che l’universo sia un messaggio formulato in un codice segreto, un codice cosmico, e che il compito dell’uomo di scienza consista nel decifrare questo codice».

(Heinz Pagels).


DA EVENTO DOPO EVENTO

 

Il passaggio dalla dimensione momento dopo momento, a quella da evento dopo evento, appare naturalmente consequenziale, poiché senza la concatenazione degli eventi tra loro, il nostro tempo non potrebbe assumere quella forma che poi diviene la nostra storia esistenziale, il nostro personalissimo romanzo. Anche questo processo, che a prima vista può sembrare naturale e spontaneo, richiede la capacità di organizzare i pensieri in sequenze logiche congruenti e coerenti tra loro, per essere condivise e raccontate. I romanzi, le novelle, le poesie, le fiabe, la musica ne sono alcuni esempi. Anche la psicanalisi, con le sue caratteristiche peculiari, rientra tra queste, ma certamente la forma più frequente in cui possiamo rintracciare la suddetta dimensione è la normale conversazione. Proprio per tale ragione le Life Focus Communities  offrirebbero moltissime opportunità per raccontare le proprie storie, grazie ad un clima sereno e al tempo stesso di grande concentrazione. Il bisogno (anche biologico) di dare una forma coerente a ciò che esperiamo, ben si coniuga con le modalità espressive che la narrazione di qualsiasi tipo può rappresentare. Questo processo che si esplica attraverso la costruzione di trame, con l’attribuzione di un titolo, nelle Life Focus Communities assume una connotazione diversa rispetto a quella che si può sperimentare durante una seduta di psicoterapia classica. In un contesto a due, lo psicoterapeuta è guidato, grazie alla sua sensibilità, o come dice Polster dal suo naso raffinato, a seguire le tracce e le parti della storia mancante, per completare, insieme al paziente, l’intera narrazione. Nel gruppo, il racconto di una storia assume immediatamente una valenza diversa, in quanto la persona che spontaneamente decide di narrare una propria esperienza, sente che la sua unicità fa parte di un tutto, dell’intera comunità. Spesso i sentimenti vissuti e successivamente espressi da coloro i quali hanno fatto tali esperienze sono quelli di vivacità e autoaffermazione. Sempre più si va consolidando la convinzione, che le esperienze di questo tipo (comunitarie), vissute in contesti e condizioni sicure, abbiano un potere costruttivo per la persona. Lo scopo delle narrazioni nelle Life Focus e quello di raccontare le storie come sono senza giudizi o interpretazioni. Le narrazioni possono avere una funzione terapeutica soprattutto se rapportate al dolore. Molto spesso quando facciamo un’esperienza carica di sofferenza, la nostra mente automaticamente per difendersi si concentra su quell’evento escludendo tutto il resto. Le storie, il racconto di quegli avvenimenti, possono in qualche modo allargare la prospettiva, la visuale di chi in quel momento è troppo concentrato a focalizzare i suoi aspetti negativi. In questo modo, la persona lentamente diviene consapevole dalla sua capacità di cogliere in determinate esperienze, anche dolorosissime, quegli elementi positivi in grado di ristrutturare l’intera esperienza. Come afferma saggiamente Polster, rivivere attraverso un racconto un’esperienza significa che quell’evento era degno di essere vissuto.


CONNESSIONE DA PERSONA A PERSONA

«Come potrei trattenerla in me,

la mia anima, che la tua non sfiori;

come levarla, oltre te, ed altre cose?

Ah, potessi nasconderla in un angolo

perduto della tenebra, un estraneo

rifugio silenzioso che non seguiti

a vibrare se vibri il tuo profondo.

Ma tutto quello che ci tocca, te

e me, insieme ci prende come un arco

che da due corde un suono solo rende.

Su quale strumento siamo tesi, e quale

violinista ci tiene nella mano?

O dolce canto».

(Nuove Poesie, R. M. Rilke)

La connessione da persona a persona rappresenta l’esperienza del noi. Questo argomento, già trattato nei capitoli precedenti, viene nuovamente esaminato per evidenziare come, la sicurezza personale, secondo l’autore, possa incrementare il senso di appartenenza e la connessione tra le persone. Il confine di contatto, come già detto, è uno spazio psicologico, esistenziale, determinato dall’incontro tra sé e l’altro da sé. In quel punto di confine, secondo Polster, il contatto è sempre attivo. Facciamo questa esperienza continuamente, in qualsiasi istante della nostra esistenza. La stessa relazione è un’elaborazione di questa connessione tra le persone. Il contatto “ordinario” è la fonte per la costruzione della nostra personalità, che si determina dai primi momenti della nostra esistenza. Anche durante la relazione terapeutica, possiamo osservare come si attua tale questo processo e quali meccanismi può innescare. Ad esempio, seguendo l’approccio psicanalitico Freudiano, con il contatto, il terapeuta può osservare quel fenomeno denominato transfert. Infatti, ascoltando i racconti dei pazienti, si comprende come il contatto distorto con le figure di riferimento, può produrre comportamenti, difese, atteggiamenti stereotipati che durante la seduta vengono attribuiti al terapeuta. In questo spazio, in cui tale materiale psichico viene espresso, il terapeuta insieme al paziente inizia il suo lavoro di analisi e di elaborazione simbolica interpretativa. Questo modo di amplificare le esperienze, da parte della psicanalisi, è completamente diverso da quello della psicologia della Gestalt. Essa affronta queste distorsioni nel qui-e-ora della relazione, sottolineando e descrivendo le esperienze che in quel determinato set e in quel momento il paziente sta esperendo. Attraverso questo processo di amplificazione, comunque rischioso poiché si offre a manipolazioni più o meno coscienti, il contatto viene intensificato, raggiungendo livelli più alti del normale. Per questa ragione, l’aspetto etico, nel rapporto duale, deve essere sempre tenuto nella massima considerazione. Nelle Life Focus si potrebbe pensare ad introdurre quelle arti in grado di potenziare o esaltare il livello di amplificazione comunicativa tra i gruppi. Sappiamo quanto l’arte sia capace di allargare i confini della nostra mente, dei nostri giudizi, rendendoci più flessibili e sensibili al resto del mondo. In questo contesto, ognuno avrebbe lo spazio, il tempo e la propria specialità da condividere con tutto il gruppo, in un’esperienza di individuazione ed appartenenza. L’ultimo aspetto interessante che viene trattato in questo capitolo, è quello relativo alla sincronicità nelle relazioni. Cosa si intende con questo termine? Molto spesso alcuni eventi delle nostre storie coincidono a quelle vissute dagli altri. Questo campo comune, questa somiglianza, o la sensazione di percepire le stesse sensazioni nello stesso tempo, fa sì che tale esperienza assuma una valenza fondante. Si vive così quel senso di appartenenza e individuazione che già  altre volte, in questo scritto, abbiamo esposto.


CONNESSIONE TRA SELF E SELF

 

L’ultima dimensione descritta nel presente libro è quella tra self e self. Questa funzione della psiche umana, per Polster, si fonda sul concetto di anima e di inconscio. Da una parte esso è connesso al lirismo e all’umanità dell’anima, dall’altro è congiunto con l’inconscio e ai suoi moti. Il self, nel testo di Polster, viene diviso in essenza personale e summa. Per summa si intende la globalità degli eventi, con tutta la loro ricchezza, che compongono la vita. La summa, a sua volta, è strutturata da più strati che sono i vari self che di volta in volta emergono in figura (reale, vero, nucleare, grandioso, ecc.). A queste descrizioni generiche, Polster ne aggiunge alcune più specifiche che divengono identificabili, quando grappoli di esperienze si fondono tra loro. A quest’ultime è possibile attribuirgli un nome contestualizzando in questo modo l’esperienza del self. Ad esempio: c’è il self artistico, quello razionale, quello ambizioso e così via. I self sono la rappresentazione psichica di tutti gli avvenimenti e attraverso un’analisi psicologica, fenomenologica e descrittiva, ci permettono di intuire quali siano le modalità con cui gli individui si percepiscono. I self sono dunque identità multiforme, antropomorfiche, originate dai diversi aspetti della persona a cui l’attribuzione di un nome, di cui sopra, li trasforma in identità descrittive simboliche.

Durante la narrazione di esperienze, la persona è in grado di identificare e nominare quale sia il tipo di self attivato per quella specifica esperienza. Oltre ai self sopra descritti, esistono anche quelli Essenziali (fissati originariamente e che costituiscono la struttura dell’individuo) e quelli denominati da Polster (Polster, 1995) Membri[21], più flessibili e modificabili. Nella terapia della Gestalt, la visione bifase, ovvero il dialogo tra le polarità del , si rivela spesso molto efficace, in quanto la persona può confrontarsi con le sue parti disconosciute, o non accettate, per rielaborarle e possibilmente integrarle. Questo è uno degli obbiettivi principali della Psicoterapia della Gestalt, ovvero riconnettere le immagini sedimentate (del sé) con le esperienze attuali. Il self, senza dubbio, ha un aspetto elusivo e difficilmente inquadrabile, proprio perché non è possibile una conoscenza in sé di questa dimensione. L’attuale introspezione psicologica ha un limite oltre il quale non gli è concesso andare; per fare ciò dovrebbe divenire psicologia della rêverie, ma questo lo rimandiamo a riflessioni future.

 

POSTFAZIONE

«Un giorno esisterà la fanciulla e la donna, il cui nome non significherà più soltanto un contrapposto al maschile, ma qualcosa per sé, qualcosa per cui non si penserà a completamento e confine, ma solo a vita reale: l’umanità femminile. Questo progresso trasformerà l’esperienza dell’amore, che ora è piena d’amore, la muterà dal fondo, la riplasmerà in una relazione da essere umano a essere umano, non più da maschio a femmina. E questo più umano amore somiglierà a quello che noi faticosamente prepariamo, all’amore che in questo consiste, che due solitudini si custodiscano, delimitino e salutino a vicenda».

(Da “Lettere ad un giovane poeta”, Rainer Maria Rilke)

 

«Ogni regione dello spazio, per quanto piccola, fino al semplice fotone, contiene la configurazione dell’insieme; quello che accade sul nostro minuscolo pianeta è dettato da tutte le gerarchie delle strutture dell’universo».

(Grinka Bogdanov)

 

Descrivendo i fenomeni della natura (micro e macro), in un viaggio tra distanze apparentemente incolmabili, che separano gli elementi di cui noi stessi siamo formati, abbiamo intuito come lo spazio e il tempo non siano concetti apofantici ma rappresentino, insieme all’essere che li abita, delle nuances. La nostalgia dell’anima, in un inquieto, perenne divenire, costituisce l’energia indifferenziata che spinge l’essere all’espansione, nella ricerca di una primitiva unione. Questo campo psicofisiontologico, sembra originarsi da una ricerca nel futuro di qualcosa perduto per sempre nel passato. L’intero cosmo muove verso un disordine che è la sua conclusione. L’eccezione della vita procede nel senso opposto, e il nostro corpo reca in sé la volontà di entrambi che, inconcepibilmente, inseguono la stessa promessa. La storia dell’universo, la storia dell’umanità, la nostra personalissima storia, sembra essere quella di un’estrema solitudine dispersa in un’immensa moltitudine. Quando, sconosciuti persino a noi stessi, incrociamo per le vie del mondo lo sguardo dell’altro, intuiamo che ciò che ci divide e ci unisce sono proprio la paura e l’amore. Nonostante un’unione a priori, la stessa origine, il destino della materia è quello di proiettarsi oltre, in spazi così impensabili che la mente, per non annichilirsi, deve distogliere lo sguardo. La difficoltà dell’intelletto, che si percepisce parte di un tutto connesso con il tutto delle parti, nasce dall’impossibilità del linguaggio di costruire similitudini adeguate per descrivere l’emozione dell’universalità. Non esiste espressione che possa spiegare la vita, poiché essa è, contemporaneamente, tutte le analogie del mondo. All’uomo rimane così l’immaginazione, quello sciabordio della materia soggiacente che diviene idea, visione dello spirito e tenue sospiro dell’anima. Siamo sul terreno della rêverie, della fantasia che gioca con le idee, ispirata dalla memoria della materia e delle sue rappresentazioni. Eppure, cercare di ritornare ai primissimi istanti dei nostri bagliori immaginativi, ci è precluso. I nostri pensieri non ci appartengono ed è per questo che la comunicazione si presenta come un’aporia: da un lato testimonia la natura sociale dell’uomo, del suo desiderio alla partecipazione, dall’altro, la condivisione, paradossalmente, gli sottrae qualcosa di indefinibilmente prezioso. La grandezza, il piacere di cui accenniamo, è quella del pensiero astratto, della fluorescenza che scivola dalla chimica allo spirito, in uno stato di compiutezza, talmente fuggevole, che soltanto la meditazione lambisce. Crediamo che il problema di non poter descrivere minimamente i nostri stati mentali (e in parte quelli emotivi), così come sgorghino da un altrove indefinibile, potrebbe essere il problema per eccellenza della morale. Se non è possibile condividere quest’attività, così necessaria all’uomo, ovvero la generazione delle utopie, e goderne attraverso la convivenza, quale etica ci spetta? E ancora: l’individuo, se vuole completarsi, deve continuamente mediare la sua realtà interiore con quella dei suoi simili e seguire il suo pensiero al di là d’ogni costrizione fisica e mentale, che inevitabilmente, il sociale gli impone col vivere comune. Ma se la comunità chiede all’uomo di rinunciare ad una parte di sé vitalissima, la convivenza è morale? Nonostante tali dubbi, in questo periodo in cui la globalizzazione, l’omogeneizzazione tendono ad annullare i limiti e i confini tra le persone, in nome del liberalismo economico, culturale e politico, non possiamo non chiederci, quando ancora se ne abbia la volontà, il coraggio e il tempo, cosa sia una relazione e su cosa si poggia il rapporto interpersonale. La forza che tuttora ci permette di distinguerci da “un tutto uguale a tutto”, da immagini che non rimandano che immagini, senza più simboli o significati, dalla disillusione dell’individuo occidentale, è sempre e soltanto la magia del pensiero, l’amore per la conoscenza, l’originalità dei nostri sogni. La crisi finanziaria ha aggiunto alla schiera di tutti i disperati, coloro i quali prima, almeno dal punto di vista economico, non lo erano affatto. Quante iniziative, libri, simposi, convegni, conferenze e meeting si sono e si stanno organizzando per far fronte a questo dissesto? A ben guardare, ciò che muove l’uomo a fare è, più di ogni cosa, ancora l’avere. La drammaticità è nel comprendere, dopo aver circumnavigato l’essere, tra spirito e materia, come la prospettiva legata al benessere o al valore dell’esistenza, appena entrano in gioco i beni materiali, si restringa di colpo. Relazione, empatia, felicità, sofferenza, inquietudine dell’anima, in un istante, evaporano di fronte al bisogno quotidiano dell’organico. Nelle solide insicurezze e nelle paure liquide, in un presente sclerotizzato, il desiderio di rêverie si piega ad altre volontà, ad altre debolezze. Siamo sempre più persuasi, che l’essere, la chimica della nuance, attraverso il suo inesauribile istinto d’espansione, la speranza del sogno primordiale, possa oltrepassare la grande solitudine che altrimenti cancellerebbe ogni cosa. Eppure, alla luce di quanto detto, sentiamo ancora che il dubbio più grande non sia stato risolto. Non siamo ancora in grado di affermare se l’individuo si sia evoluto e trasformato per la comunità, o l’altro, il tu, sia soltanto un mezzo per arrivare al suo proprio centro, alla sua umanazione, ovvero al perfezionamento dell’Ego? Perché il viaggio tra materia e spirito si conclude con la nascita dell’uomo e come mai il miraggio pristino della materia si traduce, attraverso enne passaggi, in allucinazioni, immagini, sogni, elementi comunicabili e, infine, nel linguaggio e in tutte le strutture antropomorfe osservabili?

Entrambe le domande ci conducono, forse, alla medesima risposta: perché questa forma è la più bella possibile. L’uomo, e la realtà che egli stesso costruisce, modifica, comunica, osserva e desidera sono tutto quello che, ragionevolmente, la natura poteva realizzare. L’immaginazione dell’uomo, che crea forme, è la stessa della materia che ricorda l’appartenenza perduta. Concludiamo questo brevissimo percorso, ponendoci le ultime domande: per quale motivo l’unione pristina, a cui l’universo, fino a quel momento, era stato destinato, è stata “tradita” dalla grande esplosione? Cosa ha determinato la rottura di quell’equilibrio primordiale? Ammesso che il compito del cosmo sia quello di espandersi, come fa ora, per quale ragione, agli albori, esso era un unico nucleo indistinto, un’unica mela?

«Come il pensiero guida l’essere verso la sua destina­zione, così il desiderio di legame con l’altro, lo riconduce alla ge­nesi, alla sua prima dimora. Quando, in quello spazio, il confine tra le due volontà di­viene contatto, l’anima inizia a sognare»

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

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[1] Polster E. (2007), Psicoterapia del quotidiano. Migliorare la vita della persona e della comunità. Ed Erickson, Trento.

[2] Heidegger M., (1970), Essere e Tempo, Milano, Longanesi, 2003.

[3] Su questa affermazione torneremo più tardi, quando ci soffermeremo sul concetto di tempo e di spazio in relazione al nostro statuto ontologico.

[4] AA.VV., (1999), Friedrich Nietzsche, L’innocenza del divenire, Antologia dai frammenti postumi 1869-1888, Milano, Rusconi.

[5] Si sottintende uno stato non patologico

[6] Omeòstasi (meno com. omeostàṡi) s. f. [comp. di omeo- e -stasi]. – In biologia, l'attitudine propria degli organismi viventi, siano essi cellule, individui singoli o comunità, a mantenere in stato di equilibrio le proprie caratteristiche al   variare delle condizioni esterne: essendo il vivente un sistema aperto, il mantenimento delle condizioni interne è   effettuato da meccanismi automatici (dispositivi omeostatici) che regolano il flusso continuo di materiali ed energia attraverso il sistema stesso: ne è un esempio la capacità, propria dei mammiferi e degli uccelli, di mantenere la temperatura corporea ottimale al variare della temperatura esterna e della quantità di calore prodotto nei processi del metabolismo (omeotermia). Il concetto è stato esteso, nell'ambito della cibernetica, a sistemi di qualunque natura che siano in grado di autoregolarsi (omeostati).

[7] Lévinas E., Dio, la morte e il tempo, Milano, Jaka Book, 2003.

[8] Sartre J. P., (1943), Essere e Nulla, Milano, Net, 2002.

[9] Aristotele, (2000), Etica Nicomachea, a cura di C. Mazzarelli, Milano, Bompiani.

[10] Il pensiero centrato sulla persona e sulla relazione, ha origine dai grandi pensatori classici (Socrate, Aristotele, Platone, Epicuro ecc.), ed è ripreso con forza da correnti filosofiche come l’Esistenzialismo, la Filosofia della comunicazione, la Filosofia dell’incontro, il Dialogismo e la Pneumatologia, che fanno parte del così detto neus Denken, il nuovo pensiero.

[11] Ducci E., Essere e Comunicare, p. 149.

[12] Vygotskij L. S., (1934), Pensiero e Linguaggio, Firenze, Giunti – Barbera, 1980.

[13] Bion W., (1972), Apprendere dall’esperienza, Roma, Armando Editore, 20039.

[14] Gli stili di attaccamento sono: Sicuro (B), insicuro Evitante (A) e insicuro Ambivalente (C). Successivamente è stata definita una quarta categoria, denominata Disorganizzato/Disorientato, nella quale è stato possibile includere i bambini che non mostravano attaccamento di tipo A, B o C.

[15] Jonas H., (1997), Tecnica, medicina ed etica, Torino, Einaudi.

[16] Nietzsche F., La Gaia scienza, p. 159.

[17] Aristotele, (2000), Etica Nicomachea, a cura di C. Mazzarelli, Milano, Bompiani.

[18] L’esercizio della consapevolezza, è uno strumento a disposizione del terapeuta della Gestalt per monitorare se stesso e l’interazione terapeutica oltre che un obbiettivo ideale a cui tende tale terapia. Attraverso un continuum, si evidenzia dove l’attenzione tende a soffermarsi, in quali situazioni si interrompe il contatto e quali parti dell’esperienza vengono tralasciate. Questo processo è utile per comprendere quali livelli percettivi vengono privilegiati, quanto l’attenzione segue le sensazioni fisiche, le percezioni, le emozioni, i pensieri, l’immaginazione, e quanto la persona sia in contatto con il proprio vissut