La fenomenologia dell'ansia secondo il metodo della Gestalt 

Introduzione

 

Ànsia s. f. [dal lat. tardo anxia, der. di anxius «ansioso»]. – 1. Stato di agitazione, di forte apprensione, dovuto a timore, incertezza, attesa di qualcosa.

Ànsio agg. [dal lat. anxius, der. del tema di angĕre «stringere, soffocare»]. – 1. letter. Ansioso, angosciato, tormentato.

Angòscia s. f. [lat. angŭstia: v. angustia] (pl. -sce). – 1. Respiro affannoso. 2. Stato di ansia e di sofferenza intensa che affligge l’animo per una situazione reale o immaginaria, accompagnato spesso da disturbi fisici e psichici di varia natura: dare, provocare a.; trascorrere ore d’a.; stare in a..

Paura s. f. [rifacimento, col suff. -ura, del lat. pavor -oris «timore, paura», der. di pavere «aver paura»]. 1 – a. Stato emotivo consistente in un senso di insicurezza, di smarrimento e di ansia di fronte a un pericolo reale o immaginario o dinanzi a cosa o a fatto che sia o si creda dannoso: più o meno intenso secondo le persone e le circostanze, assume il carattere di un turbamento forte e improvviso, che si manifesta anche con reazioni fisiche, quando il pericolo si presenti inaspettato, colga di sorpresa o comunque appaia imminente.[1]

fobìa [dal gr. -ϕοβία, dal tema di ϕοβέομαι «temere»]. – Secondo elemento di nomi composti derivati dal greco o formati modernamente (come idrofobia, agorafobia, claustrofobia, ecc.), che significa paura, avversione, ripugnanza, spesso morbosa, verso persone o cose.

fobìa s. f.– In psichiatria, disturbo psichico consistente in una paura angosciosa destata da una determinata situazione, dalla vista di un oggetto o da una semplice rappresentazione mentale, che pur essendo riconosciuta come irragionevole non può essere dominata e obbliga a un comportamento, inteso, di solito, a evitare o a mascherare la situazione paventata;

pànico agg. e s. m. [dal lat. panĭcus, gr. πανικός (e come sost. πανικόν), der. del nome del dio Πάν, Pan] (pl. m. -ci). – 1. agg. a. Di Pan, relativo a Pan, che nella mitologia greca era il dio delle montagne e della vita agreste, patrono del riposo meridiano; in particolare, era detto timor panico, terrore panico quel timore misterioso e indefinibile che gli antichi ritenevano cagionato dalla presenza del dio Pan.

Nel linguaggio comune, soprattutto nelle lingue neolatine, come descritto sopra, i termini paura, ansia e angoscia descrivono espressioni emotive e fisiche simili, ma non identiche.

E’ essenziale, quindi, sia da un punto di vista fenomenologico che clinico, chiarire e fare distinzione fra le diverse emozioni che possono, talvolta, presentarsi anche contemporaneamente.

 

La fenomenologia dell’ansia

 

 

L'ansia è un eccitamento fisiologico dell’organismo, più leggero della paura, ma più costante. Provare ansia significa sentirsi continuamente all'erta, ingigantire il valore dei fatti, vivere le situazioni con una intensità emotiva assillante e discordante con la realtà, essere troppo vulnerabili per rispondere in modo opportuno agli stimoli e alle pressioni ambientali.

Frederick Perls, per descrivere l’ansia utilizzava il termine qui-e-allora, proprio per evidenziare la sua proprietà anticipatoria.

Eppure, l’ansia, come lo stress, può dimostrarsi vantaggiosa ad un certo grado e durata; anche mantenendo un carattere spiacevole per il soggetto, produce delle modificazioni cognitive positive quali un aumento della velocità associativa, della velocità di apprendimento e della capacità di formare giudizi validi sulla realtà (ansia strutturante) aumentando significativamente il grado di autostima della persona.

Quando, invece, i livelli di stress che causano l’ansia aumentano, la velocità associativa diminuisce fino a bloccarsi e il campo di coscienza si restringe fino a comprendere un solo tema (monoideismo), rendendo impossibile ogni rapporto del soggetto ansioso con l’ambiente esterno e interno (ansia destrutturante). La vita affettiva del soggetto ansioso risulta quasi sempre ridotta, irrigidita o deformata. Per Sigmund Freud, in alcune situazioni, il soggetto viene a essere sottoposto ad una serie di stimoli, esterni o interni, che non riesce a padroneggiare, e l’impotenza psichica e fisica che ne deriva determina una grave crisi di angoscia (automatische Angst); quando poi si producono situazioni, direttamente o indirettamente collegate alle prime situazioni ansiogene, la coscienza del soggetto avverte di nuovo ansia, ma in forma attenuata (Angstsignal), tale però da determinare una reazione di allarme e, conseguentemente, comportamenti atti a eludere il pericolo. Le situazioni traumatiche che hanno prodotto crisi di ansia sono soggette alla rimozione, rendendo impossibile comprendere e fronteggiare le situazioni nuove, sempre più numerose, in cui l’ansia viene riattivata a causa di collegamenti associativi inconsci. Interessante, per il nostro studio sui disturbi d’ansia, è la distinzione tra le ossessioni e le fobie operata da Freud: “Ossessioni e fobie sono nevrosi distinte […] Nelle ossessioni si trovano due costituenti:un’idea che s’impone di forza al paziente; uno stato emotivo concomitante; nelle fobie questo stato emotivo è sempre l’angoscia[2], mentre nell’ossessione si possono avere, con la stessa frequenza dell’angoscia, altri stati emotivi come il dubbio, il rimorso o l’ira [3].

Sempre in Ossessioni e fobie (1895), con una grande intuizione, distingue “un gruppo di ossessioni intense che altro non sono che ricordi, immagini inalterate di avvenimenti importanti […] Ossessioni e fobie del genere che potrebbero essere definite traumatiche[4] Questo tipo di eventi descritti da Freud più di un secolo fa, infatti, costituiscono uno dei sintomi principali per la diagnosi di Disturbo Post-Traumatico da stress del DSM-IV-TR.

Tornando alla nostra esposizione, L’angoscia è uno stato doloroso dilagante e persistente; quest’emozione intensa di dolore e insicurezza, è alimentata dalla sensazione di ineluttabilità, immutabilità e tristezza che toglie l’orizzonte di senso alla propria vita ed ha un’elevata componente somatica.

La paura, rispetto ai due vissuti appena descritti, si distingue per la presenza o meno di un pericolo reale o fantasmatico, ovvero di un referente.

L’insorgenza di stati d’ansia implica un processo che può essere descritto partendo da una prima classificazione tra:

 

  • stimoli esterni (situazioni stressanti);
  • stimoli interni (pensieri, ricordi, emozioni o conflitti).

 

Questi stimoli interpretati dal nostro livello cognitivo come minacciosi, provocano stati d’ansia. Una volta che lo stato d’ansia è insorto, la sua intensità e persistenza dipendono da una serie di fattori come:

 

  1. predisposizione individuale all’ansia;
  2. esperienze precedenti nel confrontarsi con stimoli dello stesso genere e dalla stessa intensità;
  3. durata degli stimoli interni ed esterni.

 

In chiave dinamica, in questo processo sono implicati alcuni meccanismi di difesa come: la conversione somatica dell’ansia, che connette lo stato psicologico e quello somatico. Secondo la prospettiva della Gestalt, tale meccanismo, può essere ricondotto alla modalità di interruzione al contatto della retroflessione.

Lo stress (o meglio il distress) produce quindi uno stato di tensione non tollerabile nel corpo. Generalmente la tensione tende a scomparire quando lo stress è eliminato. Le tensioni, tuttavia, persistono anche dopo la scomparsa dello stress che le ha provocate come, ad esempio, l’atteggiamento corporeo o assetto muscolare, cronicizzandosi.

I sintomi riguardanti il livello corporeo dei Disturbi d’Ansia possono essere così descritte:

  1. Sintomi cardiovascolari: tachicardia, palpitazioni, extrasistolia, aritmia, dolore o fastidio al petto, ipertensione o cali di pressione, svenimento;
  2. Sintomi respiratori: dispnea, sensazione di soffocamento, sensazione di nodo alla gola, asma;
  3. Sintomi gastrointestinali: nausea, gastrite, reflusso gastroesofageo, diarrea, sindrome del colon irritabile;
  4. Sintomi neuromuscolari: sensazione di sbandamento (gambe traballanti), tremore, rigidità, parestesie (sensazione di torpore e formicolio), contratture, tensione muscolare, debolezza e affaticabilità;
  5. Sintomi neurologici: vertigini, sensazione di “testa vuota” o leggera, sensazione di sbandamento, tremore e vampate di calore;
  6. Sintomi dermatologici: orticaria, rossore o pallore del volto, iperidrosi (eccessiva sudorazione), psoriasi;
  7. Sintomi urinari: impulso improvviso ad urinare, aumento della frequenza dell’orinazione.

L’elenco proposto non è certamente esaustivo, in quanto la manifestazione corporea dell’ansia è multiforme e varia notevolmente da persona a persona;inoltre, è stato osservato che uno stato di ansia costante espone al rischio di insorgenza o peggioramento di molte patologie psicosomatiche, come l’asma e l’ulcera duodenale.

Tra le numerose descrizioni e suddivisioni delle manifestazioni dell’ansia, c’è anche quella che le distingue in due tipi: l’ansia-tratto e l’ansia-stato.

L’ansia-tratto è una caratteristica relativamente stabile della personalità, un atteggiamento comportamentale che riflette la modalità con cui il soggetto tende a percepire come pericolosi o minacciosi stimoli e situazioni ambientali. I soggetti con ansia-tratto più elevata mostrano una reattività maggiore ad un numero maggiore di stimoli: questi soggetti hanno maggiore probabilità di presentare ansia-stato anche in circostanze a basso "potenziale ansiogeno" o di sperimentare livelli più elevati di ansia-stato a parità di stimoli.

L’ansia-stato può essere definita come un’interruzione del continuum emozionale; si esprime attraverso una sensazione soggettiva di tensione, apprensione, nervosismo, inquietudine, ed è associata ad attivazione del sistema nervoso autonomo.

 

La fenomenologia dell’Attacco di Panico.

 

Con Attacco di Panico si intende un periodo delimitato di intensa paura o disagio, in assenza di un reale pericolo, caratterizzato dai seguenti sintomi somatici o cognitivi:

“palpitazioni, sudorazioni, tremori fini o ad ampie scosse, sensazioni di dispnea o di soffocamento, sensazione di asfissia, dolore o oppressione al petto, nausea o disturbi addominali, vertigini o sensazione di testa leggera, derealizzazione o depersonalizzazione, paura di perdere il controllo o di "impazzire", paura di morire, parestesie, brividi o vampate di calore. L’inizio dell’attacco è improvviso, raggiunge l’apice in circa 10 minuti, ed è generalmente accompagnato da un senso di pericolo, di catastrofe imminente, e dall’urgenza di allontanarsi. Raramente l’attacco dura più di 30 minuti. L’ansia dell’attacco di panico si caratterizza per essere parossistica e generalmente molto grave. Se i sintomi sono meno di 4, ma sono soddisfatti gli altri criteri, si parla di "attacchi paucisintomatici".[5]

Coloro che hanno attacchi di panico inaspettati descrivono, di solito, una paura molto intensa, accompagnata dal pensiero di essere in procinto di morire, di potere perdere il controllo, di avere un infarto o un ictus, di "impazzire", il tutto associato al desiderio impellente di fuggire dal luogo in cui si sta manifestando l’attacco. Gli attacchi di panico inaspettati, con il ripetersi nel tempo, causati dalla (o sensibili alla) situazione, anche se possono persistere attacchi inaspettati.

Il panico è un fenomeno di confine che ha una funzione protettiva per l'organismo nelle situazioni di estremo pericolo ambientale. Accade quando il soggetto è sottoposto ad una improvvisa, incombente e grave minaccia e non può ne fuggire ne opporsi efficacemente al pericolo.

È una risposta a stress estremi quali il pericolo di morte, la tortura, un cataclisma, una notizia gravissima (questo è ciò che si verifica ad esempio nel disturbo post traumatico da stress).

L'attacco di panico è un'esperienza di panico in una situazione in cui non vi è la minaccia ambientale concreta, estrema e presente, ne è il riemergere del ricordo di un'esperienza traumatica. È un episodio di ansia acuta senza sostegno: l'organismo si sente solo ad affrontare un pericolo percepito come estremo di fronte al quale si avverte inadeguato.

L'eccitazione è così intensa, incontenibile e senza sostegno che il soggetto avverte il pericolo di morte.

Nell'attacco di panico, quindi, ciò che crea l'esperienza è lo scarto improvviso tra eccitazione e sostegno: l'eccitazione cresce ma non c'è un adeguato sostegno interno ed esterno.

Così come l'ansia anche il panico può emergere in ogni punto della curva del ciclo di contatto. L'ansia emerge quando non c'è un buon sostegno e, questa sensazione di instabilità, viene evitata interrompendo il contatto con l’ambiente.

La terapia è il luogo in cui poter avere il sostegno adeguato, che consente di sostenere l'ansia legata al non poter attuare l'interruzione abituale.

Ciò che accade nell'attacco di panico è l'improvvisa perdita del ground: ciò a cui sentiamo abitualmente di appartenere e che da sempre ci appartiene.

Nell'attacco di panico ciò che interrompe l'intenzionalità di contatto non è un ostacolo improvviso che impedisce di procedere; si tratta, invece, del precipitare di ciò che ci sostiene comunemente, in modo implicito, non problematico, in una parola: il ground.

Quando lo sfondo si frantuma, il sé impegnato nella ricerca di contatto, si trova sospeso, la figura è senza sfondo, il senso/l'eccitazione/l'azione non possono essere sostenute e nasce il vissuto di pericolo estremo, di morte imminente.

È lo sfondo che di colpo crolla: l'intervento di sostegno immediato è proprio quello di riconnettere l'organismo al ground (appoggiare i piedi per terra, sedersi, respirare a fondo, fornire aria fresca, fare spazio, dare tempo, ricondurre a luoghi o persone familiari).

La caratteristica fondamentale che caratterizza un attacco di panico è quello della rivoluzione della dinamica figura/sfondo: lo sfondo diventa improvvisamente figura proprio perché sta crollando; la figura che si stava delineando durante il contatto, velocemente si dissolve.

Dopo il primo attacco di panico, la paura che il ground possa crollare nuovamente, fa sì che quell’emozione resti fissamente in figura con ciò che normalmente è invece sfondo, e anche, quindi, i contatti naturali e acquisiti restano figura (“sto respirando bene?”, “sto ragionando correttamente?”).

Per chi soffre di attacchi di panico è importante tener presente che sono necessari sostegni diversi nelle diverse interruzioni di contatto. L'attacco di panico può manifestarsi proprio quando è impossibile, improvvisamente, attuare l'interruzione di contatto abituale, e quando nel campo manca un sostegno adeguato.

 

Pazienti con stile retroflessivo.

Il tema della controllabilità dell'ambiente sembra centrale nei soggetti con stile retroflessivo, mentre può essere molto varia la situazione a cui la persona teme di esporsi. Comunemente, vi è l'intensa paura di star male fisicamente. È importante sottolineare che nell'ansia di questi soggetti c'è il timore di poter contare su qualcun altro per essere soccorsi in caso di bisogno, ma in primo luogo c'è la percezione del corpo come altro da sé e fuori dal proprio controllo. Infatti il panico si scatena non quando non c'è l'aiuto, ma quando il soggetto avverte qualcosa di insolito fra le sue sensazioni corporee, avverte il pericolo di non poter controllare le conseguenze e poi teme di doversi affidare a qualcuno. Spesso il corpo è già un ambiente alieno.

Controtransfert spesso il terapeuta ha la sensazione di possedere il nutrimento di cui l'altro ha bisogno ma per lui questa è un'esperienza inconcepibile. Ciò che può sostenere il terapeuta è la consapevolezza che per il paziente vederlo come ambiente di cui potersi fidare è un punto di arrivo e non di partenza.

 

Pazienti con stile proiettivo.

Il clima nel quale è cresciuto è caratterizzato da una significativa aggressività e potenziale distruttività materna, non direttamente rivolta verso di lui, ma piuttosto sospesa nell'aria,”come se in casa ci fosse l'aria carica di elettricità che si sente prima che scoppi il temporale”. Il paziente non ha potuto esprimere la propria energia in questa atmosfera e ha reagito creativamente proiettando la propria aggressività fuori di sé. Tuttavia non attribuisce l'aggressività alla madre ma al mondo esterno alla famiglia, un mondo fantasticato e rigido, pericoloso e fisso, senza sfumature perché questo mondo non deriva dalla sua diretta esperienza nel mondo, ma dalla proiezione fantastica.

Questi elementi sono coerenti col fatto che i soggetti con questo stile hanno cominciato a soffrire di disturbi d'ansia e di panico sin dall'adolescenza, dal momento cioè, in cui hanno cominciato ad uscire nel mondo in situazioni non protette dall'ambito familiare.

Nel percorso terapeutico con questi pazienti molta attenzione viene dedicata prima alla consapevolezza e poi alla regolazione dell'aggressività nella relazione. Un altro fondamentale punto di lavoro è sostenere la percezione della complessità del mondo, delle sue sfumature, della sua ricchezza e varietà solitamente impoverita da stereotipi.

 

Pazienti con stile introiettivo

In essi l'attacco di panico si caratterizza per la presenza dell'esperienza del crollo del senso delle cose della vita e per la maggior presenza di depressione dell'umore rispetto agli altri gruppi con stili di interruzione diversi. Vi è comorbilità tra depressione e attacchi di panico ma potrebbe esserci un rapporto più stretto tra I due disturbi proprio quando lo stile è quello introiettivo.

Infatti quando viene meno la protezione dell'introiezione e non c'è un contatto adeguatamente sostenuto, emerge un vissuto di desolazione e di perdita di senso che è caratteristico proprio dell'esperienza depressiva.

 

Pazienti con stile confluente

In essi la sintomatologia è poco definibile, sfumata e variegata: oltre ad alcuni attacchi di panico che rispondono chiaramente ai criteri diagnostici vi è un continuum di disturbi psicosomatici (es. sintomi gastrointestinali, cefalee, astenie, disturbi neurovegetativi e del sonno, dispnee).

In questi pazienti l'attacco di panico si verifica quando si delinea improvvisamente un confine laddove vi era una assenza di linee di demarcazione del sé e questo avviene senza il sostegno sufficiente e adeguato.

L'attacco di panico come sintomo si inscrive e assume significato in riferimento alla fase del ciclo di vita del paziente.

L'insorgenza è tra l'adolescenza e I 35 anni, fase di vita caratterizzata dal progressivo distacco dalla famiglia d'origine e dall'acquisizione di una maggiore indipendenza.

Per consentire questa separazione la famiglia d'origine dovrebbe essere ground stabile  (la casa con la sua presenza affettiva e continuità spazio-temporale) e flessibile (consentendo di destrutturare la precedente appartenenza ed elaborarne una nuova). L'ambiente nuovo, ciò che è fuori dalla famiglia d'origine, dovrebbe essere il luogo in cui trovare altri punti di riferimento rispetto ai quali collocarsi, nuove appartenenze consistenti rispetto alle quali identificarsi e dalle quali differenziarsi.

Il soggetto che soffre di attacchi di panico è sospeso tra appartenenze passate che non sostengono più e appartenenze future che non sostengono ancora.

È probabile che l'attacco di panico insorga proprio quando l'autonomia del soggetto cresce più di quanto cresca il sostegno dato dalle appartenenze.

L'insorgenza del disturbo di attacchi di panico coincide spesso con un cambiamento sognificativo all'interno delle proprie appartenenze. Questo può avvenire secondo due modalità: può verificarsi una perdita indipendentemente dall'intenzionalità del soggetto; oppure è la persona che evolutivamente si separa da appartenenze acquisite.

L'insorgenza del disturbo comporta molto spesso una improvvisa e significativa diminuzione dell'indipendenza che il paziente vive in modo frustrante, come una regressione. Può inoltre essere confuso dalla contraddizione tra la tensione all'autonomia e il bisogno di aiuto in terapia. Spesso si incontrano introietti che spingono verso l'autosufficienza, è importante che in questa fase il terapeuta abbia ben presente che la crescita dell'autonomia del paziente non significa che questi acquisisca una maggiore indipendenza in assoluto, ma piuttosto che si trova in un percorso in cui sta destrutturando le appartenenze acquisite e ne sta costruendo di nuove.

Spingere precocemente il paziente verso l'autonomia è collusivo con un tratto narcisistico che spesso contribuisce al perdurare del problema.

Se per il paziente è in figura la perdita di autonomia e fa ogni sforzo per riconquistarla, senza riuscirci, il terapeuta deve portare in figura la fragilità delle appartenenze (ovvero lo sfondo). Mentre il paziente è preoccupato per il nuovo legame che la terapia comporta, il terapeuta sa che l'autonomia sarà il risultato spontaneo della costruzione di una sana appartenenza, consistente e flessibile.

L'autonomia si nutre dell'appartenenza e non è in opposizione all'appartenere; appartenenza e autonomia non sono più rappresentabili come polarità opposte su un continuum, ma piuttosto come assi cartesiani che si intersecano e che aprono quattro quadranti in cui vi sono varie combinazioni dei due elementi.

L'autonomia è la figura su uno sfondo di appartenenze.

Il movimento verso l'autonomia sollecita un tema centrale nel lavoro con il paziente con attacchi di panico, il tema della solitudine.

Questo tema è spesso lo sfondo su cui si staglia la figura della paura di morire che emerge in modo sconvolgente nell'attacco di panico. È un terrore che non si calma attraverso rassicurazioni di tipo medico ma attraverso il lavoro sul tema della solitudine che sta più o meno rigidamente sullo sfondo.

Diagnosi e terapia degli stati ansiosi secondo la Gestalt Psicosociale®

Stile relazionale e tipo di attaccamento

 

Tali patologie, oltre a causare dolore fisico, disturbano la salute emotiva riducendo l’energia di un individuo e, quindi, la sua espressione. La Gestalt Psicosociale propone un modello complessificante (riassunta in uno schema sotto proposto) ed olistico per quello che riguarda la diagnosi e la terapia delle psicopatologie.

Curare esclusivamente un aspetto della persona o identificare una parte di essa come la causa del problema, vorrebbe dire negare una parte importante della persona. La terapia della Gestalt Psicosociale considera ogni sintomo parte di un tutto, includendo sia gli aspetti somatici che quelli psicologici. A questo riguardo, essa considera la salute e la malattia come parti interconnesse dell’esistenza umana, rappresentando per il terapeuta gestaltico, “due polarità che coesistono e si strutturano, in primo piano e nello sfondo, a seconda dell’identificazione del momento”.[1]

Ogni sintomo psicologico è parte di un sistema più ampio (il criterio olistico della gestalt) includente l’espressione fisica di quel problema, ad esempio: una tensione muscolare, un certo modo di atteggiare il corpo o inibizioni della respirazione. Allo stesso modo, ogni sintomo somatico, quale una tensione cronica o una distorsione posturale, è una espressione di una totalità più ampia che include un problema psicologico, ed è parte dell’espressione di quest’ultimo. Lo scopo della Gestalt è di far scoprire alla persona la sua propria “forma", il suo modello e la sua interezza, attraverso l’integrazione di tutte le parti della persona con un’attenzione particolare agli aspetti corporei.

La Gestalt considera il sintomo come un adattamento creativo, qualcosa di funzionale alla persona, che lo ha strutturato, e non un elemento perturbatore da eliminare ad ogni costo.

L’ottica evoluzionista della Gestalt è proprio questa: il sintomo rappresenta il miglior adattamento possibile che un organismo è stato in grado di produrre per relazionarsi al suo ambiente. Come si ricorderà, per valutare i Modelli Operativi Interni dell’adulto fu messa a punto da Mary Main una procedura chiamata Adult Attachment Interview. Secondo tale metodo, lo Stile Distanziante (assimilabile allo stile Insicuro-Evitante della Ainsworth) evidenzierebbe un modello di Sé positivo e dell’Altro negativo, con un alta fiducia in se stesso senza interessarsi del giudizio degli altri anche se pensa di essere considerato arrogante, furbo, critico, serio e riservato. Il modello negativo che ha dell’altro lo porta a dare l’impressione di non apprezzare molto le altre persone apparendo, talvolta, cinico o eccessivamente critico. Svaluta l’importanza delle relazioni e sottolinea l’importanza dell’indipendenza, della libertà e dell’affermazione. Le sue relazioni di coppia sono caratterizzate dalla mancanza dell’intimità, tendendo a non mostrare affetto nelle relazioni. Preferisce evitare i conflitti e si sente rapidamente intrappolato o annoiato dalla relazione. Per molti studiosi, questo stile di attaccamento determinerebbe il futuro sviluppo del Disturbo Ossessivo-Compulsivo di Personalità. Ciò che la Gestalt Psicosociale cerca di comprendere è se quell’adattamento, nel momento storico presente, è ancora utile. Attraverso l’osservazione fenomenologica, riflettere se durante il flusso del ciclo di contatto e di relazione esiste un blocco. L’obiettivo della terapia, quindi, non sarà quello di ridurre o addirittura eliminare il disturbo, ma comprendere lo script attuato, modificarne la staticità, ristabilendo un’armonia tra la dinamica figura sfondo. Ad esempio, un importante strumento utilizzato nel trattamento dell’ansia è la focalizzazione del qui-e-ora. Noi sappiamo che la persona che soffre d’ansia è orientata al futuro, un futuro che viene percepito come catastrofico. Il continuum di consapevolezza porta in figura le sensazioni, i sentimenti, le idee formando nuove gestalt, riattivando il ciclo di contatto. Inoltre, la focalizzazione nel presente evita l’interruzione al contatto dell’ansioso interrompendo le proiezioni nel futuro. L’attenzione al presente non significa esasperazione del qui-e-ora escludendo il passato e il futuro nel campo relazionale, ma attenzione focalizzata ed intenzionale delle esperienze che nel presente conservano un autentico significato.

Il processo di continuum di consapevolezza si fonda su l’utilizzo di domande come:

  • Cosa fa o come lo fa?
  • Cosa sente?
  • Cosa vuole?
  • Cosa evita? Come lo evita?
  • Cosa si aspetta?

Nel capitolo intitolato ”dirigere la consapevolezza” in “Teoria e pratica della terapia della Gestalt” (Perls F., Hefferline R.F. e Goodman P., 1951), l’ansia è definita come “l’esperienza di provare difficoltà di respirare durante qualsiasi eccitazione bloccata”.[2]

Sigmund Freud la definì angoscia istintuale ed essa si verifica con la costrizione involontaria del petto. Anche Frederick Perls (1942) sottolinea più volte come la respirazione e lo stato d’ansia abbiano un legame profondo.

Secondo Perls, infatti, una complicazione frequente dell’ansia è quella della proiezione contemporanea della ristrettezza del torace (corazza) con quella della fame d’aria. “Il sospirare lieve nella depressione, lo sbadigliare cronico nella noia, sono tanto ben conosciute quanto lo sforzo di respirare nello stato ansioso”. “Il primo passo è di liberare l’eccitazione che soggiace all’attacco d’ansia. Successivamente si deve trasformare la corazza del petto in una parte vivente dell’organismo.” “Nello stato d’ansia il metabolismo dell’ossigeno aumenta, perciò l’aria residua contiene più CO2 del normale […] Si deve eliminare quest’aria cattiva, quindi esalate dapprima quanto più completamente possibile. La successiva inalazione avverrà senza sforzo”.[3]

In pochissime pagine, lo psicanalista tedesco, descrive come “lavorare” praticamente con gli stati d’ansia e in conclusione riassume la sua tecnica nei seguenti punti:

 

  • interpretare la proiezione della corazza
  • rendersi conto della specifica contrazione dei muscoli del torace
  • dissolvere la rigidità della corazza
  • esprimere l’eccitazione bloccata

 

L'eccitazione, come già accennato prima, è un concetto chiave per la Gestalt, tanto da comparire nel titolo del volume I nel suo testo fondamentale.[4]

L'eccitazione è definita come “testimonianza della realtà”[5], tenuto conto che non esiste una realtà indifferente o neutra, essa accompagna il contatto e la formazione figura/sfondo.

L'eccitazione pertanto si mantiene e cresce durante la sequenza di contatto.

Per diverse ragioni può accadere che questa dinamica sia inibita (e quindi la comparsa dell’ansia) o addirittura bloccata (angoscia).

Un'eccitazione bloccata, e di una certa intensità, si traduce in angoscia.

Ma quando l'eccitazione viene bloccata o inibita? Laura Perls identifica questo momento con la mancanza del sostegno essenziale (interno e/o esterno) nell'esperienza del contatto.[6] Ovviamente questa interruzione non è consapevole tanto meno volontaria.

Quale sarà l'intervento del terapeuta?

Il terapeuta deve fare un intervento si sostegno non alla persona ma al processo, alla  co-costruzione del campo relazionale, con la formazione di un ground stabile.

Così facendo si permetterà il passaggio dall'eccitazione fissata in ansia, all'eccitazione attiva.

L'ansia, quindi, può emergere in qualsiasi punto della curva del ciclo di contatto, dal momento che l'eccitazione è sempre presente, ed è sempre in aumento.

Vediamo ora come può manifestarsi l'ansia/angoscia sulla curva a seconda dell'interruzione che si verifica.

 

Tra il ritiro e la sensazione: l'emergere di una figura e confluenza

Il riconoscere un appetito o un desiderio, la conoscenza immediata di una sensazione indice di bisogno, l'emergere di un tema, di un ricordo, di un'associazione, il formarsi di una prima rappresentazione, tutti fenomeni che abbozzano una direzione di significato, sono accompagnati dall'eccitazione. Quindi possono generare un'ansia che avrà l'effetto di impedire questo emergere.

L'interruzione del ciclo di contatto avviene in questa fase per via della confluenza. Perché si mantiene la confluenza? Perché di base vi è un'ansia da individuazione e differenziazione. La desensibilizzazione permette di non avere coscienza di nulla e di non aver nulla da dire, l'esperienza è quella della nebbia o dell'oscurità, talvolta riferita in termini di sensazione di vuoto.

Mantenere la confluenza permette di non mutare l'esperienza dal piano fisiologico (la sensazione appartiene al livello corporeo dell'esperienza), al piano psicologico, dal corpo al contatto, e quindi di farla rimanere nel fisiologico non cosciente.

La patologia che può formarsi avrà come oggetto il corpo poiché la gestalt si sarà formata senza contatto con l'ambiente. L'eccitazione si immobilizzerà in questa fase sotto forma di patologie psicosomatiche o di ipocondrie, e l'ansia si fisserà nel corpo.

A un livello inferiore avremo rigidità muscolari, tensioni croniche, insensibilità o anestesie locali, oppure la centratura sul corpo in assenza di contatto con l'ambiente può manifestarsi in un super-impegno del corpo, come nelle attività sportive o artistiche (tatuaggi, abbellimento, vestiario...) quasi in una forma di sublimazione.

 

Tra la sensazione e la consapevolezza: introiezione

L'eccitazione in questo momento della curva ha il compito di consentire all'organismo il passaggio dallo stato “zero”, di riposo, di silenzio al risveglio del desiderio.

Il desiderio è dell'organismo, ciò significa che in questa fase l'organismo ha la possibilità di identificarsi con il bisogno emerge l'intenzionalità. Questo appetito necessita di un “oggetto”, cioè di qualcosa del mondo da contattare, prendere in vista di un'appropriazione, di un'assimilazione, di un contatto. L'interruzione dell'esperienza in questa fase si manifesta con l'Introiezione (come processo e come contenuto, l'introietto). L'ansia in questa fase è caratteristica del disturbo ossessivo, in quanto il suo bisogno non sempre è pienamente consapevole e comunque bloccato dagli introietti genitoriali. Quando percepisce delle sensazioni queste sono sempre vaghe e anche da un punto di vista della corazza corporea ha la rigidità tipica di chi introietta. L'energia che rimane sospesa viene retroflessa e prende appunto la forma di ruminazioni interiori e ossessioni.

 

Tra la consapevolezza e la mobilitazione dell'energia: percezione  dell'ambiente e proiezione

Se l'eccitazione del desiderio non viene interrotta in una introiezione passiva, il percorso dell'esperienza di contatto può proseguire. La formazione della figura richiede a questo punto un investimento di energia da parte dei due poli del campo: l'organismo e l'ambiente. L'eccitazione del desiderio (figura nella fase precedente) cede il posto all'”oggetto” o alla serie di possibili oggetti. È un momento delicato perché la figura trasla da un polo del campo (Organismo) all'altro (Ambiente), spostandosi dall'interno all'esterno (spostarsi all'esterno, in latino ex-movere= emozione).

In Gestalt l'emozione è una sorta di choc prodotto dall'incontro tra lo stato dell'organismo e lo stato dell'ambiente. L’emozione è definita coma “la conoscenza immediata e integratrice di una relazione tra l'organismo e l'ambiente”.[7] È la figura di integrazione delle diverse combinazioni di propriocezione e percezione. Quindi, è una funzione del campo. Perciò, affinché vi sia un'emozione, è necessario che l'eccitazione sia accettata e l'ambiente aggredito, vi deve esserci un legame tra l'appetito (desiderio) e l'oggetto vagamente percepito.

Questo processo trova la sua interruzione nella proiezione, che consiste in un rifiuto non consapevole (negazione, impossibilità...) di appropriarsi dell'affetto, dell'emozione, del sentimento e delle rappresentazioni che li accompagnano. Con la proiezione il soggetto si costruisce uno schermo nei confronti del campo. Gli affetti espropriati vengono imputati all'altro, le caratteristiche dell'ambiente non vengono percepite poiché l'ambiente è limitato a delle immagini virtuali costruite dal soggetto stesso. es. “Mi fai venire in mente mia madre”

La proiezione è usata nelle certezze rigide, nella costituzione dell'oggetto fobico, nell'elaborazione di rituali compulsivi, nella colpevolezza nevrotica, nelle superstizioni e credenze.

 

Tra la mobilitazione dell'energia e l'azione : andare verso e retroflessione

Se l'ambiente viene percepito, l'eccitazione può impegnarsi pienamente nella situazione: andare verso e il contatto pieno.

L'andare verso può risvegliare ansia e angoscia e quindi l'individuo potrebbe ripiegare su se stesso (retroflessione).

La retroflessione è la modalità che permette l'evitamento dell'ansia e dell'aggressività. L'azione è allora rivolta verso i soli oggetti disponibili e inoffensivi: il proprio corpo e la propria personalità. Talvolta alcune paure possono ingenerare retroflessione, altre volte le stesse paure possono essere il risultato di proiezioni.

Pensare = ri-flettere= retroflessione non consente di passare all'azione.

L'aggressività che viene così retroflessa genera sintomi psicosomatici come ad esempio cefalee, disturbi gastrointestinali ed altri già precedentemente descritti

Perls afferma che la retroflessione è sempre un’aggressività inibita.

 

Tra il contatto e il ritiro: confluenza

Quando la persona manifesta ansia nel ritirarsi dall'esperienza ci troviamo davanti ad un disturbo acuto da stress o di un disturbo post traumatico da stress. Si tratta di situazioni nelle quali il paziente sperimenta un contatto forte e intenso con situazioni che ne mettono a repentaglio la sopravvivenza fisica o psichica. Potremmo paragonare l'evento traumatico ad un contatto pieno che non è stato preparato da una fase di pre-contatto. Per questo il post-contatto è più lungo e problematico. Nel lavoro terapeutico occorre sostenere il paziente a chiudere l'esperienza che è stata interrotta dal sopraggiungere del trauma e contestualmente sostenerlo nel pre-contatto con l'esperienza traumatica.

 

 

Bibliografia

American Psychiatric Association (2000). DSM-IV-TR Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders , Fourth Edition, Text Revision. Edizione Italiana: Masson, Milano.

Freud S. (1895), Ossessioni e fobie, Ed. Newton, p. 31

Freud S.,Inibizione, sintomo e angoscia (1925), in Opere, cit., vol. IX

Menditto M.: Comunicazione e relazione. Ed. Erickson, Trento 2008.

Menditto M. (a cura di): Psicoterapia della Gestalt Contemporanea. Ed. Franco Angeli, Milano 2010. 

Menditto M. introduzione alla psicoterapia della gestalt e alla psicoterapia della Gestalt psicosociale, in SIGnature, Roma 2010.

Menditto M. La diagnosi secondo la Gestalt Psicosociale, in SIGnature, Roma 2003.

Perls F.S., R.F. Hefferline, P. Goodman, Teoria e pratica della terapia della Gestalt, Astrolabio, Roma.

Perls F., (2007), L’Io, la fame, l’aggressività, FrancoAngeli, Milano.

http://www.apc.it/disturbi-psicologici/disturbo-ossessivo-compulsivo.html


Note

[1] Menditto M. La diagnosi secondo la Gestalt Psicosociale, in SIGnature, Roma 2003.

[2] Perls F., Hefferline R.F. e Goodman P., (1951), Teoria e pratica della terapia della Gestalt, Astrolabio, Roma, p. 402

[3] Perls F., (2007), L’Io, la fame, l’aggressività, FrancoAngeli, Milano, p. 283.

[4] Perls F., Hefferline R.F. e Goodman P., (1951), Teoria e pratica della terapia della Gestalt, Astrolabio, Roma, p. 402

[5] Idem, p. 44

[6] Gestalt Psicosociale. Il principio di “equazione” (Polster E., Polster. M, 1996)

[7] Perls F., Hefferline R.F. e Goodman P., (1951), Teoria e pratica della terapia della Gestalt, Astrolabio, Roma.

 

 



[1] http://www.treccani.it/vocabolario/

[2] Per Freud i termini ansia ed angoscia sono sinonimi

[3] Freud S. (1895), Ossessioni e fobie, Ed. Newton, p. 31

[4] Idem.

[5] American Psychiatric Association (2000). DSM-IV-TR Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders , Fourth Edition, Text Revision. Edizione Italiana: Masson, Milano.

Gli attacchi Paucisintomatici, sono attacchi identici agli Attacchi di Panico tranne per il fatto che l'ansia improvvisa è accompagnata da meno di 4 dei 13 sintomi richiesti dal DSM-IV per la diagnosi di attacchi di panico; possono essere presenti anche altri sintomi particolarmente imbarazzanti o inabilitanti come la minzione involontaria, malori di vario genere, svenimenti, ecc.