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LA FENOMENOLOGIA di EDMUND HUSSERL (1859-1938)

(Roberto Minotti)

 

La cornice storica


L'epoca tra l'800 e il '900, si caratterizzò per la radicale trasformazione che investì ogni ambito della società occidentale. In questo periodo le invenzioni e i progressi della tecnica e della scienza furono talmente rilevanti e senza precedenti, da rivoluzionare non soltanto il modo di vivere e le abitudini, ma anche il modo di percepire e osservare se stessi. Basti pensare alla scoperta dell’energia elettrica, che trasformò il ritmo della vita e i naturali cicli circadiani, portando la luce in una notte millenaria, o le invenzioni del telefono e della radio, che non soltanto stravolsero lo stile comunicativo globale, ma innescarono un processo irreversibile, annullando spazio e tempo tra popolazioni e reinventando il modo di scrivere la storia. Tra le molteplici, ci sembra ovvio accennare ad altre due grandi scoperte, che fanno la loro comparsa proprio nel primo anno del XX secolo, e che, senza dubbio, condizioneranno l’esistenza umana: la teoria dei quanti, con la costante h da parte di Max Planck, e la psicanalisi, con l’interpretazione sui sogni di Sigmund Freud. E’ sconcertante considerare come, in un brevissimo tempo, tutto questo si è potuto pensare e poi realizzare e, proprio per tale ragione, più di ogni altra cosa, il vero protagonista di quegli anni fu il diffuso stato di ottimismo, la convinzione assoluta nell’uomo e nelle sue sconfinate risorse, la volontà di potenza descritta da Friedrich Nietzsche, che morirà proprio in quell’anno, è il vero spirito guida della prima metà del ‘900. Siamo nella bella epoche, in cui, progressivamente, i contesti sociali, produttivi e scientifici, si plasmano e si adattano ai desideri dell’individuo moderno, divenendo l’unico habitat possibile per lui e per le future generazioni.

Eppure, paradossalmente, proprio in quel periodo, i movimenti filosofico-culturali iniziano a porre in evidenza i limiti del positivismo, il pensiero che aveva sostenuto questa energia collettiva, il dominio della natura attraverso la scienza, considerato troppo schematico ed astratto, distante dalle tematiche umanistiche. Già nel 1911, Hedmund Husserl scrive il manifesto della fenomenologia “La filosofia come scienza rigorosa”, un nuovo modo di fare filosofia, descritta dallo stesso fondatore come pratica filosofica in continuo completamento. Ciò che guida tale programma è proprio il tendere alla realtà, al suo vissuto originario, poiché il mondo precede qualsiasi forma di analisi. L’atteggiamento fenomenologico è quello di descrivere le cose che ci accadono in uno spazio esistenziale e in un tempo continuamente aggiornato da una coscienza unificatrice e non di spiegare o di analizzare il mondo. L’intenzionalità, l’osservazione descrittiva della realtà e l’esperienza nel presente, sposta il focus dall’oggettività alla soggettività, dall’astratto alla corporeità del fenomeno, dalla teoria da comprovare alla datità fenomeno. Misurare e quantificare cosa accade tra noi e il mondo si svuota di senso; ciò che ora si vuole conoscere è il come.

Chiedersi quale sia stato il “sentire” profondo, l’impulso che abbia spinto il pensiero fenomenologico Husserliano a divenire figura in un contesto apparentemente sfavorevole, è difficile da comprendere. Il primo conflitto mondiale, con milioni di morti, l’orrore senza nome, sembra annichilire il pensiero occidentale, mettendo in discussione la stessa logica umana, così misteriosa da potersi trasformare da grande bellezza ad infinità ferocia.

La civiltà moderna, in un’era d’illusorio progresso, annulla così la straordinarietà delle opere prima descritte, rivelando il suo lato ombra; qualche anno dopo la follia inespressa dell’uomo occidentale, si incarnerà, ancora con più prepotenza, in uomini capaci di accoglierla ed agirla.

Tutto questo sarà descritto dall’esistenzialismo ontologico di Martin Heidegger, e quello dell’assurdo di J. P. Sarte e A. Camus, eredi dell’approccio fenomenologico di Husserl.

Intanto, nel 1940, quando Fritz Perls scrive “l’Io la fame e l’aggressività” (che sarà pubblicato due anni più tardi), prima radice della psicoterapia della Gestalt, il secondo conflitto mondiale è in pieno svolgimento, Sigmund Freud è morto da quattro anni, e l’umanità è di nuovo in balia di se stessa.



La psicoterapia della Gestalt nel postmodernismo

(Roberto Minotti)

 

 

La Psicoterapia della Gestalt, come ogni altro modello teorico, è la risposta ad un urgenza che emerge da un contesto socio-culturale ben determinato.

Nel 1951, la Psicoterapia della Gestalt con “Teoria e pratica della Terapia della Gestalt” pubblica il suo testo fondamentale, in un periodo in cui il modernismo, come atteggiamento di progressivo affrancamento dal passato, dai suoi valori ritenuti obsoleti e dagli errori commessi, rappresenta il pensiero dominante.

È un periodo in cui la creatività e il desiderio di ritrovare la propria soggettività, per troppi anni eclissata, riemerge prepotentemente dallo sfondo, e il paradigma gestaltico sembra poter dare voce ad emozioni come la rabbia e l’aggressività. Rimangono storici i seminari a Big Sur, in California, presso l'Esalen Institute; in cui l’esperienza, l’espressione delle emozioni più represse, la presa di consapevolezza e l’autoaffermazione divennero i nuovi imperativi categorici.

Il cittadino della seconda metà del XX secolo riscopre la propria autonomia, la responsabilità verso la propria libertà, comprendendo che per accrescere la propria personalità, è necessario un rapporto dinamico con l’ambiente. L’individuo e i suoi desideri trovano un pieno soddisfacimento in un contesto storico che sembra finalmente in grado di esaudire tale volontà. Alla fine degli anni ’60 le nuove generazioni si liberano dai legami culturali, mettendo in crisi tutto il sistema normativo e politico. È l’alba dell’era della comunicazione in tempo reale e dell’interconnessione tra popoli e, al contempo, il tramonto del modernismo. Sono i personal computer, i mass-media e l’avvento di Internet, a trasformare la persona in soggetto individuale, rivoluzionando completamente tutto: i confini fisici, lo spazio e il tempo, e poi quelli psicologici si riducono sempre di più, fino a fondersi l’uno con l’atro, sancendo l’epoca della percezione globale. Paradossalmente, in un periodo in cui tutto confluisce in un’unica forma, il ground si sgretola.

I centri di gravità permanente attorno ai quali i valori e i saperi convergevano scrivendo la cultura e la storia, svaniscono; ogni sito, ogni portale o social network diviene una possibile αγορά individuale, da cui esprimere valori e pensieri in solitudine.

“Nella nascita di una società postmoderna un ruolo determinante è esercitato dai mass media; che caratterizzano questa società non come una società più “trasparente”, più consapevole di sé, più “illuminata”, ma come una società più complessa, persino caotica e, infine, che proprio in questo relativo “caos” risiedono le nostre speranze di emancipazione”. Gianni Vattimo confermando la visione multipolare dell’individuo post moderno in una società complessificata, ci dà nuove coordinate per comprendere l’evoluzione culturale per i prossimi decenni. Se la frammentazione dello sfondo collettivo determina uno spaesamento e nuovi malesseri, lo stesso caos può certamente rappresentare una risorsa, se letto con una diversa consapevolezza. Resta da chiederci se un modello teorico come quello gestaltico possa calarsi completamente in una realtà che in qualche modo contraddice la sua stessa definizione, la buona forma, o se tale paradosso non costituisca già un elemento di auto e meta analisi.

Già domandarsi per quale ragione, da noi psicologi, l’instabilità è considerata un deficit e la frammentazione un disagio, vuol dire porsi immediatamente su un ground mutevole, sbaragliando il campo da ogni euristica o introietto, per giungere ad una comprensione più autentica dei vissuti che ci narrano i nostri pazienti. La relazione terapeutica è un viaggio che si fa in due, ed è impensabile credere che sulla stessa barca in cui l’uno soffre il rollio, l’altro si senta stabile come sulla terra ferma.

La Gestalt Therapy, attraverso i concetti come: adattamento creativo, multipolarità del sé, continuum di consapevolezza e ascolto empatico, è certamente in grado di accogliere concretamente la dimensione fluida dell’uomo post-moderno e delle sue forme di contatto istantanee e apparentemente sconnesse.

 

 

 

La fenomenologia dell’intenzionalità

(Iolanda Gaudiosi, Roberto Minotti)

 

Dal punto di vista clinico la consapevolezza è il principale strumento terapeutico. La consapevolezza è l’abilità di concentrarsi su ciò che esiste, attuale nel presente, ovvero l’essere in contatto con la propria esistenza. Ai nostri pazienti chiediamo di esprimere ciò di cui sono consapevoli in quel momento. Hedmund Husserl direbbe dalla “datità” del mondo, lasciando che il fenomeno riempia il nostro orizzonte. In questo modo, il paziente, impara gradualmente che ciò di cui è consapevole, rappresenta ciò che realmente esiste per lui. Non c’è una realtà giusta o sbagliata. Ciò che è, è. Fritz Perls propone il concetto di consapevolezza universale come ipotesi utile che si oppone al trattare noi stessi come cose. Noi siamo consapevolezza piuttosto che avere consapevolezza. La consapevolezza, la coscienza o l’eccitazione sono esperienze simili e rappresentano le dimensioni che vorremmo più di altre esaminare in questo lavoro. Con l’ipotesi di una consapevolezza universale, una coscienza unificatrice, ci apprestiamo a considerare noi stessi in modo vitale in una presentificazione sempre aggiornata, nell’hic et nunc, e non a teorizzare intorno ad una mente, su concetti astratti come un Io, un Super-Io e così via (Perls, 1976). Alla luce di questi assunti metodologici al terapeuta della Gestalt è richiesto uno “sforzo” in più da compiere nel processo terapeutico, quello di essere presente, principalmente, a se stessi, in un dasein riflessivo e descrittivo, partendo sempre dalle proprie sensazioni e propriocezioni.

Il presupposto che fra terapeuta e paziente esiste una relazione asimmetrica e che il potere trasformativo della psicoterapia si fonda proprio sulle caratteristiche specifiche di questa asimmetria, rimane intatto e non pregiudica affatto il processo di co-creazione del tra. E’ grazie ad essa che la persona che chiede aiuto si trova di fronte un professionista in grado di regolare il proprio modo di entrare in relazione, sapendo indietreggiare con la propria persona e avanzare con la propria presenza, modulandosi con i bisogni del paziente, al fine di creare le condizioni più utili per elaborare le modalità e i contenuti portati. La dinamica figura-sfodo, l’autoregolarsi organismico in un’omeostasi costante, costituisce la gestalt in cui l’esperienza terapeutica si realizza. La questione delicata è, quindi, definire questa asimmetria nel modello gestaltico. Solo negli ultimi decenni si è affermata, in ambito psicologico, una concezione del setting come di un campo bipersonale e si è prodotta una descrizione del dialogo clinico che identifica un andamento a spirale. Si è arrivati a considerare i due componenti la coppia terapeutica, come contemporaneamente coinvolti nell’attualità dello stesso processo. Ciò significa che il comportamento di nessuno dei due protagonisti può essere compreso senza prendere, contemporaneamente, in considerazione quello dell’altro. In questo bifrontismo, il campo psicologico si energizza, regolando i livelli di eccitazione di entrambi, in un rapporto dinamico. Si è progressivamente affermata la concezione secondo la quale il dialogo clinico può essere descritto da un andamento a spirale, costituito da sequenze di interazioni comunicative fra loro concatenate, che si susseguono nel tempo e che, progressivamente, ampliano e approfondiscono i contenuti sui quali paziente e psicoterapeuta dialogano. E’ la singola interazione a orientare quanto accade successivamente, divenendo, quindi, l’unità di analisi dell’intero processo. In questa prospettiva, le comunicazioni del paziente non sono più considerate, soltanto, espressione di un mondo interno di significati, e le attribuzioni sullo psicoterapeuta, come esito di una dinamica transferale, ma degli adattamenti creativi prodotti dall’incontro tra due persone in relazione. La fenomenologia che ne emerge non è più una datità individuale, ma qualcosa che si crea con la responsabilità di entrambi. Ciò che accade nel colloquio è qualcosa che prende forma soltanto presente, dai significati soggettivamente attribuiti all’andamento delle diverse sequenze, spontaneamente e in modo imprevedibile. Sequenze che avvengono, naturalmente, all’interno di un contesto specifico. La fenomenologia della relazione ci testimonia che, nonostante l’asimmetria dei ruoli, un’influenza si verifica in entrambe le direzioni e accompagna ogni intervento di entrambi. Questa diversa concezione dello scambio comunicativo porta necessariamente a ripensare le funzioni dello psicoterapeuta. Egli, ora, è dentro la relazione in modo più pieno e consapevole, gli viene riconosciuta un’assertività e un’ influenza che non possono più permettergli processi di deresponsabilizzazione rispetto a quanto accade, sia rispetto alle caratteristiche del materiale che emerge, così come alla qualità del rapporto, fino ai possibili momenti di regressione e peggioramento sintomatologico del paziente. Il primo strumento terapeutico è, perciò, egli stesso. Nella ricerca di contatto con l’altro, nel continuum di consapevolezza, l’osservazione fenomenologica e l’intenzionalità del terapeuta devono partire, necessariamente, da un auto processo di esplorazione, se si vuole sbaragliare il campo da possibili confluenze e introietti iniziali. Osservando l’altro e ascoltando la sua narrazione, consapevolmente o inconsapevolmente, qualcosa ci accade, qualcosa ci cade addosso. È il pathos “sentito”, che ci svela che qualcosa, in quell'hic et nunc, è accaduto (Waldenfels B. , 2011). Sarà poi la consapevolezza del terapeuta, frutto dell’intenso lavoro fatto principalmente su se stesso, a trasdurre quella sensazione che emerge da uno sfondo indistinto, in una figura emotiva, in un tempo sempre più breve. Altrimenti, senza una tale “coscienza”, lo iato tra pathos e risposta, creerebbe una frattura incolmabile nella relazione terapeutica. La discriminazione, in ogni dato momento, quale parte nucleare della reazione con il paziente, tra gli “introietti” evidenti da quelli che esprimono un vissuto chiaro, di fronte ai comportamenti dello psicoterapeuta, ci introduce il concetto di neutralità, costruito dall’intendere un’obbiettività certa e garantita, con l’idea di creare un posto al paziente dentro di sé, non confondendosi con lui.

Tale distanza ci riconduce al concetto di estraneo introdotto dalla fenomenologia contemporanea. Infatti, “fino a quando ci ostiniamo a trattare l’estraneo come un “qualcosa” o un “qualcuno” d’ordine direttamente accessibile e definibile, che ci sta là di fronte senza troppi problemi, lo mancheremo fin dall’inizio.” Il mantenere questa separatezza, implica la capacità da parte del terapeuta di conservare la lucidità di fronte alle intuizioni che suscita il mondo interno del paziente, attraverso meccanismi, quali per esempio la proiezione; nella stessa misura, non si dovrebbe misconoscere la possibilità d’influenzare con il proprio modo di sentire ed essere, e con i propri comportamenti, l’altro che è davanti a noi. Quest’atteggiamento di considerare il processo comunicativo, entro il setting, porta ad una maggiore umiltà da parte del terapeuta che non assume più una posizione di privilegio, con una pseudo inviolabilità nell’interazione con il paziente, ma che convalida eticamente le sue precise competenze, tra cui, la capacità di imparare dalle risposte del paziente. Questa consapevolezza sarà l’humus su cui trarranno sostegno e nutrimento le radici di entrambi, il campo psicologico ed esistenziale in grado di far sviluppare, ogni volta e in una gestalt sempre rinnovata, la relazione terapeutica.

  

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