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La base trasmissibile


«Il con-essere determina essenzialmente l’Esserci anche qualora, di fatto, l’altro non sia né presente né conosciuto. Anche l’essere solo dell’Esserci è un modo di con-essere nel mondo».[1]

 

Quando uno scrittore o un poeta, dal profondo della sua segretissima interiorità, con segni ancor più segreti, trasforma il suo pensiero in materia, ovvero descrive cose capaci di rievocare dal fondo di altre coscienze realtà somiglianti alla sua, in quel momento, le sottostanti essenze invarianti, le basi collettive - empaticamente – si sono trovate. Questa azione, un atto tanto libero quanto contagioso, dovrebbe convincere che l’educazione non si può avvalere di strumenti come la costrizione, il convincimento con mezzi psicologici e fisici, o tanto meno del trasferimento di saperi.

«Di conseguenza, mentre la comunicazione di conoscenze, considerabile come trasfusione poetica, non impone la conduzione di un effettivo esserci della mutualità attuale, la comunicazione a livello di osmosi di essere impone la disposizione fondamentale alla mutualità: aprirsi alla possibilità di contagiare, ma, nel medesimo tempo, esser nell’atteggiamento di poter efficacemente rimaner contagiato».[2]

La base trasmissibile rappresenta quel nucleo profondo, oltre ogni sovrastruttura, potenzialmente presente in ogni essere umano.

Potranno, i malvagi, coloro i quali vivono considerando gli altri come oggetti o sono completamente ciechi all’altro,[3] ritrovare il loro nucleo sbaragliando le fortezze che li separano da esso, oppure dobbiamo pensare che quell’ultimo baluardo dell’anima sia andato distrutto per sempre? Chiunque può riscattare la propria esistenza in qualsiasi momento della propria vita? Uno dei compiti fondamentali dell’educazione è proprio quello di non permettere la formazione di sovrastrutture ed il loro successivo indurimento, poiché l’anima non deve indurirsi ma indurarsi[4], ovvero deve costantemente togliersi di dosso quello strato di sporcizia che può,  in ogni momento, inquinarla.  Anche nell’atto più ignobile, nell’omicidio e nel delitto, l’uomo può (probabilmente) mantenere accesa la flebile fiammella della sua base profonda pronto a rivoluzionare, con un singolo atto e in qualsiasi momento, completamente tutto.

«Và subito fuori, in questo stesso istante, fermati al crocicchio, prosternati, bacia prima la terra che hai insozzato, e poi prosternati davanti a tutto il mondo, in tutte e quattro le direzioni, e dì a tutti, a voce alta: “Ho ucciso” Allora Dio ti restituirà la dignità».[5]

La possibilità di riscatto dipende dal tipo di «socialità» fin dai primi giorni esperita dall’individuo, ovvero da come l’altro gli abbia comunicato la vita.

L’esistenza crea l’irreversibile scorrere del tempo, e ritrovare il punto in cui si è compiuto il salto - nel bene e nel male – per determinare quali siano stati i fattori scatenanti per applicarlo ad una possibile nuova umanazione, non avrebbe alcun senso, poiché nulla nell’uomo può ripetersi. Ciò che può, dunque,  trasformare un individuo in una persona, è la capacità di accettare principalmente le proprie mancanze, i valori che non si possiedono, le qualità che non si potranno mai avere poiché ammettere tutto ciò vuole dire già averlo compreso attraverso l’altro, con la comune misura determinata dall’immaterialità dell’anima. Ma dove trovare uomini capaci di trasmettere in un contesto educativo anche l’immateriale, il senso della trascendenza? Come riconoscerli? Persino Nietzsche, nella sua più assoluta solitudine, andava cercando con disperata fiducia un uomo capace di questo, un altro spirito simile a lui.[6]



[1] Heidegger M. (1970). Essere e Tempo, Milano, Longanesi.

[2] Ducci E., Essere e Comunicare, p. 205.

[3] Sartre J. P., Essere e Nulla,  p. 431.

[4] Medici K., (2003-4), Indurare l’animo può guarirlo? , Tesi di laurea non pubblicata, Scienze della Formazione, Libera Università Maria SS. Assunta di Roma.

[5] Dostoevskij F., Delitto e Castigo, Torino, Einaudi, 1988. p. 472.

[6] «Ma a chi lo racconto questo? Dove sono questi “spiriti liberi”? Ce n’è qualcuno fra noi?Mi guardo attorno: chi c’è che pensa, che sente come me in queste cose? Che vuole ciò che vuole la mia volontà più segreta?». AA.VV. (1999), Friedrich Nietzsche L’innocenza del divenire. Antologia dai frammenti postumi 1869-1888, 36, 10 [1885]