Colloquio di counselling

Il colloquio di Counseling

Teoria e tecnica secondo la Gestalt

 

 

 

Il Colloquio[1]

Il colloquio[2] è uno strumento di conoscenza che utilizza l’incontro e la comunicazione fra due o più persone, allo scopo di raccogliere informazioni e acquisire conoscenze che riguardano l’ambito esistenziale. Presuppone che uno dei partecipanti abbia conoscenze e competenze, e che le usi in accordo con gli interlocutori.

Il termine “colloquio di aiuto” indica tutti quei colloqui in cui, in maniera preponderante, sono utilizzati l’approccio e la tecnica inizialmente messa a punto da Rogers. Il counseling è un caso particolare del colloquio di aiuto. Va evidenziato che i colloqui di aiuto svolti da psicologi, psicoterapeuti e counselor hanno una qualità e profondità diversa da quelli condotti dalle altre figure professionali, e normalmente sono diretti a persone maggiormente in difficoltà.

Nella Gestalt Psicosociale® il colloquio è inquadrato in un tempo e in uno spazio ben definito, in cui l’attenzione e la concentrazione è posta nel presente. La coppia counsellor-cliente si incontra per intraprendere un cammino insieme in un rapporto di reciprocità senza che uno annulli l’altra.

In questo contesto, un elemento molto importante è la possibilità di aprirsi all’incontro e come questo sia fonte di trasformazione per entrambi. Nel Colloquio la “giusta distanza” tra counsellor e cliente permette il movimento, l’integrazione, il disegnarsi della storia narrata. La giusta distanza è la co-creazione di uno spazio condiviso e di una relazione di reciprocità inedita (Menditto, 2010).

Come vedremo in seguito, l’integrazione di ogni elemento, in una gestalt, avviene quando il ciclo di contatto si completa in modo nutriente e apparentemente spontaneo. Ciò ha luogo grazie al completamento di due vie convergenti: la consapevolezza, da un lato, che fa emergere dallo sfondo la figura, come un’immagine chiara, una percezione vivida; dall’altro, quello del comportamento motorio, con l’intenzionalità di andare verso, per terminare nel contatto pieno. Riassumendo: ogni contatto sano comporta consapevolezza – la configurazione di figura/sfondo - e l’eccitazione con un’aumentata mobilizzazione, per la formazione di una gestalt; ogni blocco, chiusura o isolamento necessita, invece, di un’attività specifica, di un lavoro: l’interruzione al contatto. Dirigere la consapevolezza[3] significa, in ultima analisi, convertire la confluenza iniziale in contatto.

 

Il colloquio è costituito di 3 momenti:

 

  1. La fase iniziale
  2. La fase intermedia
  3. La fase finale

 

Nella prima fase (pre-contatto) il counsellor cerca di stare con ciò che accade e con il proprio sentire. Ogni elemento è utile per comprendere come co-creare lo spazio condiviso della relazione (il tra). Ogni elemento in questo fase può essere rilevante. Ascoltare il clima della relazione e rispettare la direzione della persona, cercando di non essere direttivi, di non avere fretta e non orientarsi esclusivamente al problema o alla soluzione.

Nella seconda fase del colloquio, quella del contatto, l'abilità del counsellor consiste nello spostarsi dalla focalizzazione sul sentire, all'attivazione delle risorse. In questo momento il counsellor deve essere particolarmente attento a connettere ogni particolare emerso, per raggiungere un buon contatto con il cliente.

La terza (il ritiro), è la fase in cui ci si prepara alla chiusura della seduta; il counsellor può ridefinire alcuni elementi emersi e dare lo spazio temporale per far assimilare al cliente le esperienze fatte durante il colloquio. In questa ultima frazione, è sempre sconsigliato proporre delle nuove esperienze al cliente (aprire nuove gestalt). Prendersi, invece, alcuni minuti per fissare l’appuntamento, il pagamento e accompagnare il cliente all’uscita dello studio.

Inoltre, nel post-contatto si possono trascrivere gli elementi più rilevanti del colloquio.

Ogni fase è fondamentale, poiché ogni momento è connesso agli altri come in una narrazione, e soltanto rispettando e mantenendo questa fluidità, si potrà più facilmente instituire una relazione autenticamente reciproca.

Alla fine dei colloqui preliminari, il counsellor dovrà decidere se prendere in carico il cliente considerando ad esempio:

 

  • • L’età del cliente
  • • Il problema presentato
  • • La non presenza di patologie psicologiche/psichiatriche

 

Le aree del colloquio

 

Per iniziare a dare una forma al colloquio e per raccogliere il maggior numero di informazioni, le aree da indagare sono:

 

  • • Dati anagrafici e personali
  • • Famiglia attuale
  • • Famiglia di origine
  • • Situazione lavorativa
  • • Realtà psicosociale (amicizie, tempo libero, hobbies, interessi culturali, politici, sociali, religiosi, ecc.)
  • • Individuazione del ciclo di vita
  • • Notizie anamnestiche di carattere medico (malattie, disturbi, assunzione di farmaci,

periodi di ospedalizzazione, ecc)

  • • Area della personalità (cognitiva, affettiva, corporea, sessuale, sensoriale, come percepisce se stesso, gli altri/l’ambiente, se stesso in relazione a gli altri/ambiente)
  • • Principale problema presentato
  • • Motivazioni ed aspettative in merito all’intervento di counseling
  • • Individuazione del tema esistenziale

 

L’attenzione del counsellor si focalizzerà su alcune dimensioni essenziali come:

 

  • • il processo
  • • il continuum di consapevolezza
  • • il sentire sé/altro
  • • la co-costuzione della relazione
  • • l’area del “tra” del confine di contatto.
  • • la compresenza della relazione/identità, autoaffermazione/altro

 

Questi punti costituiscono il cuore e la mente della metodologia della Gestalt Psicosociale®. L’empatia, la traità, la relazione di reciprocità costituiscono le basi imprescindibili su cui si poggiano tutte le tecniche e gli strumenti della nostra scuola.

Utilizzare egregiamente le tecniche o conoscere perfettamente il modello teorico di riferimento senza comprendere la forza dell’ascolto attivo e il fascino di scoprire l’altro, ha un’importanza relativa per la Gestalt Psicosociale®.

 

 

Il colloquio di counseling per la Gestalt Psicosociale

 

 

La Gestalt Psicosociale si fonda su radici fenomenologiche, umanistiche ed esistenziali. Il suo metodo utilizza l’osservazione fenomenologica, legge della Fenomenologia fondata da Edmund Husserl.

Per mezzo della riduzione fenomenologica, il counselor “depura" le esperienze che accadono durante la relazione con il cliente da assunzioni e pregiudizi inutili e fuorvianti.

E’ un metodo descrittivo che parte dall’esperienza vissuta. Il mondo è messo tra parentesi (epoché) e, quindi, il counselor nell’atto intenzionale dell’osservazione, non accetta alcunché di scontato tanto meno rifiuta qualcosa a priori.[4]

I primi colloqui sono finalizzati a valutare la possibilità o meno di prendere in carico il cliente e a raccogliere le informazioni per stabilire un progetto di lavoro. Seguendo la griglia per aree, sopra descritta, si raccolgono i dati e le informazioni per definire il problema.

Il counsellor focalizza la sua attenzione circa il livello dell’esperienza che viene maggiormente utilizzato dal cliente. In questa fase il counselor cerca di discriminare, nel qui e ora, le sensazioni e le emozioni esperite dal cliente per comprendere quali livelli siano co-presenti e co-agenti, connettendoli tra loro.

L’osservazione delle modalità di contatto, come possibilità creative al cambiamento, e delle eventuali resistenze ad esso, nel ciclo di contatto e in quello di relazione, rappresenta uno strumento diagnostico fondamentale utilizzato dalla Gestalt Psicosociale.

Si os­serva la persona nella sua totalità e, nello stesso tempo, si coglie l’elemento problematico. Attraverso una destrutturazione e ristrutturazione, l’elemento estrapolato viene riconnesso alla totalità della persona, verificando come questo si aggiusti.

La persona non è il suo disagio: esso rappresenta un adattamento creativo all’ambiente. L’analisi successiva prevede, poi, la comprensione di come quello script (copione), nelle attuali relazioni intra e intersoggettive del cliente, sia o meno ancora funzionale.

L’individuazione del tema esistenziale (macrociclo, cioè la configurazione di tutto l’insieme delle esperienze della persona) consente di realizzare un progetto terapeutico, focalizzando, nel qui e ora, le polarità del cliente non ancora in figura. Lavorare sulle polarità vuole dire rendere consapevole il cliente delle sue parti ancora sullo sfondo che non hanno avuto modo di esprimersi. All’interno del tema esistenziale saranno individuate le micro esperienze e i micro cicli esistenziali che tessono la trama della vita del cliente.

Conoscere e sperimentare le diverse combinazioni delle polarità del cliente, rende possibile rintracciare il tema esistenziale e il significato del suo disagio. L’osservazione della relazione è un altro momento significativo per comprendere in quale momento storico il cliente e il counsellor si trovano.

Come si può ben intuire, il colloquio nella Gestalt è usato come strumento di conoscenza del cliente, in quanto il counsellor vive la relazione nel setting, la osserva, la descrive e le attribuisce un nome simbolico. Tutto questo però è connesso con il processo trasformativo che lo stesso percorso attiva; sarà compito del counsellor osservare queste trasformazioni e valutare i margini di cambiamento da parte del cliente. L’auto-osservazione è il momento in cui lo stesso counsellor valuta le sue modalità di contatto nella relazione, ascoltandosi e osservandosi ogni volta. La supervisione, l’aggiornamento e la formazione permanente sono aspetti imprescindibili per la figura del counsellor della Gestalt Psicosociale® che deve considerarsi, come il suo progetto terapeutico, sempre in progress.

Il porsi in ascolto della persona per comprendere i suoi vissuti emotivi e il suo disagio, attraverso la capacità di entrare in relazione, grazie all’empatia, ci fa rimanere sempre in contatto con i nostri bisogni e quelli del cliente.

Il colloquio così strutturato favorisce il processo comunicativo e segue i tempi e i ritmi del cliente; le domande vengono poste in relazione non solo secondo una metodologia appresa, ma anche da ciò che emerge nella relazione presente; le tecniche di comunicazione di base offrono l’opportunità di metacomunicare al cliente l’interesse autentico nei suoi confronti e, al counsellor, consentono di verificare immediatamente di aver afferrato il senso di ciò che il cliente racconta e di cominciare a capire i significati del cliente.

La figura del counsellor avrà, quindi, le seguenti conoscenze, competenze e capacità:

 

  1. un modello teorico e metodologico di riferimento.
  2. sappia individuare nei primi 2-3 colloqui il problema e le possibili soluzioni.
  3. una rete di colleghi professionisti con i quali lavorare insieme.
  4. sappia applicare le tecniche.
  5. sia consapevole del proprio momento esistenziale.
  6. sia consapevole degli eventuali momenti di collusione che potrebbero avere con il cliente e della necessità della supervisione.
  7. capacità di empatia.
  8. capacità di co-costruzione della relazione.
  9. capacità di esserci, di ascolto, di comunicazione, di osservazione fenomenologica.
  10. focalizzare le modalità di contatto e di interruzione al contatto.
  11. considerare i livelli dell’esperienza attivati o meno, la difficoltà/facilità di connessione tra un livello dell’esperienza ed un altro.
  12. attivazione della propria consapevolezza anche su probabili elementi di collusione dovuti alla propria storia personale.
  13. mantenere la visione dell’interezza della persona.

Durante il percorso stabilito, è importante che il counsellor aiuti il cliente a raggiungere una più attuale e viva consapevolezza del proprio problema e dei propri vissuti. Lo sostenga nella continuum di consapevolezza facendogli intravedere una nuova prospettiva del proprio problema /disagio, attivando le sue risorse e divenendo cosciente delle proprie modalità di contatto di relazione e di comunicazione. Infine, che lo conduca all’individuazione delle possibili soluzioni al problema, riorganizzando la propria capacità di adattamento creativo con l’ambiente.

 

 

Livelli dell’esperienza e modalità d’interruzione al contatto

 

Il fenomeno è il punto di partenza. L’osservazione fenomenologica coinvolge il corpo, le sensazioni, i pensieri e le immagini immediatamente nel presente. Ciò significa entrare in una dimensione di risveglio dei sensi delle idee, del corpo, delle emozioni, della fantasia e della metafora prediligendo l’esperienza, che ci fa muovere in modo consapevole e orientandoci con sensibilità e attenzione nel mondo e nel rapporto con gli altri.

La sensazione ci risveglia insieme alla coscienza desta che unendo la nostra intenzionalità alla valenza dell’oggetto osservato, costituisce la gestalt. Questo flusso, quando siamo in relazione con il cliente, si attiva e si sviluppa attraverso i livelli dell’esperienza.

Infatti, il percorso conoscitivo del cliente, inizia con l’analisi delle sue potenzialità attraverso l’osservazione dei livelli dell’esperienza.

I livelli dell’esperienza sono:

 

q  con il cognitivo verbale metto in gioco parole, idee, valori;

q  con il sensorio risveglio i sensi per captare i segnali;

q  con l’emotivo leggo le emozioni che circolano e sfiorano la relazione, caratterizzando il clima della conversazione;

q  con l’immaginativo lascio spazio all’uso della metafora, del simbolo, lascio emergere le immagini che l’ascolto mi suscita;

q  con il corporeo accolgo il sentire delle parti del mio corpo: le spalle si irrigidiscono e segnalano tensione, lo stomaco si chiude e segnala delusione, le mascelle si serrano e segnalano rabbia;

q  con l’eroismo amplifico l’esserci nella situazione presente con il mio potere personale e la mia forza d’animo, avendo presente l’interesse comune e non solo quello personale, che anche riconosco e di cui tengo conto.

Oltre alla focalizzazione da parte del counsellor dell’utilizzo dei livelli dell’esperienza utilizzati dal cliente, l’osservazione del ciclo di contatto e di relazione e delle eventuali interruzioni che il cliente mette in atto, sono strumenti utilissimi nelle varie fasi colloquio.

Dove e come si interrompe il processo, può dare al counsellor delle indicazioni preziose. Seguendo le innovazioni di Erving Polster nel colloquio il lavoro si snoda attraverso i percorsi di connessione: da momento a momento, da self a self, da persona a persona, da evento a evento (Polster, 2007).

 

Le interruzioni al contatto

 

L’introiezione

E’ una modalità di contatto che nasce come capacità del bambino di recepire gli imperativi genitoriali senza metterli in dubbio. Colui che introietta impiega la propria energia incorporando passivamente ciò che l’ambiente gli fornisce. Il compito fondamentale per evitare l’introiezione consiste nel focalizzare all’interno dell’individuo il senso delle scelte che sono possibili per lui e il suo potere di differenziare tra “me” e “non me”. i suoi verbi più comuni sono “devo”, “non posso”. L’interruzione nel ciclo di contatto avviene durante l’eccitazione. L’atteggiamento verso l ambiente è rassegnato (il bacino fortemente ritratto), infantile e disposto ad accettare.

La proiezione

 

l’individuo che proietta non può accettare i propri sentimenti e le proprie azioni, perché “non dovrebbe” sentire né agire in un certo modo. Il risultato di questa resistenza è la mancanza di consapevolezza delle proprie caratteristiche reali; nello stesso tempo, vi è un’acuta consapevolezza di tali caratteristiche nelle altre persone. Se colui che introietta rinuncia al proprio senso di identità, colui che proietta la frammenta. Il lavoro sulla proiezione consiste nel ridare a colui che proietta i frammenti proiettati della  sua identità. L’interruzione nel ciclo di contatto avviene solitamente nella fase di mobilizzazione dell’energia: il cliente non è in grado di muoversi verso l’ambiente, egli cerca di far sì che sia l’altra persona a mobilitarsi.

 

La retroflessione

 

 

è una modalità in cui l’individuo rivolge a sé stesso ciò che vorrebbe fare a qualcun altro, o fa a sé stesso ciò che vorrebbe che qualcun altro facesse a lui. La retroflessione sottende la capacità dell’individuo di scindersi in osservatore e osservato, o in colui che fa e colui a cui le cose vengono fatte. Il processo opposto alla retroflessione consiste nella ricerca dell’altro appropriato. Coloro che retroflettono tendono a rimuginare, riflettere, trattenere, ad essere autoreferenziali, hanno una modalità relazionale irrigidita, chiusa. L interruzione nel ciclo di contatto avviene solitamente durante il conflitto e la distruzione della gestalt (contatto pieno e post-contatto)

 

La confluenza

 

E’ una modalità utilizzata da coloro che vogliono ridurre le differenze in modo da moderare l esperienza sconvolgente del nuovo e dell’altro. Due indizi per le relazioni confluenti disturbate sono i sensi di colpa frequenti e il rancore. Gli antidoti della confluenza sono il contatto, la differenziazione e la discriminazione. L individuo deve iniziare a sperimentare le scelte, i bisogni e i sentimenti che gli appartengono e non sentirsi in dovere di farli coincidere con quelli di altre persone. Deve imparare che può affrontare il terrore della separazione e tuttavia restare vivo.

Le persone confluenti hanno difficoltà a separarsi, a dissentire, tendono a rinunciare alla responsabilità personale, usano molto il “noi”. L’interruzione nel ciclo di contatto avviene prima di una nuova eccitazione: il cliente fa sì che non avvenga niente di nuovo.

 

La retroflessione

 

E’ una modalità di resistenza il cui fine è distogliersi dal contatto diretto. È un modo di ridurre il contatto attraverso l’uso di circonlocuzioni, il parlare troppo, il ridere su ciò che si dice, il non guardare direttamente la persona con cui si parla, l’essere astratti piuttosto che specifici, il non arrivare al dunque, il parlare del passato quando il presente è più rilevante, il parlare “su” piuttosto che parlare “a”. Il confine di contatto in questa modalità assume la seguente configurazione: coloro che deflettono utilizzano spesso la frase “ma…se”;

L’egotismo

 

Utizzato da di chi pensa di avere la verità in tasca poiché esprime una sorta di atteggiamento di “colui o colei che ormai sono arrivati e sanno già tutto!”. E’ uno stato che denota anche un certo livello di realizzazione perché l’individuo ha trovato un suo equilibrio: manca però la spontaneità e la vitalità. Chi lo applica è come imbalsamato, sempre uguale a se stesso, non ha più emozioni e tende a controllare ogni cosa. Il percorso di counseling può dirsi concluso con successo, quando l’egotismo del cliente si dissolve e quest’ultimo non è più compiaciuto dall’eccessiva indipendenza nei riguardi degli altri e del counselor. Il soggetto percorre queste quattro tappe fondamentali durante il cammino individuale di consapevolezza:

 

Le tecniche e la formulazione delle domande

Il counsellor deve essere un professionista che ha assimilato e sa applicare le Tecniche di Comunicazione, le Tecniche dei Livelli dell’Esperienza e le Tecniche classiche della Gestalt .

Nei primi colloqui si usano le tecniche con caratteristiche più esplorative, mentre dopo la presa in carico si possono iniziare ad usare le tecniche più attive.

Tra queste vi sono:

 

  1. l’ascolto attivo
  2. le tecniche della consapevolezza: di cosa sei consapevole ora?; focalizzati/concentrati su..; come senti questo?; Come senti la tua voce?; come puoi esprimere ciò che stai dicendo con una immagine, un’emozione; quale parte del tuo corpo esprime questa tua emozione/sensazione?
  3. Fare domande aperte finalizzate al come, alla descrizione e non alla spiegazione (cosa succede?, cosa provi?), alla contestualizzazione (quando ti succede? In quale occasione? Con chi?)
  4. Connessione delle emozioni all’esperienza
  5. Il lavoro con le polarità
  6. Evitare di dare spiegazioni, fare interpretazioni, generalizzare, minimizzare, moralizzare, esortare, consigliare, ecc.

 

 

La formulazione delle domande

 

  1. Riformulazione
  2. Ribaltamento dei contenuti
  3. Chiarificazione
  4. Spiegazione
  5. Suggerimento
  6. Riformulazione degli stati emotivi
  7. La confrontazione: far notare le incongruenze tra comunicazione verbale e non verbale
  8. Il rovesciamento del rapporto figura/sfondo:

6.      Ripresa ad eco

parte dal presupposto che a volte anche poche e piccole informazioni possono avere grande importanza; l’obiettivo è quello di rovesciare i rapporti di forza tra i diversi elementi individuati, per fare emergere ciò che è latente; sta al conduttore individuare ed elencare tali elementi, offrendo, senza forzature, al soggetto interessato la possibilità di una analisi degli stessi.

  1. La chiarificazione consiste nel “rinviare al soggetto” il senso di ciò che ha detto. L’obiettivo è quello di evidenziare quello che la persona dice in maniera confusa e disorganica; è una tecnica difficile, perché può facilmente far scivolare il counsellor in una interpretazione impropria.
  2. Quando desideriamo approfondire il tema verbalizzato dal cliente, senza rimandare la domanda ad un momento successivo, si utilizza una delle tecniche di rilancio:
  3. semplice ripresa del contenuto (per es. In che senso…; Può dirmi qualcosa di più? ; Vorrei capire meglio..).
  4. il rilancio a specchio, che consiste nella ripetizione ad eco di una frase, o di un concetto, o delle ultime parole pronunciate dall’intervistato.

12.Il riassunto sintetico delle ultime cose dette (per es. Se ho capito bene..; Per riassumere..; Mi sembra che lei mi abbia detto..), si usa quando si fa riferimento a concetti o frasi troppo articolate per un rilancio a specchio, o quando si vuole introdurre un nuovo tema puntualizzando la connessione, o vogliamo anche un riscontro della nostra comprensione di quanto detto.

 

Il colloquio deve favorire l’apertura all’incontro e al contatto, la comunicazione autentica, la focalizzazione sulla consapevolezza e sul contatto.

 

 

Le modalità del colloquio

 

Proponiamo adesso alcune modalità da preferire ed altre da evitare durante il colloquio di counseling:

 

 

q  Meglio porre una domanda per volta. Le domande costituite da più parti producono confusione e possono rendere inutilizzabile una risposta sintetica.

q  Devono essere chiare, prive di ambiguità e poste con termini semplici e lentezza, senza dare cose per scontate.

q  Evitare frasi, termini, aggettivi o elementi paralinguistici che indichino valutazioni e preferenze dell’intervistatore.

q  Avere chiaro che cosa si vuole ottenere da ogni domanda.

q  Evitare l’uso della negazione perché può orientare la risposta, e della doppia negazione perché può generare.

q  Evitare le domande retoriche o che in ogni modo celino un’affermazione.

q  Quando possibile introdurre la domanda con il come piuttosto che con il perché (es. come è avvenuta la sua scelta … piuttosto che perché ha scelto …). L’espressione perché può avere una connotazione inquisitoria e può apparire una richiesta di giustificazione, inoltre il soggetto potrebbe non conoscere la risposta e attenderla dal counsellor.

 

I canali della comunicazione non verbale

 

Per la Gestalt Psicosociale, con il suo approccio fenomenologico, considera il linguaggio non verbale altrettanto importante quanto il linguaggio verbale e i suoi contenuti.

Nel colloquio, quindi, il counsellor dovrà osservare le seguenti peculiarità:

  1. Il volto e la mimica facciale;
  2. Lo sguardo e i movimenti degli occhi
  3. I gesti della mano e del braccio;
  4. Movimenti del capo, del corpo e degli arti inferiori;
  5. 5.    Postura;
  6. 6.    Collocazione nello spazio;
  7. 7.    Caratteristiche fisiche;
  8. Artefatti (abbigliamento, acconciatura dei capelli, trucco, profumi, occhiali, ecc.);
  9. 9.    Ambiente;

10. Distanza interpersonale

 

Distinzione in 4 zone, estese da un minimo a un massimo a seconda di fattori socioculturali.

 

 

Conclusione del colloquio

La conclusione del colloquio può coincidere con il momento della restituzione; la restituzione è la fase in cui il counsellor, tenendo conto del motivo per cui è stato consultato, comunica al cliente le impressioni che ha tratto dal colloquio e le conclusioni cui è giunto. Può essere effettuata prima del termine del colloquio o in un incontro successivo. Una buona restituzione può avere un importante valore per la crescita della persona e contribuire a quel processo creativo-trasformativo del cliente già, precedentemente, esposto.

Alcuni criteri possono aiutarci a comprendere come  condotta seguendo alcuni criteri:

- Evitare il linguaggio tecnico che può essere frainteso o non capito.

- Attenersi il più possibile al linguaggio e all’esperienza del soggetto, aderendo il più possibile agli elementi emersi o alle esperienze esperite durante il colloquio;

- Evitare qualsiasi dogmatismo e genericità;

- Non comunicare troppe cose tutte assieme;

- Scegliere cosa dire sulla base delle potenzialità espresse dal cliente, evitando di intellettualizzare o di essere troppo protettivo;

- Solitamente è bene proporre la restituzione sotto forma di ipotesi con richiesta di feedback.

- Il motivo della consultazione, la storia della persona e la situazione di vita del momento può orientare la ricostruzione nel senso di una restituzione di tipo ricostruttivo globale, tendente cioè a fornire una lettura del problema attuale in relazione con le vicende affettive e relazionali della storia dell’intervistato, o mirata su un aspetto specifico ripetitivo nella vita della persona, o dominante nella situazione attuale;

Il feedback del cliente all’intervento di restituzione può fornire nuove ed importanti informazioni che possono integrare le ipotesi del counsellor.

Gli ultimi minuti sono inoltre un’occasione importante per valutare il modo in cui un cliente si confronta con alcune emozioni, come ad esempio l’ansia di separazione. (la presenza di difficoltà come ad esempio anticipare il counsellor nel decretare la fine del colloquio, o il protrarre la conversazione sulla soglia dello studio).

Il colloquio non finisce con l’uscita del cliente dalla stanza, in quanto sia il cliente che il counsellor possono continuare a pensare a quanto è successo: questo è il momento dell’integrazione e dell’identità e, quindi, se si è istituito un buon contatto e una buona relazione, nuove connessioni possono attivarsi e venire alla mente. Se il colloquio è stato proficuo, anche il counsellor avvertirà una sensazione di appagamento e di crescita per avere fatto bene il suo lavoro, e il cliente se ne andrà con una nuova consapevolezza e una visione differente circa la sua situazione, e con la certezza di ricevere aiuto per le sue difficoltà.

 

 

 

 

 

Bibliografia

 

M. Menditto: Realizzazione di sé e sicurezza interiore, Ed Erikson, Tn, 2006

M. Menditto: Comunicazione e Relazione, Ed Erickson, Tn, 2008

M. Menditto, G. Ferrari: Il ciclo di relazione, sviluppi ed innovazioni, in La psicoterapia

della Gestalt contemporanea, pag. 118/125

M. Menditto : I livelli dell’esperienza, innovazioni e sviluppi in Signature on line, 2008

M. Menditto: Slides “Il Colloquio” , Roma, 2010

Menditto M. (a cura di): Psicoterapia della Gestalt Contemporanea. Ed. Franco Angeli, Milano 2010. 

Menditto M. introduzione alla psicoterapia della gestalt e alla psicoterapia della Gestalt psicosociale, in SIGnature, Roma 2010.

Menditto M. La diagnosi secondo la Gestalt Psicosociale, in SIGnature, Roma 2003.

comunità. Ed Erickson, Trento 2007.

Polster E. e M., Psicoterapia della Gestalt Integrata – Giuffrè Editore, Mi, 1983

Polster E., Polster M.: Terapia della Gestalt integrata. Ed. Giuffrè, Milano 1986

Polster E., (1996), La trama: il Sé ricco do accadimenti, Rivista SIGnature, Ed. SIG.

Polster M., (1996), L’eroismo, Rivista SIGnature, Ed. SIG.

Polster E., Psicoterapia del quotidiano. Migliorare la vita della persona e della comunità. Ed Erickson, Trento 2007.

Perls F., Hefferline R.F. e Goodman P., (1951), Teoria e pratica della terapia della Gestalt, Astrolabio, Roma

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] La presente dispensa trae spunto dalle lezioni e dai lavori svolti dalla Dott.ssa Marilena Menditto.

[2] Il Colloquio è definito dal grado di predeterminazione dell’andamento dello scambio comunicativo e dei suoi contenuti, o in altre parole dal grado di libertà comunicativa concessa ai partecipanti al colloquio. Un alto grado di strutturazione fa preferire nella lingua italiana l’uso del termine intervista a quello di colloquio.

[3] Perls F., Hefferline R.F. e Goodman P., (1951), Teoria e pratica della terapia della Gestalt, Astrolabio, Roma. p. 390.

[4] Husserl H,(2002), Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica vol.1, Biblioteca Einaudi, Torino.