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il silenzio del quotidiano

«Avrei voluto urlare, e ero muto;

la mia religione era un profumo.

Ed eccolo ora qui, uguale e sconosciuto,

quel profumo, nel mondo, umido

e raggiante: e io qui, perso nell’atto

sempre riuscito e inutile, umile

e squisito, di sciogliere l’intatto

senso nelle sue mille immagini […]»

(Pier Paolo Pasolini, La religione del mio tempo)

 

La caverna delle ombre, come ho già detto, è gremita, e a guardare bene, chi è rimasto fuori spinge per entrare e vederle meglio. E’ un mondo alla rovescia o semplicemente il mondo che si merita l’uomo, e molte volte si ha il desiderio di dare un bello spintone a tutta quella gente che si agita per ottenere un posto in prima fila, e chiudere l’entrata con una pietra pesante.

Chi protesterebbe?

La tragicità non sta nel fatto che da migliaia di anni sia cambiato poco o nulla, ma che a pochissimi venga la voglia di urlare che «questa non è vita!»

«Così viviamo tutti! – ci appropriamo avidamente delle cose con occhi insaziabili poi con altra avidità prendiamo di esse quel che ci piace e ci serve – e infine lasciamo il resto, tutto quello che il nostro appetito e i nostri denti non hanno voluto – agli altri uomini e alla natura, ma soprattutto quello che abbiamo divorato senza poterlo assimilare: i nostri escrementi. In questo siamo benefattori instancabili e per niente avari: noi concimiamo l’umanità con il non-digerito del nostro spirito e delle nostre esperienze»»[1]

Chi di noi non si è sentito spesso un benefattore o, ancor più, un beneficiato? Da questa prospettiva la vita assume un aspetto d’immensa discarica dove chi è più fortunato può sfruttare per sé del materiale di prima mano.

Una gara animalesca a ciò che c’interessa maggiormente; che sia cibo, ideali, valori per Nietzsche sembra non fare differenza. E se fosse proprio così la vita? La nostra esistenza non può risolversi soltanto nella soddisfazione o nell’appagamento di  bisogni più o meno alti. La vita non può essere dominata soltanto dall’istinto del più forte e dall’interesse, altrimenti non potrei spiegarmi l’altruismo, l’empatia e la carità.

E allora cos’è vita?

All’uomo moderno non servono il pianto invisibile dei grandi poeti gettati nelle trincee e dimenticati da Dio[2], tanto meno il linguaggio e lo spirito dei filosofi contemporanei sempre più distanti dall’esistenza quotidiana, dalla globalizzazione della disperazione ma la forza del gesto comune.

L’intelligenza dell’uomo è una via a due sensi: da una lato lo porta all’esaltazione e lo destina a circumnavigatore dell’esistenza, dall’altro, gli mostra il pericolo e lo può  ridurre ad animale da tana. Non ci sarà da meravigliarsi se un giorno ogni «casa» verrà costruita sotto terra, al sicuro dalla luce, e forse l’uomo, più che ritornare scimmia, sarà destinato a divenire un ratto.

I più popolari programmi televisivi oramai non raccontano che questo tipo di esistenza: tutti stipati in luoghi dove si vive segregati per intere settimane.

Tutti contenti e nessuno protesta. Questa è la massa d’elité.

«Oh dissennata triste bestia, l’uomo!» [3]

Visto dall’alto il nostro pianeta è bellissimo, le sue tonalità d’azzurro e il movimento delle grandi perturbazioni perfette e tutto questo è nulla in confronto a ciò che si può osservare vivendoci sopra. Oceani, fiumi, le grandi foreste, i vulcani, l’urlo delle tempeste…. Per comprendere l’uomo dovremmo fare altrettanto. L’individuo non è la massa, la cerca, la costituisce ma non può essere assimilato ad essa; quella moltitudine di persone che si affanna in modo così insensato e apparentemente scevro d’amore non riflette minimamente la bellezza che ogni individuo ha in sé.

 

 

L’uomo ha delle «nuances» che non si possono mantenere tali quando si diluiscono nell’incolore moltitudine, ed il dolore che una sola persona prova, non si potrà mai confrontare al medesimo patito da intere popolazioni. Un morto desta interesse più di una strage proprio perché l’autentico pathos ha un rapporto di uno ad uno.

E’ pur vero che ci sono degli individui più inclini al sociale ed altri meno. Il saggio difficilmente segue i sentieri più battuti e il pavido non vorrebbe mai rimanere solo. Questi due uomini[4] (l’uomo-solitario e l’uomo-massa) si costruiscono regole diverse dagli albori dell’umanità. L’uomo-solitario segue le virtù che il suo stesso spirito ha edificato, l’uomo-massa le stabilisce dopo aver esperito situazioni convenienti e soprattutto sconvenienti. Egli cerca di costruirsi una società che funzioni come un gran paraurti, mantenendosi sempre distante dai margini per evitare le botte più forti.

L’uomo-solitario si distacca dal gruppo cercando altrove l’aria più pura.

Entrambi, in ogni caso, finiscono per essere fagocitati dalla comunità in modi e tempi differenti: l’uomo-solitario ha necessariamente enormi difficoltà ad omologarsi e spesso rinuncia a tutta la sua esistenza pur di non inquinare una sola cellula del suo essere. Altre volte abbandono la sua solitudine e torna nella caverna da dove era partito, gridando nelle orecchie di coloro i quali non si sono mai risvegliati; l’uomo-massa difficilmente si persuade e volge lo sguardo, poiché il suo sonno è profondo e il sogno di vita che sta facendo è incredibilmente reale. Qualcuno avrebbe dovuto svegliarli da piccini. Il potere purtroppo non è l’atto ed il saggio il più delle volte è costretto ad arrendersi. L’immensa frustrazione nasce quando per cercare di comprendere il comportamento umano si è costretti a saltare direttamente alla dimensione moltitudine, esaminando indici, percentuali  e grafica, avvelenando il giudizio e perdendo di vista l’individuo.

Questo accade soprattutto quando si parla di Educazione.

E’ meglio educare il singolo per inserirlo nel modo più efficiente nella collettività, riducendolo quindi a probabile funzione, o mantenere come obiettivo primario  la sua piena realizzazione prescindendo dalle regole sociali?

La maggioranza spessissimo decide per il singolo, e quest’entità, così forte, così risoluta non è altro che un simbolo senza referente, uno schiacciasassi messo in moto dall’uomo per ridimensionare l’uomo.

Ma chi non sarebbe disposto a rischiare tutto il tempo che ha per seguire da vicino l’insegnamento degli uomini-solitari e di vivere finalmente in una polis costituita da uomini-solitari-per-la-massa? Pochi, molto pochi.

Il sogno è una cosa e la realtà è altra. Socrate insegna.

Ma cosa c’è dato fare, quali strumenti possiamo offrire ai nostri figli affinché non accettino il silenzio della rassegnazione, dell’abitudine e dell’indifferenza?

Tutti i più grandi uomini hanno utilizzato principalmente il loro intelletto, e successivamente il loro talento, per dare al mondo qualcosa che prima non esisteva. Soltanto la mente può percepire lo splendore della vita e le magnificenze dalla terra; soltanto lei può trasformare l’apatia in empatia, l’indifferenza in rivolta e illuminare con le sue nuances, l’esplosione delle idee, una nuova alba per il mondo. La creatività dell’uomo nasce dalla possibilità di utilizzare come meglio può le proprie capacità e questo agire, segmento dopo segmento, può condurre soltanto all’amore per l’uomo.



[1] AA.VV. (1999), Friedrich Nietzsche , L’innocenza del divenire Antologia dai frammenti postumi 1869-1888, p. 216.

[2] Ungaretti, San Michele.

[3] Nietzsche F., Genealogia della Morale, p. 107.

[4] Ben inteso che tale ragionamento non vuole esaurire attraverso la descrizione di due macro categorie tutta l’umanità, poiché non ci sono etichette a sufficienza da poter mettere a tutto il genere umano, ma intende soltanto essere una semplice provocazione.

 

 

 

Fig. 1