La struttura della crescita e la volontà di potenza

 

 

“Colui che riesce a instaurare un contatto di vivo interesse con la società, non permettendo ad essa di inghiottirlo né ritirandosi completamente da essa, è un uomo integrato. È autosufficiente perché comprende il rapporto tra sé e la società, come le parti del corpo sembrano comprendere istintivamente il loro rapporto con il corpo-nel-suo-insieme. È un uomo che riconosce il confine del contatto tra se stesso e la società […] La meta della psicoterapia è di creare appunto tali uomini.”.

(Fritz Perls)

 

 

«Oggi nulla vediamo che voglia divenire più grande, abbiamo il presentimento che tutto continui a sprofondare, a sprofondare, divenendo più sottile, più buono, più prudente, più agevole, più mediocre, più indifferente, più cinese, più cristiano – l’uomo, non v’è alcun dubbio – ci fa sembrare “migliore” [….].Col timore per l’uomo abbiamo perduto anche l’amore verso di lui, la venerazione dinanzi a lui, la speranza in lui, anzi la volontà tesa a lui. La vista dell’uomo rende ormai stanchi – che cos’altro è oggi nichilismo, se non è questo? […] Noi siamo stanchi dell’uomo…»[1]

 

 

“[…] il nostro metodo terapeutico consiste nell’addestrare l’Io, cioè le varie identificazioni e alienazioni, per mezzo di esperimenti riguardanti la consapevolezza deliberata delle vostre varie funzioni, fino a che non viene di nuovo spontaneamente alla luce il senso per cui si è in grado di affermare” sono io che penso, percepisco sento, faccio questo”. A questo punto il paziente potrà anche procedere per suo conto[2] e, tutto questo, attraverso il contatto.

 

Per Frederick Perls, Ralph Hefferline e Paul Goodman, il contatto, perciò, ha la funzione di accrescere nell’individuo la consapevolezza della realtà che esperisce, in una dinamica costante di figura/sfondo e d’interazione delle valenze nel campo organismo/ambiente. “Attenzione, concentrazione, interesse, eccitazione, e grazia sono tutti rappresentativi di una sana formazione di figura/sfondo, mentre la confusione, la noia, i comportamenti coatti, le fissazioni, l’angoscia, le amnesie, la stasi e l’imbarazzo sono indicativi di un turbamento nella formazione figura/sfondo”.[3]

La Terapia della Gestalt è un approccio interattivo, educativo ed esperienziale, ma soprattutto sperimentale; cerca di non delimitare il comportamento umano in rigide definizioni, non etichetta, ma lo descrive per comprendere come accrescere le sue potenzialità in un percorso che dovrebbe condurlo all’auto-consapevolezza. Tale visione, come si può ben capire, va oltre la dimensione clinica che ogni metodo psicologico, comunque, dovrebbe possedere, ma si avventura, coraggiosamente, ai confini di altre scienze. Infatti, le domande fondamentali poste dal PHG sono: come potenziare le risorse ora presenti della persona umana, come accrescere la sua consapevolezza, come interessare la sua coscienza alla vita reale, come e quando l’individuo ha interrotto il contatto con l’ambiente? Come formare uomini migliori per la nostra società? Il sintomo, la cura e la tassonomia di criteri per la doverosa diagnosi, restano sullo sfondo, mentre in figura c’è soltanto il contatto, di come si è instaurato e cosa viene esperito nel hic-et-nunc. “La realtà più semplice e immediata è costituita dal contatto in sé[4], e quest’ultimo rappresenta l’unità di misura di tale approccio. Molto dell’interesse della terapia della gestalt è rivolto alle pulsioni, agli stimoli e ai dolori, come fonte di eccitamento che determina lo stato preliminare del contatto; la loro trasformazione in sensazioni, emozioni e, infine, sentimenti determineranno, nella fase del contatto e del contatto finale, la crescita globale della persona umana. Non esistono per la Gestalt contatti giusti o sbagliati, ma contatti che accrescono e altri che bloccano il processo di crescita.

In questa prospettiva, in cui l’eccitazione è alla base del ciclo instaurato dall’organismo per soddisfare il proprio bisogno, ogni funzione, processo, sistema o rapporto attuato da esso, è inscritto nella dinamica relazionale con il suo ambiente. La loro reciprocità, come opposti dialettici, determina il campo psicologico che è il reale spazio di esistenza della persona umana. “Nessun individuo è autosufficiente; l’individuo può esistere soltanto in un campo ambientale.”[5]

Come si può facilmente comprendere, da quanto appena esposto, la Terapia della Gestalt è soprattutto la teoria dell’accrescimento, affermando, a più riprese, che ciò che serve all’uomo per divenire finalmente tale è sempre al di là, next, sulla flessibile linea di demarcazione che ogni volta, grazie al soddisfacimento del bisogno, per le azioni tipiche del sé, si sposta accrescendo l’organismo. In questo desiderio di crescita “illimitata”, una volontà di potenza che ha il suo tropismo nella differenziazione e autonomia del sé, comunque coniugato indissolubilmente al suo ambiente, la trieb[6] alla crescita coinvolge entrambi i fattori della funzione di campo. Come ben enunciato da questo metodo, che riprende i concetti della teoria dinamica della personalità di Kurt Lewin[7], non può esistere l’uno senza l’altro, quindi, alla crescita dell’organismo, corrisponderà, necessariamente, un ampliamento del proprio ambiente psicologico. Infatti, “l’ambiente, per tutto quello che riguarda le sue proprietà (direzioni, distanze, ecc.) deve essere definito, non già fisicamente, ma psicobiologicamente, cioè in base alla sua struttura quasi-fisica, quasi-sociale, quasi-mentale”.[8]

Modi di dire come: “allargare i propri confini”, “oltrepassare il limite”, “aprire la propria mente”, “sentirsi parte di un tutto”, stanno a significare proprio questo senso di espansione del proprio campo psicologico, nel rapporto organismo/ambiente.




La teoria del sé[9] e la sua ἐνέργεια 

 

“La vita è fatta di rarissimi momenti di grande intensità e di innumerevoli intervalli. La maggior parte degli uomini, però, non conoscendo i momenti magici, finisce col vivere solo gli intervalli.”

(Nientzsche F.)

«Questo istinto di libertà reso latente a viva forza – lo abbiamo già capito – questo istinto della libertà represso, rintuzzato, incarcerato nell’intimo, che non trova infine altro oggetto su cui ancora scaricarsi e disfrenarsi se non se stesso: questo, soltanto questo è, nel suo cominciamento, la cattiva coscienza».[10]

 

La Terapia della Gestalt considera il sé come la funzione di stabilire contatto col presente reale e transitorio. Il sé, quindi, non è né una forma rigida né tanto meno un’istanza psichica stabile, come affermava Freud, ma una funzione. Infatti, l’attività del sé è un processo temporale inserito in stadi che vanno dal contatto preliminare al contatto, e dal contatto finale al post-contatto. Il complesso sistema di contatti necessario per l’adattamento creativo in un campo difficile è, appunto, il sé. Esso si trova al confine dell’organismo, è il suo profilo e non può essere isolato dall’ambiente; tale confine appartiene a entrambi e ogni volta che esiste un’interazione, un contatto, nel campo organismo/ambiente, il sé si pone in rilievo. Il sé, come agente della crescita, è consapevole e integra le funzioni percettivo-propriocettivo, motorio-muscolare e i bisogni organici dell’organismo in una dinamica di figura/sfondo. Questa integrazione richiede un quantum di energia, che non è scontata tanto meno “oziosa”, ed è rappresentato, in ultima analisi, l’adattamento creativo. Nello stato di quiete, di sonno, nella digestione, nell’assimilazione ovvero quando queste situazioni approssimano all’equilibrio (omeostasi) il campo organismo/ambiente, il sé diminuisce, diviene una gestalt debole. Al contrario, con la fame, nell’immaginazione, nel moto, nella distruzione e nell’annientamento il sé prende forma.

Tra eccitazione e creatività, rilassamento e intenzionalità, attività e passività, il sé è compreso in un dinamismo in cui tutte le parti si differenziano e si caratterizzano spontaneamente. La spontaneità accompagna tale attività e sorregge il processo di scoperta e invenzione in cui il sé è impegnato, progressivamente, a creare la figura che emergerà dallo sfondo. Nel middle mode, che flessibilmente costituisce il tra, il sé è impegnato nella situazione di eccitazione del rapporto figura/sfondo, dal conflitto e da qualsiasi scostamento nella linea di demarcazione del contatto; nell’hic-et-nunc, il sé è sempre “mosso” in un’attività creativa, nell’atto per cui la sua espressione acquista senso. Nelle situazioni “ideali”, il flusso procede spontaneamente per mezzo del contatto delle superfici piene di energia, la gestalt (o il sé) si forma, trova il suo soddisfacimento e progressivamente diminuisce, in attesa di un nuovo interesse. Altri aspetti del sé, in questo processo di adattamento creativo, possono intervenire ora in un modo, ora nell’altro, nei diversi stadi del sistema di contatti che si orienta verso l’ambiente (adgredere).

Come già detto in precedenza, le attività e le proprietà del sé impegnato in una situazione ideale, in un dato presente, si esauriscono dopo la formazione della gestalt, con la relativa diminuzione del sé.

Per chiarire il più possibile il funzionamento dell’organismo in situazione, la gestalt introduce tre strutture particolari (ma come afferma Goodman potrebbero essere di più), che il sé utilizza ogni qualvolta vuole soddisfare degli scopi speciali. Tali funzioni sono: l’Es, l’Io e la Personalità.

L’Es rappresenta, nello stadio iniziale, lo sfondo che, come una nebbia, si dirada gradualmente nelle sue varie possibilità. Le eccitazioni organiche, la percezione indistinta dell’ambiente, le primissime sensazioni che collegano l’organismo al suo ambiente e nel passaggio alla consapevolezza delle situazioni irrisolte, esso si dissolve. Stiamo parlando del livello corporeo e sensoriale, perlopiù inconsapevole, nello stadio del rilassamento. L’Es è la temporanea disintegrazione, che ritroverà un’integrità qualora vi siano dalle nuove urgenze corporee. Ad esempio, nel completo rilassamento, la manipolazione[11] e i sensi sono sospesi, mentre le propriocezioni progressivamente entrano in gioco. Se, in questo frangente, nessuno stimolo o sensazione si inserisce nel campo organismo/ambiente, e l’interesse del sé si concentra sempre più sulle propriocezioni, l’individuo si addormenterà.

Per quanto riguarda la funzione Io, sempre in uno stato di rilassamento, essa non ha ancora assunto una funzione specifica che avverrà soltanto se, dallo sfondo confuso di bisogni e sensazioni, una “figura” (un bisogno) prevarrà nella situazione data. È l’Io a identificare o ad alienare le varie possibilità, intensificando o riducendo il contatto attuale e mobilizzando le risorse necessarie per aggredire l’ambiente. La sua azione è deliberata, l’interesse è vivo e il vissuto emotivo è quello di essere responsabile della propria situazione presente.

La Personalità è l’ultima tipicità del sé, ed è la figura creata che il sé diventa e assimila all’organismo, determinando la propria crescita. Più semplicemente, rappresenta gli atteggiamenti assunti nei rapporti interpersonali ed è l’assunzione di ciò che l’individuo è. Nella nevrosi, ad esempio, la Personalità è costituita da un certo numero di introietti, ideali dell’Io, etichette, false opinioni e concetti erronei sulla propria identità, da costituire un modello rigido nelle interazioni di ogni genere. Non è il contenuto in sé degli introietti a determinare “l’intensità” della nevrosi, ma la rigidità e l’inflessibilità attuate dal comportamento dell’individuo. Ad esempio, la cura per l’ordine, anche meticolosa, di per sé non può essere considerata un comportamento nevrotico (ad esempio agli archivisti), diviene “patologica” o, come diremmo noi gestaltisti, non favorirebbe la crescita personale se fosse attuata in ogni contesto in cui l’individuo si relaziona. La nevrosi, per la Terapia della Gestalt, non è una costellazione di sintomi, tantomeno una malattia, ma un disturbo dell’accrescimento della personalità umana (fino alla stasi della crescita), l’incapacità da parte dell’individuo a concentrarsi e a individuare i propri bisogni. Uno degli obiettivi terapeutici della Gestalt è, infatti, quello di sostenere, insieme al paziente, un bisogno alla volta, con l’interesse e il completo coinvolgimento, cercando di far identificare la persona (per mezzo di tecniche creative descritte nei manuali della gestalt) con quel bisogno specifico, in quel determinato momento e contesto.

 

 

 

Il contatto come adattamento creativo

 

 “L’esperienza si verifica tra l’organismo e il suo ambiente, fondamentalmente nell’epidermide e negli altri organi di risposta sensoriale e motoria […] noi parliamo dell’organismo che stabilisce un contatto con l’ambiente, mentre la realtà più semplice e immediata è costituita dal contatto in se stesso.”[12]

 

 

 

L’adattamento creativo è costituito da quegli atti del sé che gli permettono di affrontare e assimilare le novità prodotte dall’interazione organismo/ambiente.

La Terapia della Gestalt descrive ed esamina queste azioni, ripartendole lungo un continuum temporale, in cui il processo di contatto è un complesso unico attivato dall’eccitazione della dinamica figura/sfondo.

Tuttavia, per comodità descrittiva, il processo è diviso in quattro stadi specifici suddivisi in: contatto preliminare, contatto, contatto finale e post-contatto.

Nel contatto preliminare, la struttura del sé che si caratterizza è quella dell’Es, soprattutto, nell’attività del sentire. In questo stadio, le pulsioni, gli appetiti, le stimolazioni e il dolore hanno funzioni diverse. Gli appetiti o le pulsioni, come la sete, svilupperanno un contatto rivolto all’ambiente, mentre il dolore, lo dirigerà verso il corpo. Gli stimoli, invece, potranno svilupparsi come appetiti, divenire emozioni o dolori. Nella fame, ad esempio, la sensazione del bisogno organico si distacca da uno sfondo indistinto e progressivamente diviene figura (Es - contatto preliminare); il sé, consapevole, prova un’emozione e decide se accettarla o rifiutarla in un processo di identificazione e alienazione; accogliendola, sia l’orientamento che la manipolazione deliberata del sé giungono al contatto con la figura vivace (Io - contatto); la consapevolezza è nel suo stato più luminoso e il sé è nella sua trasparenza, nella situazione di riconoscere responsabilmente il contatto esperito (Personalità - contatto pieno). Infine, l’interazione tra organismo/ambiente si depotenzia nella dinamica figura/sfondo e il sé diminuisce (Espost-contatto).

Riassumendo, il contatto finale è la meta, è la ragione per cui lo stesso contatto si è istituito preliminarmente, ma il fine è sempre la crescita, non quella del sé, ma dell’organismo.

Esso, oltretutto, deve essere una trasformazione creativa. Infatti, l’adattamento organismo/ambiente e la creatività sono in un rapporto di polarità, cioè uno non può esistere senza l’altro. Il cambiamento del nostro atteggiamento verso un determinato ambiente, inizia quando rivolgiamo l’aggressività non più verso noi stessi ma sui nostri introietti. Ma ciò non è ancora sufficiente. Per operare un cambiamento, l’esperienza deve essere vissuta, con la manipolazione dell’elemento resistente, trasformando la tecnica nevrotica, fino ad allora utilizzata, in facilitatore della crescita. L’interesse del sé, il suo impegno e la sua motivazione, risiede nella manipolazione degli ostacoli resistenti per la loro distruzione.

Una conseguenza di tale distruzione sono le emozioni, cioè la consapevolezza integrativa del rapporto organismo/ambiente. La loro espressione ci fa comprendere lo stato del campo, come diveniamo consapevoli delle cose che ci interessano e come esperiamo il mondo. Come si afferma nel PHG, non esiste sostituto alcuno all’emozione.

Nella relazione psicoterapica o d’aiuto, ogni sequenza descritta richiede un lavoro diverso e un’attenzione particolare. La sequenza che va dal contatto al contatto finale, ad esempio, in cui l’Io lascia il campo alla struttura Personalità, il sé è nella fase in cui i sistemi di contatto, fino a quel momento attivati, si risolvono nell’autoconsapevolezza della personalità. “La personalità è ‘trasparente’, la conosciamo fino in fondo, perché è il sistema di ciò che è stato riconosciuto (nella terapia, costituisce la struttura di tutti gli insight del tipo “Aha!”).[13]

È in questo “spazio/tempo” che il lavoro del terapeuta assume una rilevanza specifica per la crescita della personalità dell’individuo.

Sia ben chiaro che in situazioni in cui gli appetiti e il rapporto di figura/sfondo sono così ben definiti nel campo organismo/ambiente, e nessuna alternativa è posta in questione, non ha senso parlare di Es, Io e Personalità, poiché il sé è nella sua naturale attività spontanea e nel middle mode già descritta.

Come si è accennato in precedenza, per il PHG l’Io rappresenta la struttura centrale del sé. La sua azione è cosciente e la sua funzione principale è quella di compiere delle scelte deliberate che identifichino o alienino parti del campo organismo/ambiente. In tale attività consiste l’intenzionalità[14] del sé attraverso l’Io, nel limitare consapevolmente alcuni interessi, percezioni e movimenti per concentrarsi su unità particolari e non disperdere la sua attenzione sull’intero campo. Durante tale attività, l’individuo ha la sensazione di produrre la situazione, di essere il protagonista dell’esperienza. Nel processo temporale dell’interazione figura/sfondo, siamo nella fase del contatto con l’ambiente, in cui la figura progressivamente si va sempre più delineando. Se in questa fase nulla arriva a frapporsi al fluire spontaneo degli eventi, il sé si coniugherà pienamente con l’ambiente divenendo esso stesso figura piena.

La realtà, spesso non è così semplice, tanto meno lineare. Ciò che potrebbe interrompere, in qualsiasi parte del processo, l’eccitazione verso la sua meta, è rappresentato dai pericoli e dalle frustrazioni inevitabili che l’individuo subisce. Ogni interruzione genererà ansia e poi angoscia e, con essa, il tentativo dell’organismo di inibire la pulsione originaria (che non può essere repressa), “dimenticando” deliberatamente, le risposte a tale stimolo. Ad esempio, nell’insonnia il sé, che è pronto a disgregarsi nel rilassamento, viene continuamente “unito” dal dolore provocato da un bisogno incompiuto. Fino a quando il bisogno non sarà appagato, la fissazione manterrà il sé vigile. A questo punto, gli sforzi del sé per rilassarsi e “perdere i sensi” si rivelano, spesso, inefficaci; il tentativo di “addormentare” l’altro (l’altra polarità del sé) che percepisce il bisogno incompiuto, con immagini o fantasie noiose, cioè retroflessioni, fa aumentare, paradossalmente, il livello dell’angoscia presente. Altre volte, queste fantasie hanno lo stesso contenuto affettivo del desiderio inibito, scaricando in parte l’eccitazione e permettendo al sé di entrare in un sonno leggero fatto di sogni, ma pronto a essere interrotto di nuovo. Un altro atteggiamento dell’individuo è di fissarsi (proiettare) su qualche causa pretestuosa (la musica alta, un cane che abbaia, ecc.) la sua aggressività per annientarle, come fosse il problema originario irrisolto. Questo tipo di azione ha un suo effetto, ma non porterà mai l’individuo a un sonno e un riposo appagante. Nella prospettiva gestaltica, quindi, i comportamenti nevrotici sono degli adattamenti creativi di un determinato campo psicologico in cui vi sono delle rimozioni. Il compito del terapeuta è di proporre al paziente, in un determinato modo e in quel presente, il problema che egli non sa risolvere, per offrirgli la possibilità di distruggere e assimilare gli ostacoli che si frappongono al desiderio insoddisfatto, creando modalità di contatto più vitali. L’analisi delle interruzioni alla creatività, è riassunta secondo la teoria del sé, in meccanismi, caratteri e dal tipo d’interruzione che, secondo il momento in cui avviene, avranno determinate caratteristiche. Tali modalità, come già sottolineato in precedenza, sono considerate non più adattive quando l’individuo le attua in modo rigido e pervasivo.

La prima è la confluenza. Nella fase dell’eccitazione primaria, cioè nel contatto preliminare, in cui il funzionamento fisiologico emerge prepotentemente dallo sfondo (con gli stimoli ambientali, i dolori, la propriocezione ecc.) mentre il contatto è pressoché assente e le linee di demarcazione del sé sono poco evidenziate. In questo stato il sé è “diminuito” in uno stato che definiremo “in potenza. Questa contingenza, ovviamente, è il necessario sfondo inconsapevole su cui poggiano i successivi sfondi consapevoli che daranno luogo all’esperienza. L’atteggiamento nevrotico attuato è quello di aggrapparsi all’inconsapevolezza in uno stadio regressivo, infantile e dissociato. In terapia assistiamo a una desensibilizzazione, uno stato di immobilizzazione in cui il paziente tende a manipolare il terapeuta per fargli compiere gran parte del lavoro.

Durante l’eccitazione e prima della consapevolezza, c’è l’introiezione. Questa dinamica testimonia che il sé sta spostando/sostituendo una propria pulsione con quella di qualcun altro. Il comportamento verso l’esterno è rassegnato, la nausea inibita, e la bocca obbligata ad aprirsi nel sorriso; il senso di vuoto lo pervade, poiché non può identificarsi con i propri desideri e neppure alienare ciò che non gli corrisponde. L’individuo si convince che ciò che vorrebbe, ma che non può soddisfare per i “devo-e-non-devo” ingoiati (non masticati, tanto meno assimilati e integrati) non gli piace. La rimozione è divenuta abituale poiché l’inibizione deliberata è stata dimenticata e tale abitudine è inaccessibile per l’azione della formazione reattiva[15] con il capovolgimento dell’affetto. L’atteggiamento verso l’ambiente, allora, è rassegnato, masochistico.

La terza modalità di interruzione della linea di demarcazione è la proiezione, mentre il sé aggredisce l’ambiente. In questo stadio, l’individuo è consapevole e comprende le emozioni che prova, ma non le sente sue e le attribuisce all’ambiente. Il confine organismo/ambiente è, quindi, spostato verso quest’ultimo e l’individuo ha un atteggiamento di deresponsabilizzazione. Il pronome più frequentemente usato da chi proietta è “tu”, “esso” o “loro” al posto di “io” o “noi”. All’origine di questo meccanismo, com’è facilmente intuibile, ci sono gli introietti che generano i sentimenti di autodisprezzo e autoalienazione.

Proseguiamo, ora, la nostra descrizione circa le modalità adattive del sé al suo campo psicologico, descrivendo la retroflessione. Essa è attuata prima del contatto, durante la distruzione e il conflitto. In questa fase l’individuo per paura di ferire o essere ferito non arriva a manipolare l’ambiente e rivolge verso se stesso l’energia destinata all’esterno;le conseguenze di tali ripiegamenti, solitamente, determinano sintomi e malattie psicosomatiche. Nella retroflessione, molto spesso, l’individuo utilizza il pronome riflessivo “mi” (“mi chiedo come faccio a…”, “dovrei sentirmi meglio”, “potrei prendermi più spazio” ecc), in un dialogo interiore con se stesso; proprio per tale ragione, il lavoro con le polarità, in cui la persona può verbalizzare ciò che prova parlando all’altra parte di sé che è sullo sfondo, sembra essere il più idoneo per iniziare, gradualmente, a integrare le sue parti alienate.

L’ultima modalità di interruzione del contatto è l’egotismo. L’individuo è nella fase del contatto finale, in cui elabora e riflette sull’esperienza esperita. La personalità è in un momento di aggiornamento e crescita, in cui il limite del sé si sta spostando. La dinamica nevrotica egotistica è rappresentata, invece, da un’attività di annientamento degli elementi incontrollabili e sorprendenti della realtà, in una “confluenza” deliberata. In un atteggiamento d’isolamento e presuntuosità, il sé non può attingere a quegli elementi di crescita poiché ciò che interrompe il contatto è la paura del nuovo. La soddisfazione indiretta che si può ottenere da questa esperienza e l’incasellamento, cioè la costituzione di un atteggiamento già attuato per eliminare qualsiasi incertezza e novità.

I comportamenti disfunzionali appena descritti, secondo il PHG, sono “tipici” del carattere nevrotico: “voler cambiare tutto senza cambiare nulla”, poiché l’equilibrio trovato, per mezzo di numerosi e faticosi adattamenti creativi, gli permette una vita abbastanza stabile. Per quale motivo, allora, la persona nevrotica dovrebbe decidersi di venire in terapia? “Perché sente di trovarsi in una crisi esistenziale: sente, cioè, che i bisogni psicologici con i quali si è identificato, e che gli sono vitali quanto il respiro stesso, non vengono soddisfatti dal modo di vita attuale.”[16]

Secondo tali affermazioni, sembrerebbe che le identificazioni (gli introietti) possono in qualche modo e, senza un motivo ben preciso e alcun intervento particolare, essere messi in discussione dall’individuo. Che differenze ci sono, quindi, tra gli adattamenti creativi “sani” e quelli nevrotici? Secondo tale teoria, i primi affrontano e assimilano le novità, mentre gli altri sono rigidi e incapaci di appropriarsi della freschezza dall’ambiente. Come può, allora, una persona nevrotica, che (come dice il PHG) non assimila le novità, improvvisamente sentirsi disarmonica e innescare una crisi esistenziale? Perché prima non riusciva a vedere queste situazioni e ora, chissà per quale ragione, può farlo? Da cosa e da chi dipende tale cambiamento comportamentale?



[1] Nietzsche F., Genealogia della Morale, p. 33.

[2] Perls F., Hefferline R. F. e Goodman P., (1951), Teoria e pratica della terapia della Gestalt, Astrolabio, Roma, p.46.

[3] Idem, p.30.

[4] Idem, p. 37.

[5] Perls F. La teoria Gestaltica parola per parola. Ed. Astrolabio, Roma 1980, p.27.

[6] Freud ha usato il termine "Trieb", che nel linguaggio corrente tedesco, tra i vari significati, sta a indicare la pulsione Tale “spinta” si riscontra nel comportamento umano, originata da cariche di energia biologica di origine somatica. La pulsione ha, quindi, un'origine biologica. Le pulsioni, secondo tale teoria, si svilupperebbero in maniera plastica, con un'economia capace a dare soddisfazione e a scaricare la carica di energia somatica, di tipo psicobiologica. Gli elementi costitutivi della pulsione sono: la spinta, la fonte, l’oggetto e la meta.

[7] Kurt Lewin descrive il campo psicologico con la seguente funzione: C=ƒ(PA), cioè per “comprendere o prevedere il comportamento psicologico (C) si deve determinare, per ogni tipo di evento psicologico (azioni, emozioni, espressioni, ecc.), la situazione complessiva del momento, e cioè la struttura e lo stato della persona (P) e dell’ambiente psicologico (A) al momento dato”. Lewin K., (1965), La teoria dinamica della personalità, Giunti, Milano, p.100.

[8]  Idem.

[9] Per onestà intellettuale, relativamente alla definizione del , accenneremo brevemente, ad alcune prospettive oltre a quella descritta dalla terapia della Gestalt, per offrire al lettore una panoramica per sottolineare quanto tale argomento abbia impegnato gli studiosi di psicologia di intere generazioni. Lo studio del Sé nella prospettiva interazionista di G.H. Mead (1934) con i suoi studi sulle differenze culturali individualiste (occidentali) con la visione del Sé autonomo dove viene valorizzata l’unicità della persona e l’esaltazione delle differenze positive rispetto agli altri rispetto e alle culture collettiviste (orientali) con una visione del Sé interdipendente in cui viene valorizzata l’appartenenza al gruppo e la similarità. All'interno del Sé, Mead distingue poi tra il Me, che esprime i comportamenti del gruppo sociale interiorizzati dall'individuo e aventi su di lui la funzione di controllo sociale, e l'Io, che rappresenta la componente di spontaneità e di originalità insita nella risposta dell'individuo all'ambiente e costituisce quindi, la condizione per la modificazione dei rapporti sociali. Heinz Kohut (1971), esponente della scuola di pensiero della psicologia del Sé, focalizza la sua riflessione sul ruolo delle relazioni sociali. Viene così riconosciuta l’esistenza di un Sé passivo che si affermerà autonomamente soltanto tramite l’empatia materna in grado di accogliere le richieste infantili sovraccaricando il Sé del bambino di un investimento narcisistico essenziale. Da questo potenziamento del Sé, all’interno dello scambio diadico, derivano le configurazioni del Sé grandioso e dell’imago parentale idealizzata, ciascuna generatrice di differenti costellazioni narcisistiche. Per Rogers, l’organismo, psicologicamente inteso, è il luogo di tutta l’esperienza e il sé è una parte del campo fenomenico che è disponibile alla consapevolezza. Esso è quel complesso di concetti, di percezioni, di relazioni dell’Io e dei relativi valori attribuiti a tali concetti.  È un complesso, fluido ma coerente, di concetti relativi a se stessi e al mondo circostante che sono disponibili al pensiero consapevole. Oltre al Sé, esiste un Sé ideale, cioè ciò che l’individuo vorrebbe essere. L’uomo ha la tendenza fondamentale all’autorealizzazione, come forza motivante a realizzarsi globalmente, per differenziarsi, divenire autonomi e più socializzati. Oltre a questa motivazione, l’uomo ha due esigenze che si associano a tale pulsione: quella di essere considerati positivamente e l’autoconsiderazione.

Secondo Winnicott il Sé si origina solamente da una condizione in primum di frammentazione della struttura psichica del bambino e da uno stato di reciproca corresponsione di questo con la madre; l’Altro è un altro in cui trovare una risposta positiva e non frustrante, che rassicura e che dà al soggetto un senso di unità e di individualità; Da queste interazioni precoci può emergere il vero Sé grazie alla funzione di supporto offerta dalla madre garante di un’interazione favorevole e in grado di predisporre il supporto necessario al corretto sviluppo del bambino. La madre sufficientemente buona che sa porsi correttamente in rapporto col figlio non è soltanto la madre che rispecchia il figlio, ma è colei che sa anche porsi intimamente in sintonia con le sue emozioni interne. Il falso Sé prende corpo da una distorsione inter-azionale in cui la madre richiede indirettamente al figlio di essere accondiscendente e compiacente come condizione imprescindibile di accettazione. Il problema delle molteplici forme e dei molteplici significati che vengono attribuiti al Sé viene affrontato da Rom Harré (1998), all’interno di una teorizzazione situata tra la psicologia discorsiva e la psicologia culturale, scomponendo tale concetto in tre parti ben distinte: il Sé1, il Sé2 e il Sé3. Per Harré il è una finzione grammaticale necessaria nei discorsi relativi alle persone, e un luogo dal quale percepire il mondo e da cui agire che si caratterizza come sintesi di diverse identità che si alternano all’interno dei molteplici rapporti interpersonali e sociali. Nonostante venga suddiviso Il Sé1 rappresenta il senso di dove siamo collocati, come persona, all’interno dell’ambiente sociale e coincide con l’individualità; il Sé2 costituisce il senso che si ha di noi come qualcosa che possiede un insieme unico di attributi; il Sé3 rappresenta l’insieme delle impressioni che una persona produce su un’altra persona relativamente alle proprie caratteristiche personali. Terminiamo questo breve excursus con l’approccio cognitivista di Neisser (1988) e dei Sé multipli. La riflessione cognitivista si interessa alle forme della conoscenza del Sé, ovvero come ci percepiamo, come ragioniamo sulle nostre esperienze, come diventiamo consapevoli di noi stessi e del nostro agire. Secondo questa corrente esistono cinque tipi di conoscenza del Sé: il Sé ecologico (percezione del Sé in rapporto all’ambiente fisico, alla situazione concreta del momento), il Sé Interpersonale (percepire se stessi coinvolti in un’interazione), il Sé esteso (consapevolezza del Sé che si estende nel passato e nel futuro), Sé concettuale (convinzioni, concetti, teorie che riguardano noi stessi) e il Sé privato (la parte del Sé che non è accessibile o non è condivisa con gli altri).

[10] Nietzsche F.,Genealogia della Morale, p. 77.

[11] Questo termine è utilizzato, nella Terapia della Gestalt, per indicare tutta l’attività muscolare.

[12] Idem, p.37.

[13] Idem, p. 190.

[14] Intesa nel senso comune del termine e non fenomenologicamente.

[15] Idem. p. 250.

[16] Idem, p. 49.