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Essere e Disordine

Ordine e Paideia

 

 

“Se non sei per te stesso, chi sarà per te?

Se sei per te stesso soltanto, che cosa sei?

Se non ora, quando?”

(Detto Talmudico)

 

Venerdì.

Le piogge dei giorni scorsi hanno ingrossato il fiume; seduto sull’argine del Tevere, giù all’isola Tiberina, quasi posso sfiorare il suo andare con la mano. C’è il sole, il vento, l’impeto della corrente e come sempre ci sono io. Dolcemente il fiume e la sua voce mi entrano nella testa e subito le immagini divengono altre. In uno scenario così armonico il disordine viene dal mio essere. L’origine di tutta questa forza, la potenza che in  un attimo mi accomuna ad essa e mi estranea, da dove viene? C’è un qualcosa che può connaturarmi a questo movimento straordinario? Connaturarmi….per capire qualcosa decido di partire da lì.

Ora è il fiume a far da sfondo; ho preso ad osservarmi le mani, e più in profondità la pelle. Minuscoli solchi che a mosaico la scolpiscono. Al di là non posso andare.

Ogni conoscenza ha il suo muro. Penso alla fisica teorica che per tutto il secolo scorso s’è spinta dove solo la filosofia ha osato con le sue intuizioni.

L’atomo, come si sa, non è certamente indivisibile ma l’unità che esprime, rende la realtà derivazione di un tutto indifferenziato. Tra me e quel legno inanimato che ora vedo scivolare verso ponte Quattro Capi c’è una genesi diversa? La Scienza mi assicura che posso pensare, immaginare e sentirmi unico solo perché le strutture di cui sono fatto si aggregano in legami (atomici, chimici, biologici, organici) più complessi di quel comune legno, ma la madre che ci ha partorito è la stessa. Guardo quel tronco e mi sento ancora più solo. Non so dove questi pensieri vogliano condurmi, ma li sento sempre più trascinanti come la corrente del fiume.

Li ascolto con attenzione, in silenzio e capisco che vengono dall’io a me straniero, dall’alieno che da sempre mi accompagna. Una relazione che purtroppo non svela chi sono.

La nostra origine è posta nel desiderio e nelle storie di altri venuti prima di noi. Siamo l’insieme di tutte quelle vite, di sentimenti e pensieri, consegnati al presente da un tempo ormai estinto. La nostra base comune, il sottosuolo sconosciuto, con cui l’altro diviene riconoscibile e decifriamo noi stessi, si è sedimentata su cripte di pensieri indicibili e impensabili. Riconsidero ora concetti di Filosofia appena ieri ascoltati, e le parole Λόγος e l’“Λογος si riaffacciano alla mente; Tommaso forse sosterrebbe che sono le due ali di uno stesso volo, chissà. Dualismi continui che da sempre mi assillano; Apollo e Dionisio, L’Io e L’Es, la volontà e intelletto, potenza e atto e tra gli altri l’atomo e il suo elettrone, uniti e divisi da dinamismi (centrifughi e centripeti) a me così familiari.

Momenti in cui non capisco se sia un’azione o un’attrazione quello che mi conduce verso il mio ignoto divenire, misterioso quanto l’originario ritornare.

Sono certamente alla ricerca di quel pensiero che possa sedare l’angoscia profonda del vivere, braccandolo come fosse l’ultimo giorno di caccia sopra il mio Perquod. Capitano Achab: nessun arpione potrà mai dissanguare l’universo.

Chissà se Albert Camus cercasse proprio il padre nel suo ultimo libro, o se fosse la smania di svelare l’origine del proprio pensiero ad incendiare la sua vita.

Mi sento percosso da mille sussulti e mi accorgo che sono in viaggio, con la malinconia di non avere portato nessuno con me. Questi tratti così intensi, profondamente intimi sono percorribili insieme? Le parole possono tradurre i nostri sentimenti più profondi o scivolare via prendendo a vivere autonomamente? Il nostro fratello straniero ci parla raramente e quando lo fa può renderci folli. Barriere, difese che arginano il dolore e allo stesso tempo ci preservano dal vero piacere. E così l’anima s’immiserisce. Non è facile vivere. Fuori, una realtà da subito terrificante, dentro fantasmi molte volte persecutori.

L’ordine si perde nel perenne divenire. Questa è l’entropia. Il progresso, attraente facciata di terrificanti ossari, lo dimostra continuamente. L’uomo da sempre distrugge in nome di valori assoluti.

Aristotele, genio etico, come si fa a parlare al nostro “Λογος ?

La severità sull’agire umano nasce forse dalla scarsa comprensione che abbiamo dell’uomo stesso. Per superare quest’uomo dovremmo capire in profondità il suo disordine e non tentare di abbellirlo con maschere troppo umane. Gettato nel vivere, aggrappato all’evoluzione, limitato nell’intelletto e nel tempo, punito da arcaiche colpe, in balia di percezione allucinatorie di perfezione, vive nell’attesa di un’improbabile ricompensa. Ricompensa per cosa poi? Di aver vissuto senza capire nulla? Di non aver trovato un significato al proprio Essere? Il paradosso rischia di annichilirmi. Immaginiamoci Sisifo felice, per non morire dell’assurdo; cerchiamo la bellezza e creiamo l’arte, per non guardarci dentro. Eppure la bellezza non può essere solo l’espressione di proiezioni, identificazioni e scissioni. Ciò che vogliamo o non vogliamo non può essere sempre il frutto di una #briw ereditata. Mi piacerebbe togliere al giudizio quella parte artificiale che condiziona il nostro sentire; un poeta diceva: “Eravamo nell’età verginale in cui le nubi non sono cifre o sigle ma le belle sorelle che si guardano viaggiare”. L’abitudine non deve inaridirci. Volontà e intelletto portatori di laceranti verità. Eppure, nonostante tutto, ciò che chiediamo è vivere, possibilmente felici, persino nell’assurdo.

Chiediamo proprio questo: che l’assurdo non ci tolga l’aria, che tutto non finisca in follia. La continua ricerca, il colloquio e la sincera convivenza però possono salvarci. In questo momento in cui mi sento prigioniero di me stesso (quale migliore carceriere) ci vorrebbe qualcuno, sicuramente un amico, capace di aprire la porta, per una nuova via; chissà perché ho il bisogno dell’amicizia soprattutto nei momenti felici? Fare del bene è forse portare all’altro il piacere più che rimuovere il dolore. Mi sono sempre chiesto perché ci vengono dati pesi di cui spesso non comprendiamo il significato? Possiamo quindi, con naturalezza, condividere questi fardelli con un amico? Ma cosa significa condividere? Il mio peso sulle spalle dell’amico peserà, e continuerà a farlo sulle mie, senza diminuire di un grammo. Cristo nel giardino degli Ulivi bevve da solo l’amaro calice, e altrettanto solo salì al Golgota. Ogni Sisifo ha il suo macigno e ogni Socrate la sua cicuta. Nessuno può cavarci questi pesi da dentro come fossero denti. Ciò che l’uomo può fare è vivere in armonia col mondo, affinare felicemente la sua anima secondo virtù, così da alleggerire i suoi carichi fino a non soffrirne più. Gaia scienza, diceva qualcuno. Pensavo a questa parola: virtù. Nell’era virtuale, il fittizio fa il verso alle attività dell’anima in via d’estinzione.

La mia anima mi sta parlando, ed io, incoscientemente tento di capire ; GnÇyi seautñn, aderire al tempo per rinnegarne il domani perché “dum loquimur fugerit invida aetas”. Il tempo fugge, è vero, ma con ogni probabilità fra un anno sarò ancora qui a domandarmi chi sono, e aver vissuto nel hic et nunc non mi avrà certamente slargato l’anima.

Ricordarsi, onestamente, che siamo fatti di dimenticanze e reminiscenze, di un’oscura genesi e di un’ignota fine. Tragici limiti e in quel tratto l’uomo, straniero a sé stesso: per raggiungere la felicità lungo la mesόthς bisogna divenire acrobati. 

Acrobati, allenati fin da piccoli, con genitori pronti e sensibili ad ogni vibrazione dell’anima, nella perfetta rêverie, retti nell’animo e nelle passioni, saggi, filosofi, psicologi e paideici. Ahi ahi. E chi di noi non avrà avuto queste opportunità? Le storture potranno essere raddrizzate? Quale sarà il farmaco per guarire le ferite dell’anima? La potenza sbilenca potrà comunque essere tradotta in atto ôryòw?

Non perdiamo il coraggio, estrema virtù umana, e andiamo oltre, trascinati da una volontà libera e indifferenziata.

Oggi la mia mente mi ha condotto su un sentiero irripetibile, e la durezza affascinante dell’esistere è proprio nell’irreversibilità di questo errare. Domande che non necessitano di risposte poiché nel senso si annulla la forza della vita.

Adesso sento di essere in armonia con la realtà osservata vicino al fiume, e con quello che ho da sempre nella mia mente. Questi mondi devono comprendersi per trovare un giusto compromesso (mesόthς) e per attuarmi felice.

La serenità viene dal capire che non è necessario stravolgere l’ordine delle cose per sentirsi essente; l’uomo lascia il suo segno più profondo quando ha trascorso la propria vita con naturalezza, come quel grande albero sul limite dell’isola. L‹ye biÅsaw,  nessuno si accorga che sei vissuto. Respiro forte e il mio agire interiore sembra quietarsi. Mi sento così distante eppure sono ancora qui, seduto, fermo. I miei atomi però, a pensarci bene, non si sono mai fermati.

E’ una voce a me cara a farmi ritornare dal pensiero; mio figlio, che ha cinque anni; cantando felice, è finito vestito in un laghetto formato dal fiume.

“Ma cosa hai nella testa?” gli dico sorridendo.

E lui, indicandomi il fiume che per l’impeto ora copre le nostre voci, mi urla: “Solo questo papà, solo questo”.

E il viaggio può ricominciare.