La gestalt dialogica©

Le oscillazioni del sé

le strutture dinamiche relazionali©


di Roberto Minotti (2015)   

Introduzione


L’uomo è spirito. Ma che cos’è lo spirito? Lo spirito è L’io. […] L’uomo è una sintesi dell’infinito e del finito, del temporale e dell’eterno, di possibilità e necessità, insomma, una sintesi.”[1] 

Qual è l’aspetto caratteristico della vita? Quand’è che noi diciamo che un pezzo di materia è vivente? Quando esso va “facendo qualcosa”, si muove, scambia materiali con l’ambiente e così via, e ciò per un periodo di tempo molto più lungo di quanto ci aspetteremmo in circostanze analoghe da un pezzo di materia inanimata […] Come fa un organismo vivente a evitare il decadimento? La risposta è ovvia: mangiando, bevendo, respirando […]. Il termine tecnico è: metabolismo”.[2]

La vita è trasformazione e conservazione, creazione e distruzione, accrescimento e stasi, attività e inerzia. La storia dell’essere umano oscilla tra queste apparenti dicotomie, un pendolo esistenziale, in cui l’ansia del divenire, che costituisce l’energia vitale della sua essenza, stimola le sue capacità, ne affina le abilità e accresce le sue conoscenze. Tuttavia, soltanto il rapporto interumano, la relazione con i propri simili può far sviluppare le sue competenze superiori.

La situazione attuale, dobbiamo ricordarcelo, è sempre un esempio di tutta realtà passata o futura. Essa contiene un organismo, un ambiente e un bisogno che si sta sviluppando.”[3]

Ma la realtà è veramente questa? L’esistenza dell’essere umano è davvero così lineare?

Probabilmente, la vita della persona è qualcosa più dell’interazione organismo/ambiente, del risultato di interruzioni, resistenze o del soddisfacimento di bisogni. Il mistero dell’esistenza, il suo impenetrabile dedalo, da qualsiasi prospettiva si osservi, resta il vero non-senso che l’uomo non sa risolvere. Perché la vita invece che il nulla? Tutte le restanti questioni, la paura, il dolore, la sofferenza, l’amore, persino la morte, sembrano non essere altro che emanazioni secondarie del grande vuoto in cui si ripete, come un’eco senza fine, questa gestalt incompiuta. Nel rumore incessante del tempo, in cui da sempre gira la ruota dell’uomo, l’unica voce degna d’essere ascoltata è quella dell’anima che cerca se stessa in un’altra anima. Ed è proprio questa interconnessione con i nostri simili, che la persona umana avverte come slancio per un’alterità che è, al tempo stesso, e altro da sé, a disegnare, nel bene e nel male, la forma della vita. Se per il PHG[4] le risposte al comportamento umano si trovano nel campo, per la realtà appena descritta non ci sono risposte definitive e ciò rappresenta lo stato della condizione umana, il problema per eccellenza, la gestalt che, inconcepibilmente, lascia aperte tutte le altre gestalt.

Nel presente lavoro cercherò di riprendere e sviluppare alcuni concetti partendo dal testo su cui poggiano i fondamenti teorici e il metodo della terapia della gestalt “The Gestalt Therapy – excitement and growth in the human personality” del 1951, con l’intento di integrare e aggiornare una teoria comunque attuale, considerando il momento storico che stiamo attraversando.

In una società globalizzata, in cui i confini tra i popoli sono stati “finalmente” rimossi, in nome di una libertà uguale per tutti, e la relazione della persona con i propri simili e con il suo ambiente è inesorabilmente scivolata sullo sfondo, l’approccio gestaltico rappresenta, con i concetti di confine di contatto, campo organismo-ambiente, spontaneità, grazia e responsabilità verso la propria vita, uno tra gli orientamenti più in sintonia con i bisogni incerti dell’uomo postmoderno.

La nostra società appare sempre più nevrotica perché in questo buffet percettivo-emotivo, offerto dalla compulsività post-moderna, l’individuo non è in grado di organizzare il suo comportamento in conformità a una gerarchia necessaria di bisogni. La possibilità illimitata di cambiare tutto simultaneamente, ha condotto la società alla frammentazione, in un capovolgimento continuo dei significati e dei valori. L’apparenza non è più l’essenza[5], ma un rimando a una serie di entità idealizzate, a immagini indistinte, a nomi vuoti senza referenti. È l’epoca delle immagini del mondo[6], in cui la comunicazione per icone ha invaso uniformemente il globo, le immagini virtuali e le cose reali tendono a sovrapporsi e a fondersi, confondendo la coscienza umana che vive un profondo senso di disagio. L’approccio fenomenologico, che rimane uno dei capisaldi filosofici della Terapia della Gestalt, dovrebbe tener conto di questo movimento e spaesamento fenomenico, che si inserisce nel rapporto organismo/ambiente, stressando i sensi, la percezione, il flusso di coscienza e, con essa, l’intero processo di figura/sfondo. La nuova sfida, per coloro i quali vogliono cogliere pienamente le sensazioni che arrivano da questo sfondo agitato, è comprendere come proseguire il “viaggio” con nuove coordinate, non più disegnate dai quattro punti cardinali, ma da una bussola multipolare, uno sfondo di mega pixel. Se fino a poco tempo fa ci si affidava a legami sicuri, valori stabili, figure di riferimento luminose come fari, in quest’ultimissimo periodo, siamo entrati definitivamente nell’era del micro appoggio, dell’esile conforto, del sospiro relazionale. Eppure, nonostante tali criticità, crediamo che demonizzare le tecnologie dell’informazione, gli strumenti informatici, i network e gli stessi media, sia tanto banale quanto limitante. Questi strumenti, infatti, costituiscono una rivoluzione per ciò che riguarda lo stile comunicativo e la stimolazione della capacità manipolativa e associativa del bambino fin dai primissimi anni; tali strumenti, se mediati costantemente da una figura di riferimento, e inseriti in progetti educativi, consentirebbero uno sviluppo di domini, processi e pattern della mente, probabilmente inediti.

In ciò consiste l’era della complessità, in cui la persona umana è stimolata incessantemente non più da un’unica realtà, ma da insiemi di realtà in interazione tra loro.

In questo panorama, un metodo psicoterapeutico, che possa ritenersi valido, deve comprendere e persino anticipare tale fermento, poiché il suo compito non è soltanto ristretto alla cura, ma soprattutto all’educazione, all’etica e alla politica. Dovremmo metterci in discussione più spesso, osservando la complessità dei fattori che costituiscono il campo in cui l’individuo contemporaneo vive e svolge la sua attività, studiando nuove vie, confrontandoci con altri approcci, altre discipline e altre culture, in quanto le divisioni disciplinari “limitano la capacità conoscitiva della scienza perché se quest’ultima è divisa in discipline, la realtà non lo è. Essa è un insieme di fenomeni diversi, ma collegati tra loro, e spesso la spiegazione dei fenomeni studiati da una disciplina, va cercata in quelli studiati da un’altra”.[7]

Per tale ragione le griglie di lettura, i grafici che descrivono curve o i cicli, i livelli o le tassonomie sembrano non poter più rappresentare la realtà concreta della persona del terzo millennio.

Approfondiremo alcuni concetti descritti da Paul Goodman nel PHG, sviluppandoli e integrandoli con le recenti prospettive di Spagnuolo Lobb (lo sviluppo polifonico dei domini), con l’Infant Research, la teoria storico-culturale e dell’attività, l’approccio interazionista di Jerome Bruner e con quello che ho indicato con il termine di strutture dinamiche relazionali, per avere una più ampia e profonda comprensione del disagio che l’individuo esperisce in quest’era, ma, soprattutto, della felicità che potrebbe raggiungere e del benessere che dovrebbe mantenere attraverso relazioni umananti.

In questo lavoro proporrò, dunque, delle integrazioni teoriche a quella della cosiddetta “gestaltica ortodossa”, soprattutto per ciò che riguarda i momenti d’interruzione al contatto, il concetto di adattamento creativo e di polarità. L’idea di integrare il metodo gestaltico è nata osservando, negli ultimi anni, i casi clinici e le esperienze fatte nei gruppi, che giorno dopo giorno hanno confermato le nostre ipotesi, dimostrando che il comportamento “disadattivo” è più spesso figlio di competenze relazionali non adeguatamente trasmesse o sviluppate, che di blocchi lungo il ciclo di contatto determinati dagli introietti rimossi. Alla perdita delle funzioni dell’io, contrapporremo il concetto di capacità e competenze inespresse, conoscenze non sufficientemente apprese, così come alle modalità di interruzione al contatto, proporremo i momenti di sintonizzazione, accordo, armonizzazione, risonanza e armonia del sé e delle sue possibilità estetiche. Descriveremo le qualità dell’io, la sua polifonia e poliedricità, che si manifesta con eufonie e espressioni antropomorfe. Mostreremo come tutto questo si possa e si debba tradurre in prassi e metodo, per un approccio il più possibile dialogico, educativo e paideico.



[1] Kierkegaard S., (2002), La malattia mortale, Mondadori, Milano.

[2] Schrödinger E., (1944), Che cos’è la vita, Adelphi, Milano, 1995, p. 120.

[3] Perls F., Hefferline R. F. e Goodman P., (1951), Teoria e pratica della terapia della Gestalt, Astrolabio, Roma, p. 254.

[4] Nel gergo gestaltico la sigla PHG indica le iniziali degli autori della “Teoria e pratica della terapia della Gestalt”.

[5] Sartre J. P., (1943), Essere e Nulla, Milano, Net, 2002.

[6] Heidegger M., L'epoca delle immagini del mondo, in Sentieri interrotti, prima ed., La Nuova Italia, Firenze 1968, pp. 86-87.

[7] Parisi D., http://www.treccani.it/enciclopedia/reti-neurali-e-robotica/

 

Le Strutture dinamiche relazionali

 

“Tutte le virtù sono stati fisiologici e, in particolare, sono le principali funzioni organiche sentite come necessarie come buone. Tutte le virtù sono propriamente passioni raffinate e condizioni rese superiori. La compassione e l’amore dell’umanità sono uno sviluppo dell’istinto sessuale. La giustizia è uno sviluppo dell’istinto di vendetta. La virtù è provare a resistere – volontà di potenza”.[1]

 


Secondo la nostra ottica, gli adattamenti “creativi” non sono soltanto quegli atti che permettono al sé di affrontare e assimilare le novità[2], e neppure il sintomo, come espressione di sofferenza dall’individuo, ma essenzialmente competenze relazionali in grado di affrontare e creare delle novità nel campo organismo/ambiente, facoltà sviluppate in interazione e con uno scopo sociale.

La creatività non è nel mondo, una potenzialità da cogliere, ma è nell’uomo. È il soggetto umano a portare la reale e inesauribile freschezza nell’ambiente, generando trasformazioni inedite, e non viceversa. Le cose che fronteggiamo ogni giorno nella nostra vita quotidiana, si mostrerebbero sempre nel medesimo modo, se non ci fosse la “genialità” dell’individuo a cambiarle di volta in volta.  La creatività non sta nel cambiamento in sé, ma nell’attuarlo quando occorre.

Proprio per tale motivo, la relazione interumana, a differenza del contatto, è molto spesso trasformativa, sia in accrescimento che in diminuzione, tanto più quando tale rapporto si trasferisce nel setting terapeutico, in cui il dialogo si approfondisce e si slarga.

Illustreremo per quali ragioni l’adattamento e la creatività non siano in rapporto tra loro, ma l’uno sia duale[3] con il contatto, e l’altra con la relazione intersoggettiva in grado di sviluppare quelle capacità creative unicamente umane.

Tali creazioni sono gli strumenti culturali, che determinano e condizionano il comportamento dell’individuo nell’esperienza sociale. Quando parliamo di strumenti culturali, intendiamo il linguaggio ad ogni livello che determina lo sviluppo delle conoscenze meta-cognitive, che soltanto la relazione può attuare e trasmettere. Se per il PHG la confluenza, l’introiezione, la proiezione, la retroflessione e l’egotismo, “quando sono cronici e inadatti”[4], rappresentano modalità d’interruzione al contatto, per noi questi momenti sono sempre competenze relazionali complesse, strutture dinamiche del sé, interconnesse e armonizzate tra loro. Queste competenze[5] sono l’insieme di capacità[6], abilità[7] e conoscenze[8] che l’essere umano sviluppa in relazione, e non i risultati d’interruzioni o inibizioni, tanto meno resistenze a un ambiente difficile. Sono strutture sociali innate, che si sviluppano e si evolvono durante tutto l’arco di vita dell’individuo, a cui abbiamo dato il nome di strutture dinamiche relazionali. Ogni azione che l’individuo compie, consapevole o inconsapevole, volontaria o involontaria, agita o bloccata, rappresenta, comunque, un tipo di adattamento al campo organismo/ambiente, qualcosa che ha acquisito lentamente, uno stile di contatto. L’organismo e l’ambiente, la dinamica figura/sfondo, l’interdipendenza noesi/noema, sono elementi inscindibili; la loro co-presenza crea il contatto, ma solo la relazione con l’altro, nel bene e nel male, può determinare lo sviluppo delle funzione psichiche superiori. Per tale ragione, parlare di adattamento creativo, esclusivamente quando la novità è affrontata, distrutta e assimilata, ci sembra troppo riduttivo. Crediamo che la relazione con l’altro sia l’unico modo per arrivare alla comprensione di noi stessi, ed è per tale motivo che la relazione ha un potere così grande: tale incontro può farci divenire persone o annichilirci, edificarci o frammentarci.

Come vedremo nei prossimi paragrafi, la facoltà di decifrare le novità, che provengono dall’esperienza, è determinata da capacità innate, ma, essenzialmente, dalle possibilità sviluppate dall’intenzionalità relazionale e dalla dimensione dialogica. Come già affermato, ogni relazione umana rappresenta almeno un contatto, poiché ogni persona ha in sé un’originalità che nessun’altra realtà può sostituire. La nostra prospettiva sposta in modo sensibile il focus metodologico dal contatto, come momento di crescita della personalità, alla relazione, come unica dimensione in grado di far sviluppare, con modi e livelli diversi, le funzioni cognitive superiori e edificare l’essere umano come persona.

 

La relazione creatrice di competenze


 “[…] Qualsiasi tipo di contatto ha carattere creativo e dinamico. Esso, infatti, non potrà mai diventare routine, stereotipato, o semplicemente conservativo, perché deve far fronte alla novità, dal momento che solo quest’ultima è nutritiva […] Tutto il contatto è adattamento creativo tra organismo e ambiente.”[9] “Il contatto è la consapevolezza della novità assimilabile e il comportamento assunto nei suoi confronti; nonché il respingimento della novità non assimilabile”.[10] “Chiamiamo sé quel sistema di contatti che hanno luogo in ogni momento.”[11]

 

Per quale motivo l’organismo può svilupparsi soltanto se aggredisce e integra le novità che emergono dall’interazione con l’ambiente? Come si può stabilire cosa sia una “novità” e come si può misurare la crescita dell’individuo? Come fa l’organismo a comprendere quale sia la freschezza non assimilabile? È sufficiente la novità che l’ambiente offre ad accrescere l’organismo e a farlo divenire una persona? Esiste un processo per il quale l’individuo in modo autosufficiente è in grado di crearsi da sé “novità” da affrontare?

Parlare di contatto in rapporto soltanto alla creatività e alla dinamicità, soprattutto in un momento storico in cui l’individuo è immerso nella complessità ed è iper-stimolato dall’ambiente, ci sembra troppo semplicistico e non in sintonia con il fluire del campo. Si afferma, in oltre, che il sintomo o la stessa patologia rappresenterebbe un adattamento creativo, cioè il tentativo migliore che l’individuo è riuscito a instaurare rispetto a un ambiente difficile. Se fosse vera tale supposizione, qualsiasi adattamento, sia patologico sia “sano”, sarebbe creativo e non vi sarebbero differenze. Se per la gestalt il sintomo rappresenta una modalità di interruzione al contatto (“questo meccanismo – la proiezione - così come la retroflessione e l’introiezione, ha lo scopo di interrompere il crescere dell’eccitazione”)[13], come può il sintomo essere un adattamento creativo e, nello stesso tempo, essere un interruzione al contatto? Anche l’affermazione che “i comportamenti nevrotici sono degli adattamenti creativi di un campo in cui vi sono rimozioni”[14], ci lascia alquanto perplessi.

Se l’adattamento creativo rappresenta sia il contatto nutriente con la novità, che la modalità nevrotica incapace di assimilare le novità dell’ambiente, cos’è il contatto? Se pensiamo, ad esempio, a tutte quelle persone che vengono da noi in terapia con difficoltà relazionali, o che incontriamo ogni giorno, quanta energia spendono per adattarsi alla complessità della vita? Paradossalmente, il loro impegno, per trovare strategie adeguate per affrontare un ambiente difficile, è maggiore rispetto a quello di coloro i quali non hanno tali problematicità e, quindi, sono più creative. In conclusione, sembra ormai chiaro che qualsiasi rapporto organismo/ambiente, rappresenti un tipo di adattamento, un contatto.

Per superare tali contraddizioni, dovremmo riconsiderare il rapporto adattamento/creatività non più come polare o complementare, ma parallelo, in cui l’adattamento e la creatività sono legati ad altre capacità della persona.

Infatti, come possiamo stabilire se un contatto sia più adattivo o creativo?

Sappiamo che gli adattamenti a una situazione complessa non sono capacità esclusivamente umane. Molte specie animali e vegetali utilizzano tali abilità quotidianamente e in modi molto “creativi”. Si organizzano per difendersi e per cacciare, si costruiscono tane, nidi e nascondigli per proteggersi; sfruttano le loro capacità fisiche per sopravvivere ad ambienti ostili e utilizzano un loro linguaggio per comunicare. Vivono spesso in branchi e cooperano tra loro per la sopravvivenza della specie, proprio come facciamo noi.

Qual è, allora, l’aspetto peculiare dell’uomo circa l’adattamento, rispetto agli altri esseri viventi? Come esprime, concretamente, la sua originale creatività?

Nella specie umana, in vero, l’adattamento implica modificazioni morfologiche e fisiologiche di poca entità, poiché l’individuo è quasi del tutto svincolato dall’ambiente, potendolo modificare. In definitiva, l’adattamento è il contatto che l’individuo istituisce con l’ambiente in cui agisce e opera, così da riuscire ad ottenere la soddisfazione dei propri bisogni materiali e sociali. Ritorniamo per un momento al PHG e come definisce l’adattamento creativo: “è per la maggior parte polare, l’uno non può esistere senza l’altro”[15] ed è il quantum della loro co-presenza che determina il tipo di contatto. Ma se l’adattamento creativo è “per la maggior parte polare”, quali sono le “eccezioni” per cui non lo è, ovvero quando l’uno può esistere senza l’altro? Goodman ci dice che uno di questi momenti è quello della creatività gratuita (di cui abbiamo già parlato in precedenza), quando la persona crea ed esprime se stessa senza bisogni concreti da soddisfare. Questo particolare stato e connesso allo stile proiettivo, in cui “spesso il sé sembra quasi non rispondere agli eccitamenti organici e agli stimoli ambientali, ma si comporta come se, allucinando una meta ed esercitando la sua tecnica, stesse spontaneamente creando per sé un problema allo scopo di forzare la crescita[16]. Ma per quale ragione, soltanto la modalità proiettiva sarebbe coinvolta in quest’attività creativa? Come si può affermare che due aspetti siano “in gran parte” polari e, contemporaneamente, che “spesso il sé” ha una sola polarità?

Noi crediamo, invece, che ogni stile di contatto possa esprimere la peculiare creatività umana e che tale capacità si sviluppi soltanto in relazione con un altro essere umano.

Esistono situazioni in cui la persona si trova in uno stato mentale di per sé creatore di novità, e individui che generano opere che non posso essere il risultato di contatti precedenti.

Ciò accade, ad esempio, nella meditazione, nella contemplazione, nelle speculazioni filosofiche, nella realizzazione di teorie matematiche e fisiche, nelle arti, in tutti quelle attività in cui l’individuo è racchiuso in sé, isolato dal suo ambiente, creando comunque “qualcosa” da novità che egli stesso ha prodotto. Dobbiamo probabilmente chiederci se la produzione in solitudine di questi nuovi strumenti siano il frutto dell’integrazione delle esperienze precedenti, o se il processo che genera problematicità e soluzioni, sia insito nelle strutture mentali dell’individuo e, a un certo livello di sviluppo, sia in grado di attivarsi autonomamente.

Pensiamo che siano vere entrambe le posizioni, ma le potenzialità innate, che riguardano la creatività, si possono sviluppare soltanto attraverso l’educazione e l’apprendimento.

Ciò che intendiamo dire è che la crescita della persona può avvenire solo in relazione con un altro essere umano e soltanto il rapporto intersoggettivo può attivare gli aspetti peculiari che gli sono propri; la creatività, che permette all’individuo, in modo deliberato e completamente affrancato da necessità vitali, di produrre difficoltà e problematicità per bisogni invisibili, non è determinata dal contatto con l’ambiente, ma dalla relazione con un proprio simile. Ogni essere vivente ha come scopo quella di adattarsi per sopravvivere, ma soltanto il soggetto umano può mettere in atto comportamenti creativi che non hanno nulla a che fare con tali necessità. Egli crea per il piacere di creare, e tali attività sono il mezzo per comprendere se stesso e la sua esistenza.

In conclusione, quindi, la nostra prospettiva non considera polari l’adattamento e la creatività, ma duali il contatto con l’adattamento, e la relazione con la creatività.

I contatti creati dall’interazione con l’ambiente esterno (problematicità oggettive), derivanti dai nostri bisogni primari, ci permettono di adattarci all’ambiente, ma quelli che si attuano in rapporto a rappresentazioni mentali, cioè a “problemi” creati ad hoc ed esclusivamente umani, s'instaurano soltanto con il rapporto con l’altro, attivando le strutture dinamiche relazionali che, grazie al costante rapporto intersoggettivo, divengono sempre più complesse.

L’edificazione di questi ultimi determina lo sviluppo degli altri, in un rapporto evolutivo, in cui quelli “inferiori e più vecchi nella storia dello sviluppo non vengono messi da parte, ma continuano a funzionare in un contesto più comprensivo, come istanze subordinate sottoposte al dominio di quelle superiori”[17], specializzandosi sempre più.

È la relazione che precede il contatto, non viceversa: il rapporto intersoggettivo dà origine allo sviluppo di particolari capacità adattive che, esperienza dopo esperienza, si “complessificano” fino a trasformarsi completamente; la novità proposta dal contesto, affrontata e assimilata grazie alla mediazione dell’altro, determina la crescita dell’individuo, ma con lo sviluppo delle competenze relazionali, questa freschezza esogena diviene sempre meno necessaria per la crescita dell’organismo, in quanto sarà proprio l’attività dell’essere umano in quanto tale a rappresentare la novità del mondo.

Il contatto “pieno” avrebbe in sé un valore secondario, se non vi fosse una relazione umana edificante, da trasformarlo da semplice adattamento in “molecola creativa” relazionale. In conclusione, per quanto riguarda l’individuo il processo adattivo e quello creativo sono capacità separate e con uno sviluppo altrettanto indipendente; il primo, come per tutte le altre specie viventi è determinato dal contatto con l’ambiente, l’altro dalla relazione con un altro essere umano.

Nei prossimi paragrafi, analizzeremo le strutture dinamiche relazionali che, pur se presentate separate, concettualmente sono concepite come un unico sistema interconnesso e armonico.



[1] Nietzsche F., La volontà di potenza frammenti postumi, Bompiani, 2004, p. 149

[2] Perls F., Hefferline R. F. e Goodman P., (1951), Teoria e pratica della terapia della Gestalt, Astrolabio, Roma, p.207.

[3] Questo termine è utilizzato nella fisica quantistica per comprendere la natura della materia, ovvero come un oggetto possa essere sia un’onda che una particella. L’universo è un insieme di probabilità e qualunque evento può quindi potenzialmente manifestarsi. Praticamente, questo significa che prima che viviamo qualsiasi esperienza felice, triste, bella, dolorosa eccetera, tutto esiste a livello quantistico potenziale, tutto già coesiste. Ciò che varia è la probabilità che quell’evento si verifichi; gli stessi pensieri e le emozioni umane hanno una “frequenza” e “interagiscono” con tutto, e persino l’osservazione di questa realtà altera il comportamento degli oggetti osservati. Quando un evento si verifica, il risultato è un collasso della funzione d’onda di Erwing Schrödinger. In conclusione, ciascuno di noi è co-creatore della realtà. https://www.youtube.com/watch?v=HV2meNZm010.

[4] Idem. p. 483.

[5]La competenza è una capacità portata a compimento attraverso l’uso e il padroneggia mento di conoscenze e abilità acquisite ed esibite in un contesto dato mediante la combinazione armonica di dimensioni cognitive, motivazionali e socio-affettive”. Petracca C. (2003), Progettare per competenze, BME, Paravia, p. 61.

[6]La capacità appartiene all’essere, in quanto persona. È una potenzialità innata che deve essere portata a compimento”. Idem, p. 57.

[7]Le abilità sono la condizione e il prodotto della razionalità tecnica dell’uomo. Si riferiscono, quindi, non solo al fare, ma appunto anche al sapere le ragioni e le procedure di questo fare”. Idem, p. 63.

[8]L’insieme di informazioni su contenuti appresi e posseduti dal soggetto”. Idem, p. 64.

[9] Idem p. 40.

[10] Idem p. 40.

[11] Idem p. 45.

[12] “Il contatto in sé non è né buono né cattivo”. Perls F. L’approccio della Gestalt. Testimone oculare della terapia. Ed Astrolabio,Roma 1977, p.31

[13] Perls F., Hefferline R. F. e Goodman P., (1951), p. 482.

[14] Idem p. 252.

[15] Idem p. 213. Il testo in inglese recita così:” For the most part, however, we may consider the self’s creativity and the organism/environment adjustment as polar”.

[16] Idem p. 211.

[17]Vygotskij L. S., (1931), Storia dello sviluppo delle funzioni psichiche superiori, Firenze, Giunti, 1974.


Le competenze relazionali


Il sé confluente (il sé metabolico, la comunicazione)

 

Anche se le difficoltà a cui deve far fronte la nostra specie, per il soddisfacimento dei bisogni primari, sono pressoché simili a quelle delle altre specie, attraverso il rapporto con un proprio simile, in un lento ma graduale accestimento delle conoscenze e abilità, tali necessità, si trasformano in potenzialità, risorse alle quali le strutture psichiche sempre più complesse destineranno la loro attività. I bisogni organici, tuttavia, non scompaiono mai, costituiscono lo sfondo della nostra vita, sono l’humus su cui poggiano e traggono nutrimento le competenze e i comportamenti tipicamente umani.

La biochimica, con i suoi legami, le sue trasformazioni ed energie, rappresenta la nostra grande madre, una base condivisa. “L’unione simbiotica ha il suo modello biologico nella relazione tra la madre e il feto. Sono due, eppure uno. Vivono insieme (simbiosi), hanno bisogno l’una dell’altro. Il feto è parte della madre, riceve tutto ciò di cui ha bisogno da lei; la madre è il suo mondo”,[1] ma anche la madre appartiene a un sistema-mondo che le fa da madre, in cui la confluenza non significa soltanto essere parte dell’ambiente[2], ma anche “accoglierne” e determinarne la sua genesi, essendo la competenza sociale di base dell’essere umano. Come potrebbe tale funzione, così necessaria, divenire un’interruzione al contatto, una modalità che, per livelli d’ansia elevati, non riesce più ad affrontare le novità dell’ambiente, arrestando la crescita dell’organismo?

Moltissime ricerche hanno descritto come, nella fase R.E.M. (rapid-eyes-movement), le onde cerebrali della madre e del feto hanno lo stesso andamento, ipotizzando che la funzione del sogno potrebbe essere quella di preparare il bambino alla realtà che lo attende.

Nel sogno, la mente della madre e del bambino comunicano, e il loro cervello è in perfetta sintonia; ad intervalli, lei trasmette al figlio, blocchi d’informazioni (immagini, forme, suoni, ecc.) come fossero codici, pacchetti di esperienze, di un programma d’attivazione di base (un BIOS-relazionale).

È stato osservato, inoltre, che alla presentazione di stimoli differenti, già dalla 27^ settimana, il battito cardiaco del feto risponde in modo differente. Ciò significa che esso individua gli stimoli, li sceglie e li memorizza in un processo cognitivo di apprendimento. È in grado di distinguere il battito cardiaco e la voce della madre tra molte altre presentate e, alla nascita, sa riconoscere una favola raccontata dalla madre, mentre era nella placenta. La costante comunicazione diadica di tipo biochimico, ormonale, immunitario, sensoriale e tattile, che sviluppare le sinapsi e i collegamenti neurali del bambino, ha lo scopo di prepararlo all’interazione con quest’ambiente e, soprattutto, lo predispone alla relazione. Il flusso dialogico, attivo fin da subito, organizza le sue strutture mentali per lo sviluppo delle competenze relazionali, ciò che Ed Tronick chiama IRSS (Infant Regulatory Scoring System).

Le strategie regolatorie del bambino, osservate in numerosi esperimenti, riguardano comportamenti come la direzione dello sguardo (verso la madre, gli oggetti ecc.), il tipo di vocalizzazione (di pianto, d’irritazione, di lamento), i gesti che richiedono l’intervento della madre (toccandola, cercando di raggiungerla, sporgendosi, ecc.), i gesti di autoconforto (mettere in bocca/toccare una parte del corpo, ecc.), quelli di distanziamento (voltarsi, agitarsi sul seggiolino come per scappare) e infine gli indicatori di stress (succhiarsi la lingua, sputacchiare). Fin dalla nascita si costituisce un sistema di regolazione affettiva, che permette un’oscillazione continua tra comunicazioni riuscite ed errate, in cui la madre attua una funzione trasformativa nei confronti delle emozioni proprie e del bambino, in particolare di quelle negative.

Essi chiariscono come egli sia in grado di adottare autonomamente condotte autoregolatorie finalizzate a diminuire la tensione emotiva generata dall’interruzione della comunicazione materna (adattamenti creativi). Alcune di queste condotte, come quelle centrate sull’evitamento del contatto con la madre, sono considerate da alcuni studiosi come precocissime forme di difesa emergenti nel contesto della relazione con i caregivers. Per noi queste condotte rappresentano, invece, le prime competenze relazionali, ancora in embrione, ma comunque delle potenzialità, che attendono nuove esperienze per essere rigenerate e sviluppate.

In questo periodo della vita, in cui ogni scambio è più vitale che mai, le sensazioni fisiologiche lentamente cominciano a differenziarsi, modificandosi e configurandosi in capacità specificatamente umane. La madre e il bambino sono separati ma uniti, capaci di sentire completamente l’altro e, contemporaneamente, se stessi, e “questa capacità è alla base dell’empatia, è una qualità naturale che oggi nelle neuroscienze viene chiamata empatia incarnata.”[3]

Questo momento, in cui si è uniti e nello stesso tempo divisi, nella dualità primigenia, le strutture precoci del sé del bambino cominciano a costituirsi secondo una dimensione dialogica, ed il linguaggio silenzioso fatto di indicibili sensazioni è quello ontologico.

La confluenza, questo modo di esserci, caratterizza tutti i momenti fondamentali dell’esistenza dell’essere umano come: il concepimento, la gestazione, la nascita, il sesso, l’amore e la morte. Tutti stati esistenziali in cui i confini non sono più limiti.

Quando, alla fine del ciclo di contatto, la confluenza diverrà egotismo, integrata dagli altri stili di contatto del sé,la nostra mente sarà pronta a sentirsi parte di un tutto, e nello stesso tempo una parte che rappresenta il tutto.

Questo dominio predetermina e sostiene le strutture successive per lo sviluppo dell’individuo attraverso un particolare tipo di unione, ovvero “la capacità di percepire e fare contatto con l’ambiente come se non ci fossero confini, né differenziazione fra l’organismo e l’ambiente”.[4]

Il sé confluente, anche quando le sensazioni sembrano più confuse, non interrompe il contatto con l’ambiente, non opera alcuna resistenza, ma utilizza le sue competenze in modo limitato. Il caos che spesso riferiscono alcuni pazienti, deriva da questo stile di contatto che cerca di associare, senza successo, la sensazione alla parola (il simbolo) nella costruzione del codice per accedere all’esperienza che si sta vivendo.

Questa è la potenzialità relazionale di base e non un limite alla crescita; non è una manifestazione causata dall’ansia in un particolare momento, ne è la causa; quando la sua funzionalità non è in grado di decifrare le informazioni che provengono dall’intero campo, il sé non riesce a delinearsi completamente, influenzando le sue successive configurazioni.

Come abbiamo visto, i flussi d’informazione bio-psico-chimici scambiati durante la gravidanza, innescano il primo processo di crescita cognitivo-relazionale dell’essere umano, trasmettendo fin dall’inizio le “conoscenze” essenziali, non solo in una modalità confluente, ma anche introiettiva o, più precisamente, proto-introiettiva. La madre, infatti, introietta[5] nel feto questi codici come fosse del cibo, del materiale che lei ha già assimilato e integrato e lo comunica al futuro bambino.

Il range di competenze relazionali possedute dall’adulto di riferimento (competenze affettive, educative, etiche, sociali ecc.), determinerà fortemente il livello di sviluppo psico-sociale del bambino. “Il bambino è sensibile agli stimoli ambientali, che sono per lui opportunità di apprendimento”[6], ed è la canche perduta, in quella fase della vita, a generare mancanze comportamentali tali da rendere più complessa la relazione con l’altro, con il mondo e con se stesso. Se volessimo tradurre questo concetto in termini psicoanalitici, diremmo che questo atto educativo mancato rappresenta il reale trauma.

Come abbiamo visto, ogni funzione di contatto (struttura o dominio) ha una sua genesi, una storia e una cultura, in contiguità con la precedente e la successiva, con un andamento in origine graduale, per divenire interattivo, interconnesso e globale.

Man mano che l’individuo si sviluppa, le varie funzioni del sé si ri-combinano tra loro, seguendo una direzionalità regolata dalla situazione e dal grado di competenza raggiunto.

In questa fase il dominio del suono costituito dalla voce, dal ritmo del cuore  della madre (assieme ai cicli circadiani)generano nel bambino, che si sta formando, il concetto di tempo; in questo ciclo, l’accordo di base prepara il campo alla sintonizzazione, che attiverà il dominio del segno e del simbolo, sviluppando lentamente il concetto di spazio nel bambino. Sono queste le origini del sé polifonico e poliedrico.

 

Il sé introiettivo (Il sé simbolico)

 

“Tutte le cose che il bambino trae dai genitori amorosi, egli le assimila, poiché si confanno e sono appropriate ai suoi bisogni man mano che cresce. Sono i genitori pieni di odio che devono venire introiettati cioè accolti nella loro interezza. L’Io costituito di introietti non funziona spontaneamente poiché è composto da concetti riguardo al sé, doveri, norme, e visioni della natura umana imposti dall’esterno.”[7]

 

A questa prospettiva, troppo poco esplicativa, suggeriamo una visione che tenga conto più della complessità del campo e delle imprevedibili capacità dell’individuo, che di introietti spinti a forza in fondo alla coscienza, contro una volontà giudicante, che probabilmente ancora non esiste o in embrione. Infatti, come può il bambino di pochi mesi comprendere le cose che gli si “confanno” e quelle non adatte? Anche se il bambino avesse una capacità di giudizio, perché dovrebbe introiettare l’odio e assimilare l’amore? Come fa a stabilire, fin da subito, quali siano le emozioni giuste e quelle sbagliate? L’odio, l’ira, il dolore, la sofferenza non contribuiscono in nessun modo alla crescita della persona?

Quante persone passivo-aggressive hanno stili amorevoli, ma impongono con violenza la loro educazione ai figli? Di queste esperienze, quale parte diventerà un introietto e quale sarà invece assimilata? Ciò che è trasmesso dai genitori ai figli è troppo complesso ed è impensabile sezionare chirurgicamente un introietto tra parti buone e cattive, utili e inutili, accrescitive o meno. Questa prospettiva dà poi per scontato che il bambino abbia delle strutture a priori deputate a contenere e immagazzinare soltanto le parti di esperienze non assimilabili, quelle parti che non permettono in futuro un comportamento spontaneo. Anche se il bambino di pochissimi mesi possiede delle competenze relazionali precocissime[8], come può comprendere quale comportamento sia utile e quale dannoso, cosa assimilare e cosa rifiutare, considerando che la relazione con l’altro è un complesso agglomerato di livelli di esperienza tra loro diversissimi? Se ammettessimo tali competenze, significherebbe che un neonato ha già attiva quella tipica funzione del sé, che aliena o identifica, chiamata Io.

Sia la personalità che la coscienza non preesiste all’attività che l’uomo effettua, ma è generata da questa (Leont’ev, 1975). Le esperienze iniziali sono soprattutto momenti di apprendimento, nel bene e nel male, e persino le sensazioni spiacevoli o di dolore hanno una loro specifica valenza, una valenza educativa.

Il bambino tra energia e senso di sé lasciando che il mondo lo plasmi […] Questa modalità di contatto si sviluppa per tutta la vita e sta alla base della capacità di apprendere.”[9]

Perché l’essere umano è un animale sociale? Da dove nasce e come si sviluppa questo desiderio di appartenenza e connessione con gli altri?

Gran parte della nostra attività è rivolta all’altro, non solo perché ci ha creato, ma perché ci dà la possibilità di comprendere la realtà attraverso il linguaggio. La comprensione è alla base di tutti gli altri comportamenti, abilità e competenze dell’uomo, e la trascrizione dei segni in simboli avviene soltanto se l’altro interpreta ed etichetta per noi le novità presenti nel campo organismo/ambiente, significando le esperienze esperite e, step by step, “trapiantandocele”[10] con cura (introietti).

Il bambino di alcuni mesi, che ancora non parla, deve indicare alla madre, con la tensione del braccio e della mano, l’oggetto che vuole raggiungere (es. il bicchiere). L’intenzionalità, la coscienza “rivolta a …” è già presente, ma la sua attività è in qualche modo parziale. Lui vede l’oggetto di fronte a sé, ma l’oggetto non ha ancora un senso. In quell’istante l’oggetto concreto – il bicchiere – rappresenta la cosa in sé, il ding an sich, qualcosa che ancora non può essere concepito dal bambino perché non pensabile; il piano della conoscenza inizia a cambiare quando l’adulto indicando o prendendo l’oggetto, gli assegna un nome: bicchiere. In questo modo, la cosa in sé diviene la cosa per l’altro, ciò che è per l’adulto, e lo rende pensabile al bambino per mezzo di un simbolo verbalizzato. Il referente (l’oggetto bicchiere) si unisce così al segno-parlato che l’adulto gli ha comunicato, costituendolo sensatamente. Ma è nell’ultimo passaggio, in cui la cosa per l’altro diviene la cosa per sé, cioè quando il bambino interiorizza il segno-referente-simbolo[11] rappresentato dalla parola pronunciata dalla madre, che il suo livello cognitivo opera un salto, una rivoluzione; in questa fase, il bambino non solo acquisisce un codice linguistico, ma apprende le prime regole o “strategie” relazionali e inizia a catalogarle etichettandole. La memoria, questa funzione cognitiva, supporta lo sviluppo del dominio dell’introietto, iniziando un lento e preciso lavoro di archiviazione dei segni e dei significati.

Infatti, nel processo di apprendimento del linguaggio, l’adulto non trasmette soltanto al bambino, con la costante ripetizione di parole, lo strumento-linguaggio (il vocabolario e le prime regole sintattiche), ma attiva in lui lo sviluppo delle strutture mentali dell’apprendimento, aggiungendo complessità al campo, attraverso il simbolo. L’apprendimento, a ben vedere, è un processo che “complessifica” sia il comportamento che gli stessi apparati neuronali implicati in tale attività. Il legame iniziale (bambino-oggetto) si suddivide in altri due (bambino-oggetto e oggetto-simbolo) e si istituisce non immediatamente, ma mediatamente.

Come afferma Vigotskij, “in questo sta la caratteristica fondamentale della reazione di scelta e di ogni forma superiore di comportamento”,[12] in cui al posto di un unico legame associativo se ne costituiscono altri due, che giungono allo stesso risultato, ma per un percorso diverso. Questo processo di selezione, in cui il bambino è chiamato a scegliere cosa utilizzare e cosa alienare, gradualmente si specializzerà, sviluppando la struttura del sé che la terapia della gestalt chiama Io.

Tutta la storia dello sviluppo psichico del bambino ci mostra che fin dai primi giorni il suo adattamento all'ambiente si realizza grazie al livello di cura affettuosa del caregivere e dal grado d’intimità raggiunto.

Riprendendo la parte finale del processo sopra descritto, abbiamo osservato come il linguaggio socializzato del bambino invece di riferirsi all’adulto, per la soluzione di un problema, si volge a se stessi (la precoce funzione retroflessiva), cominciando a organizzare e a dirigere il proprio comportamento. Questo è ciò che accade ai bambini quando iniziano a disegnare: inizialmente tutta la loro attività è di ordine pratico; soltanto quando il disegno è terminato e il bambino vede i risultati, allora comincia a verbalizzare ciò che vede. Lo sviluppo di questo processo avviene per lentamente, in cui il bambino anticiperà sempre più la sua verbalizzazione, portandola all’inizio della sua attività, fino a quando il comportamento sarà preceduto dalla pianificazione verbale, da uno schema preciso. (Vygotski, Luria 1984).

L’adattamento, a un ambiente complesso, processo dopo processo, diviene apprendimento; il bambino non introietta soltanto elementi comunicativi nuovi, non trova un accomodamento più o meno efficace, ma contatta le sua capacità di inventare soluzioni e le sue primissime competenze riflessive. La metacognizione dell’apprendimento (l’apprendimento delle strategie di apprendimento) ha queste radici, una potenzialità che si specializzerà sempre di più durante lo sviluppo psicofisico dell’individuo. Questo comportamento ci mostra, in oltre, come la funzione introiettiva (possedere i simboli per leggere la realtà, conoscere le procedure, ecc.), quella retroflessiva (pianificare un’attività con il linguaggio, riflettere, osservare i propri processi cognitivi, ecc.) e proiettiva (eseguire ciò che si pensa e che si è verbalizzato interiormente, trasformare, inventare, scoprire, ecc.) non siano strutture separate, tanto meno abbiano sempre la stessa sequenza, ma appartengano a domini interconnessi, senza un ordine prestabilito.

Il bambino, che descrivere il disegno che produrrà, utilizza più domini contemporaneamente: confluisce (“contatta” il suo piacere, sente la matita che stringe, il freddo del pavimento o il tappeto morbido, ecc.), proietta (pianifica, immagina la figura, sceglie i colori, le linee da fare, ecc.), introietta (segue una procedura per disegnare, toglie il cappuccio al pennarello, per cancellare utilizza la gomma, ecc.), retroflette (dice ciò che farà a se stesso, come modifica il piano iniziale, cosa gli piace e cosa no, ecc.) e lo fa per condividerlo con gli altri, per testimoniare la sua competenza al “mondo”, a ciò che un giorno rappresenterà l’Altro da sé, l’universale (egotismo).

Da nuances di accomodamenti, siamo giunti agli adattamenti che creano, e agli etero-apprendimenti; con lo sviluppo del dominio della retroflessione, che esamineremo in seguito, giungiamo alla funzione che autogenera gli schemi di apprendimento, gli stati mentali e di coscienza, e allo sviluppo della funzione meta della mente.

Se l’adattamento creativo, come già detto, è la capacità del sé di affrontare, distruggere e assimilare le novità prodotte dal rapporto organismo/ambiente, le competenze relazionali, che da esso hanno origine, sono strutture che si sviluppano solo in relazione con l’altro, per creare strumenti evoluti a prescindere dalle problematicità che il campo presenta. Il linguaggio non è soltanto uno strumento comunicativo, un modo per farsi comprendere, ma è una funzione che crea strategie comportamentali.

In una prospettiva psicoterapeutica, dobbiamo aggiungere un’altra considerazione: nel momento in cui la cosa in sé diviene la cosa per sé, il bambino non introietta semplicemente la parola bicchiere, ma il complesso di sensazioni, emozioni e immagini legate a quell’esperienza. La parola funge da attrattore, un magnete cognitivo che raggruppa più livelli esperienziali in un dominio. La parola diviene così l'immagine, il fenomeno, l’espressione oggettiva di un’esperienza complessa sottostante.

Con essa vengono introiettati-memorizzati il desiderio di afferrare l’oggetto, il senso di frustrazione, il suo protendersi, le tensioni corporee, il volto della madre, la sua voce, gli odori, il piacere del contatto con l’oggetto, ecc. (Vigotskij, 1934).

È perciò fondamentale riconsiderare una fenomenologia della parola, come la manifestazione globale dell’essere umano e non come un aspetto meramente cognitivo, una parte marginale e, negli ultimi anni, troppo spesso svalutata; le parole sono segni di come l’Io si è costituito attraverso l’altro, sono fenomeni psichici ma anche estetici.

Questa è la funzione fondamentale del dominio dell’introietto, trasformare in simboli “dicibili” le parti criptate dell’io. Tutti questi aspetti sono costituiti grazie alla dimensione dialogica, che apre l’io al tu, così che possa parlare e rivelare come egli osserva il mondo, che altrimenti per l’io non sarebbe possibile conoscere da solo. Il dialogo è un modo con cui l’io si conosce e si affranca dalle sue stesse opinioni personali e da quelle dell’altro. E’ l’altro, che attraverso tale incontro, ridesta queste profondità umane, scorte originariamente durante la confluenza iniziale. Nel dominio dell’introietto il sé apprende il linguaggio ontico, per cui le cose in sé sono trasformate in oggetti.

Tuttavia, non intendiamo negare o svalutare la dimensione sensorio-corporea, con i suoi segni e il suo linguaggio, anzi, crediamo che tale fenomenologia sia un’espressione dell’essere; è innegabile, però, che il livello corporeo acquisti senso soltanto se esiste una parola che possa significare ciò che osserviamo, sentiamo, soffriamo, assaporiamo o godiamo con tutto il corpo.

La storia del dominio degli introietti (Spagnuolo Lobb, 2012) ha questa genesi, in cui, l’apprendimento delle norme sociali, è determinato dalla “creazione” e dall’acquisizione del simbolo; è sempre e soltanto il “significato” che permette all’individuo di comprendere fino in fondo la sua attività nel mondo, di pensare ciò che osserva, di dirigere il suo comportamento e controllare i suoi impulsi.

Questa struttura sviluppa le competenze relazionali dell’individuo che, attraverso lo slancio del sé nel mondo (il dominio della proiezione), realizzerà opere, inventerà strumenti, scoprirà nuove realtà, modificando se stesso e l’ambiente circostante. L’introietto o, come sarebbe meglio definirlo, la sintonizzazione, non si configura con parti non triturate finemente e poi ingoiate, ma da sequenze, format comportamentali e procedure non completamente comprese o trasmesse. Non è un blocco monolitico da rimuovere o sminuzzare: è la possibilità per la persona di mostrare le sue risorse e di come è formato il suo sé.

 

Il sé proiettivo (il sé espressivo)

 

Se per il sé introiettivo la sua funzione principale è quella di apprendere “codici d’accesso” per decifrare l’esistenza e, parafrasando la terminologia informatica, formare un linguaggio per scrivere le app che indirizzeranno e governeranno il comportamento dell’individuo, per quello proiettivo, questa consiste nell’esplorare il mondo e di “inventare”, in modo antropomorfo, la realtà. Questi due momenti, l’inventare e l’esplorare, rappresentano le esperienze più esaltanti che la persona umana possa fare nella propria esistenza; in termini gestaltici potremmo dire che nell’appartenenza egli crea, esprime la sua genialità, la capacità di generare; nella differenziazione si spinge oltre i propri confini, senza annullarli o negarli, semplicemente spostandoli, per svelare nuove realtà.

La scoperta lo proietta sia verso l’infinito esterno, lo spazio visibile, che quello interno, altrettanto illimitato; l’invenzione nasce, invece, dall’intuizione che una soluzione c’è sempre, ma che la ragione di tutto non è stata ancora compresa.

Come già espresso, ci sono alcune condizioni in cui la proiezione, ad esempio in uno stato di distacco, diviene l’artefice della creatività gratuita, cioè quell’attività in cui il sé auto-generandosi dei bisogni o eccitamenti, si crea dei “problemi” per spostare forzatamente la linea di demarcazione per determinare la propria crescita (Perls F., Hefferline R.H., Goodman P., 1997).

Se, come afferma la terapia della Gestalt, la finalità per l’organismo è di raggiungere un equilibrio e chiudere le gestalt incompiute stabilendo il contatto finale, la condizione sopra descritta ci appare in contraddizione. Per quale ragione il sé dovrebbe, in modo strumentale, auto-generarsi dei problemi fittizi? Quale bisogno soddisfa? Quale genesi ha tale attività?

In questa attività, “non c’è un adattamento dell’organismo all’ambiente, ma dell’intero campo al sé”[13]. Goodman afferma che soltanto in questa particolare “situazione”, “in cui il sé sembra persino non rispondere più agli eccitamenti organici e ambientali, allucinando deliberatamente una meta, il sé produce qualcosa che, apparentemente, non ha nulla a che fare con il soddisfacimento dei suoi bisogni più immediati”. Secondo la nostra prospettiva, questo “atto gratuito, non ha soltanto la funzione “di crearsi una realtà superficiale più desiderabile”[14] e di attivarsi esclusivamente in relazione alle arti e alle scienze speculative, ma, soprattutto, quella di generare forme e strumenti culturali, per trasformare le strutture del mondo esterno e comprendere il proprio mondo interno (Vygotskij, 1974). Il sé proiettivo, quindi, oltre ad essere una modalità di adattamento ad un ambiente difficile che utilizza gli schemi decodificati dalla funzione introiettiva, è una struttura che trasforma soggettivamente la realtà e, in un processo di feedback, ristruttura il suo campo psicologico.

La Spagnuolo Lobb descrive il sé proiettivo come “la capacità (del bambino ndr) di tuffarsi nel mondo, affidando la sua energia all’altro e nell’ambiente […] la capacità ed il piacere di lanciarsi nel mondo. […] Il bambino è curioso di tutto e usa la propria energia per conoscere il mondo […] Apre qualunque cosa sia chiusa, proiettando il sé dove non c’è e dove potrebbe essere. […] L’immaginazione, il coraggio della scoperta, l’uso del corpo come promotore di cambiamento”.[15]

La proiezione non è, quindi, solo un’attività di tipo psicologico, ma è la competenza dell’essere umano di proiettare la sua creatività nel mondo, di gettare il “cuore oltre l’ostacolo”, per costruire “cose” antropomorfe e modificare il mondo.

A questa prospettiva, che condividiamo pienamente, vorremmo aggiungere un concetto che riteniamo fondamentale: qualsiasi oggetto che crea l’uomo, ha una forma: linee, tratti, cerchi, quadrati, piramidi, cubi, ecc., un aspetto tanto “familiare” quanto “artificiale”, che poi artificiale non è. Anche sull’ultimo pianeta dell’universo, si riconoscerebbe qualcosa prodotta da lui. Ma l’uomo non assomiglia né a una linea, tanto meno a un cerchio, e in natura non esistono forme così “perfette”. E allora, dove ha visto tali conformazioni, dove ha appreso questi schemi? Il modo in cui l’uomo pensa queste forme e le riesce ad astrarre, creando una realtà che prima non esisteva, è tanto affascinante quanto misterioso. Se la proiezione è un meccanismo per cui parti di noi vengono spostate in altre persone, molto verosimilmente, tutte queste forme sono allora rappresentazioni della struttura intima del nostro io e, attraverso la loro espressione, è possibile osservare, di riflesso, il nostro logos. La funzione proiettiva è, quindi, una possibilità di contatto con la nostra interiorità e con la sua forma profonda, grazie alle “cose” che il sé produce nell’ambiente.

Questa competenza relazionale la ritroviamo in terapia nella dinamica del transfert e controtransfert. Sappiamo come tale meccanismo ha visto impegnati i più autori di psicologia dinamica come Freud, Klein, Jung, Odgen e Gabbard, con integrazioni sempre più interessanti.

Gabbard, in relazione a questo meccanismo, afferma: “Un principio fondamentale condiviso da quanti di noi esercitano la psicoanalisi  è il nostro essere sostanzialmente più simili ai nostri pazienti che diversi da loro… Così come i pazienti hanno il transfert i terapeuti hanno il controtransfert. Poiché ogni relazione attuale viene a iscriversi in un panorama di vecchie relazioni, ne consegue  logicamente che il  controtransfert nel terapeuta e il transfert nel paziente sono sostanzialmente processi identici”. (Gabbard, 2000).

 

E C.G. Jung aggiunge: “Non giova affatto a chi cura difendersi dall’influsso del paziente, avvolgendosi in una nube di autorità paternalistico-professionale: così facendo egli rinuncia a servirsi di un organo essenziale di conoscenza. Il paziente esercita lo stesso, inconsciamente, la propria influenza sul terapeuta e provoca dei mutamenti nel suo inconscio: quei perturbamenti psichici (vere e proprie lesioni professionali) che sono  ben noti a tanti psicoterapeuti, e illustrano clamorosamente l’influenza  quasi chimica del paziente. Una delle manifestazioni più note di questo  genere è il controtransfert indotto dal transfert …”. (Jung, 1929).

Ogni cosa può essere proiettata, e il transfert erotico è soltanto una fra le molte. Nell’inconscio umano vi sono molti altri contenuti che sono pure di natura altamente emotiva, e che sono suscettibili di proiezione esattamente allo stesso modo della sessualità.”

 

La proiezione, dunque, anche quando utilizzata inconsciamente o inconsapevolmente, è comunque uno strumento di conoscenza, un link relazionale. La nostra prospettiva, come ormai si sarà potuto intuire, è più protesa all’osservazione delle potenzialità e degli aspetti che la persona cerca di esprimere, che al modo che l’individuo utilizza per impedire lo sviluppo delle proprie capacità, auto-boicottandosi.

Se per la funzione introiettiva (la sintonizzazione), la parola è un codice polifonico[16], testimone della struttura armonica del sé, per quello proiettivo, questo significato si manifesta attraverso le sue attività, le sue opere e le forme che crea. Persino la parola stessa, che per mezzo della scrittura diviene un’icona significante, rappresenta in qualche modo la forma dell’io che l’ha prodotta. L’integrazione della forma con il suono, della polifonia con la poliedricità, è un lento cammino fatto di innumerevoli aggiustamenti, che si sviluppa nei primi anni, in cui il bambino apprende la scrittura e la lettura, accresce le sue funzioni psichiche superiori, sviluppa le sue abilità con gli strumenti culturali, tramandandole alle future generazioni.

 “L’apparenza è l’essenza”

(J.P. Sartre, “Essere e nulla”

Il sé retroflessivo (il sé riflessivo/metacognitivo)

 

Come ormai abbiamo intuito, ogni funzione di contatto interagisce con le altre, combinandosi in nuove strutture, come descritto chiaramente dalla Spagnuolo Lobb, in un linguaggio contemporaneo, nello sviluppo polifonico dei domini. Il sé, dunque, è una funzione catalizzatrice che armonizza più domini contemporaneamente, con lo scopo di creare, da modelli adattivi precedenti, schemi del tutto inediti per comportamenti sempre più complessi.

La genesi del sé retroflessivo, come abbiamo accennato precedentemente, ha una matrice sia linguistica che comportamentale. Nell’esempio già descritto del disegno, il bambino che inizialmente comunica cosa ha prodotto soltanto alla fine del suo lavoro, lentamente, grazie allo sviluppo delle sue competenze, sposta tale descrizione all’inizio dell’attività. Dall’affermazione: “Che bello! Ho disegnato una casa, il sole, il giardino …”, passa alla pianificazione: “disegnerò una casa, un albero, ecc”. Le competenze narrativo-riflessive di un’attività, in altre parole la capacità di descrivere cosa “me stesso farà”, si attuano grazie alla combinazione delle competenze proiettivo-introiettivo-retroflessivo.

Questi domini sono continuamente in interazione, non sono stadi che si attivano appena quello precedente ha completato la sua maturazione, ma l’evoluzione avviene in una crescita globale e armonica. Lo sviluppo delle strutture dinamiche del sé, si amalgamano tra loro e procedono senza un ordine prestabilito o uno schema fisso, ma seguendo le necessità determinate dall’interazione organismo/ambiente.

“Il bambino ora acquisisce la capacità di stare solo, di riflettere, di produrre i propri pensieri inventare una storia, […] l’intero sé è impegnato nell’atto di raccontarsi. Questa modalità di contatto sta alla base della capacità di fidarsi e sentirsi al sicuro con se stessi, e si sviluppa lungo tutto l’arco della vita.” Questo, probabilmente, rappresenta soltanto una parte della funzione retroflessiva, quella di “rivedersi” nei propri racconti. Come afferma la Spagnuolo Lobb, la fiducia è intimamente legata alla consapevolezza di poter creare, attraverso narrazioni, delle proprie storie. Ma la creazione di una storia non è soltanto il prodotto del dominio della retroflessione. Tale opera è costituita da codici comportamentali, parole, simboli ecc. (introiezioni), immagini, figure, dal racconto come prodotto ecc. (proiezioni), dalla struttura e il piano della storia, da modificazioni, correzioni, perfezionamenti (retroflessione).

Come già abbiamo osservato, anche in questo caso, ritroviamo più domini che interagiscono tra loro, completandosi, specializzandosi e combinandosi come in puzzle. I confini tra queste strutture sono meno definiti quando l’attività dell’uomo diviene più complessa.

Anche il dominio della retroflessione si sviluppa attraverso la specializzazione di tutti gli altri e, nello stesso tempo, retroagisce la sua competenza su questi modificando la struttura nella loro globalità. Ma la sua funzione non è soltanto quella di “osservarsi” o “ascoltarsi” attraverso racconti, di riflettere e produrre pensieri, ma di vedere i propri pensieri come altro da se, di creare collegamenti tra loro moltiplicandoli, in un gioco di specchi in cui la mente esamina se stessa con un altro sguardo, scoprendo le proprie potenzialità, in un dialogo intimo. La retroflessione genera le metacognizioni, la competenza di guardare e indirizzare l’operato degli stati mentali per il raggiungimento di scopi precisi.

È la fiducia che la nostra mente pone in se stessa, nelle proprie capacità di trovare una soluzione alle novità incontrate e che, oltretutto, tali freschezze possano essere un “qualcosa” di costruito ad hoc dalla nostra stessa mente, per sviluppare ulteriormente le proprie competenze. Questa retroflessività ci rende consapevoli anche degli stati mentali e affettivi degli altri, attiva la capacità di intuire le loro intenzioni e il loro sentire.. La mentalizzazione fa parte di un lento processo intersoggettivo tra bambino e adulto, e avviene attraverso l’esperienza che il bambino fa di quanto i propri stati mentali siano stati compresi e pensati nelle interazioni con il genitore; perciò, l’emergere e il completo sviluppo della funzione retroflessiva dipendono dalla capacità del genitore di percepire più o meno accuratamente le emozioni, i bisogni, le esperienze del bambino.

Tale capacità è caratterizzata, perciò, da una parte autoriflessiva e da una interpersonale, grazie alle quali l’individuo può distinguere la realtà interna da quella esterna, i processi intrapsichici da quelli relazionali.

L’origine di questa competenza, come già accennato, comincia a mostrarsi nel dominio dell’introietto, quando il linguaggio in sé e quello per l’altro, divengono per se stessi. Il bambino intuisce come le parole che inizia a padroneggiare, per farsi comprendere dall’altro, sono soprattutto lo strumento per conoscere se stesso. È questa la funzione fondamentale del dominio della retroflessione, che utilizzando la parola per comunicare a se stesso, in un dialogo invisibile ma vitalissimo, il sé può “ascoltare” quali siano le istanze del proprio io. Se per la funzione proiettiva la creazione di qualsiasi cosa è un modo per vedere gli aspetti sconosciuti dell’io, per quella retroflessiva questo mezzo è “la voce della parola” che l’io utilizza per emergere dal profondo. Questa momento è stato ben descritto da William James quando ci descrive la distinzione tra I e Me, in cui il Sé come soggetto si rapporta al Sé come oggetto.

Questo strumento di conoscenza c’è stato donato dall’altro, in uno scambio relazionale, in cui il rapporto adulto/bambino rappresenta, a un tempo, il frammento minimo e la totalità globale.

 

Il sé egotistico – (il sé sincronico)

 

 

Questo dominio si riferisce alla capacità di essere orgogliosi di essere se stessi, è l’arte del controllo deliberato. Il bambino che afferra il cucchiaio con il cibo che la madre sta cercando di dargli e vuole fare da solo, prende energia nel creare una figura definita di sé […] Questa modalità di contatto sta alla base dell’autonomia, della capacità di trovare una strategia e di offrirsi al mondo con la propria individualità.”[17]

Ma il sé egotistico è davvero autonomo? La sua funzione principale è quella di trovare una strategia per darsi al mondo in modo assolutamente originale?

Il dominio dell’egotismo è la struttura in cui convergono tutte le altre competenze, in quanto ogni funzione interagendo con le altre aggiorna se stessa e contribuisce allo sviluppo dei domini nel loro insieme. In generale, il sé egotistico è il dominio in cui convergono gli altri domini, per integrare la gestalt finale.

L’egotismo è il luogo della sintesi, in cui figura/sfondo, pensiero/corpo, problema/soluzione, e le restanti oscillazioni del sé si connettono: praticamente è il qui-e-ora.

Come abbiamo già accennato, è proprio il linguaggio ontico a ritagliare le cose del mondo dall’affettività, che altrimenti rimarrebbero indefinibili, trasformandole in “oggetti”; ma questo tipo di linguaggio è riferito a ciò che è cosciente per il sé e non a ciò che è immediato alla sua percezione. Questo, come dice Heidegger, è l’“atteggiamento” ontologico, che, inconcepibilmente, non può avere il medesimo linguaggio dell’Io. Ciò costituisce una specie di frattura, per così dire uno doppia “mente”, per cui tutto quello che può essere descritto ha un referente, ma non tutto quello che l’essere profondamente comprende del mondo può essere spiegato ad un altro.

Abbiamo compreso come ogni funzione, dominio o struttura del sé abbia come scopo quello di accrescersi per arrivare alla conoscenza della propria interiorità. La costruzione e lo sviluppo delle strutture avviene soltanto grazie alla relazione con l’altro, la quale condiziona in modo assoluto tale crescita. Quindi, per conoscere noi stessi, dobbiamo confidare massimamente nelle competenze relazionali dell’altro e nelle sue capacità affettive.

Queste risorse, se sviluppate armonicamente, come afferma Spagnuolo Lobb, ci condurranno a una piena autonomia, intesa come consapevolezza profonda che la vita intimamente ci appartiene e, nello stesso tempo, rappresenti altro, non sia affatto nostra. Il sé egotistico ci collega alla dimensione della trascendenza, alla competenza dell’io di percepirsi pienamente e “orgogliosamente” e, nel medesimo istante, di dissolversi completamente per una visione Altra, per uno scopo universale.

In questo dominio, se lo sviluppo degli altri è avvenuto in modo polifonico, il sé riesce finalmente a comprendere il sogno fatto nella confluenza iniziale, quando la madre e l’embrione fantasticavano insieme (la rêverie). Questo è il domino in cui l’individuo può giungere alla comprensione della sua dimensione globale, i fili che collegano le innumerevoli polarità del sé s’intessono, componendo il tessuto della sua vita.

L’angoscia costante della mente e dell’anima nasce probabilmente dal gap tra la possibilità e la necessità che ogni essere umano avverte, tra ciò che potrebbe fare e ciò che realizza effettivamente. Egli vede questa distanza, a volte in modo inconsapevole, ma comunque e nonostante tutto la sente, poiché le sue potenzialità vibrano e tendono senza sosta a realizzarsi. Questa tensione appartiene a ogni essere umano, con gradi e intensità diversi, e anche quando l’individuo per ragioni innate o acquisite non può esprimersi, essa comunque è presente.

Paradossalmente, maggiore è la sua consapevolezza per le proprie capacità, e più intenso sarà il dolore per non riuscire a esprimere ciò che ha dentro. La consapevolezza, quindi, non basta da sola a riequilibrare o risolvere le gestalt “incompiute”, a liberare l’eccitamento bloccato, a rendere l’uomo di nuovo pronto ad affrontare gli ostacoli che l’ambiente difficile gli mette, ma è necessario sapere cosa fare per rimuovere quei blocchi, quando utilizzare le abilità acquisite e come esercitare le competenze adeguate.

Ma se tali capacità e abilità non si sono sviluppate adeguatamente, come farà il paziente a risolvere il suo problema concreto? “Prima eravamo inconsapevoli di cosa veniva rimosso; adesso siamo largamente consapevoli di come lo rimuoviamo”.[18]

Nell’età dell’informazione, in cui qualsiasi problematica, dilemma, sofferenza sono condivisi e sviscerati in megapiazze virtuali, la persona, anche se spaesata, sa perfettamente dove si trova e di cosa soffre. Parlare d’inconscio, difese o resistenze, nevrosi e dissociazione, senza parlare di capacità e abilità da sostenere e edificare, crediamo sia tanto incomprensibile quanto inattuale.

Sempre più spesso, i pazienti che vengono nel mio studio sanno già tutto dei loro malesseri o giungono ben presto alla consapevolezza dei loro blocchi, delle “abitudini” che creano l’empasse e le origini di tali “introietti”; eppure, paradossalmente, non gli interessa disfarsene (“non perché non vogliono cambiare nulla”), poiché sono perfettamente coscienti che il nodo da sciogliere non e lì. Anche quando, ad esempio, il paziente nel “lavoro” con le polarità “risolve” quel particolare conflitto, raggiungendo la coscienza profonda di come una sua parte tiranneggia sull’altra, il problema rimane. Nell’era del post-modernismo, il dolore psichico sembra non essere più legato al rimosso, al trauma o al bisogno insoddisfatto, ma alla competenza da mettere in campo per risolvere il problema, alla consapevolezza di non possedere gli strumenti per modificare se stessi e l’ambiente, all’abilità di intessere la trama dei legami affettivi.

La frustrazione, la rassegnazione e la solitudine sono le emozioni che emergono costantemente durante queste relazioni terapeutiche e la mancanza d’energia è sia dell’individuo, che dall’ambiente, che ha smesso di offrire possibilità alla persona. Siamo nella società dell’opportunità, dell’infinità possibilità e, nello stesso tempo, dell’elemosina lavorativa, della pochezza dell’offerta appagante, del superfluo investimento emotivo; questo paradosso apre la ferita più profonda nell’anima dell’uomo contemporaneo, che è sempre più consapevole, e per questo, sempre più triste.



[1] Fromm E., (1956), L’arte di amare, Mondatori, Milano, 1986.

[2] Spagnuolo Lobb (2012), p. 43.

[3] Spagnuolo Lobb, (2012), p.43.

[4] Idem, p.42

[5] Ci sembra paradossale che una teoria come quella gestaltica, attenta alla “forma”, non abbia trovato termini più fruibili, rispetto a quelli di introiezione, retroflessione, egotismo ecc. Cercheremo nel presente lavoro di proporre una diversa terminologia, più assonante ai concetti di polifonia e poliedricità.

[6] Idem, p.43

[7] Perls F., Hefferline R. F. e Goodman P., (1951), p. 461.

[8] Tronick E., (2008), “Regolazione emotiva. Nello sviluppo e nel processo terapeutico”, Cortina Raffaello, Milano

[9] Spagnuolo Lobb M. (2012). “Quaderni di Gestalt”, Rivista Semestrale di Psicoterapia della Gestalt, vol. XXV, 2012/2, titolo del fascicolo “La prospettiva evolutiva in psicoterapia della Gestalt”, p. 43.

[10] Con questo termine Lev Vygotskij indica un certo processo cerebrale interno; come risultato di una serie di simili esperienze, nel passaggio dall’operazione esterna a quella interna tutti gli stimoli intermedi si rivelano non più necessari e l’operazione comincia a svolgersi in assenza degli stimoli mediatori. In altri termini, accade ciò che noi definiamo convenzionalmente un “processo di trapianto”.

[11] Dizionario Treccani: Simbolo s. m. [dal lat. Symbolus e symbolum, gr. sémbolon «accostamento, segno di riconoscimento, simbolo” der. di  sémb‹llv ”mettere insieme, far coincidere» (comp. di sém ”insieme” e b‹llv ”gettare”). Qualsiasi elemento (segno, gesto, oggetto, animale, persona) atto a suscitare nella mente un’idea diversa da quella offerta dal suo immediato aspetto sensibile, ma capace di evocarla attraverso qualcuno degli aspetti che caratterizzano l’elemento stesso.

[12] Vygotskij L. S., Lurija A., (1931), Strumento e segno nello sviluppo del bambino, Bari, Laterza, 1997.

[13] Idem, p. 212.

[14] Idem, p. 214.

[15] Spagnuolo Lobb M. (2012). “Quaderni di Gestalt”, Rivista Semestrale di Psicoterapia della Gestalt, vol. XXV, 2012/2, titolo del fascicolo “La prospettiva evolutiva in psicoterapia della Gestalt”, p. 41.

[16] La parola può essere descritta come l’insieme di più suoni emessi come fossero accordi musicali che costituiscono un simbolo mentale.

[17] Spagnuolo Lobb M. (2012). “Quaderni di Gestalt”, Rivista Semestrale di Psicoterapia della Gestalt, vol. XXV, 2012/2, titolo del fascicolo “La prospettiva evolutiva in psicoterapia della Gestalt”, p. 43.

[18] Perls F., Hefferline R.H., Goodman P.: Teoria e pratica della terapia della Gestalt. Ed. Astrolabio, Roma 1997, p.31.

 

 

La polifonia e la poliedricità del sé

 

Come abbiamo già accennato, ogni struttura di contatto è in contiguità con la precedente e la successiva, con un andamento, in origine graduale, per divenire interattivo, interconnesso e globale. La complessità e la dinamicità delle strutture relazionali è determinata dal continuo aggiornamento della loro configurazione, in cui ogni singolo dominio modifica l’intero sistema che, a sua volta, trasforma i domini connessi tra loro.

Man mano che l’individuo si sviluppa, le varie funzioni del sé si combinano tra loro, seguendo una direzionalità regolata dal contesto sociale, dalla situazione e dal grado di competenza raggiunto.

L’uomo non produce soltanto forme antropomorfe, ma anche suoni, odori e sapori che, senza il suo “tocco”, non esisterebbero in natura. A che scopo fa questo?

Esaminando le strutture del sé, si è più volte evidenziato come ogni espressione umana sia intrinsecamente connessa al desiderio di conoscere e svelare le sue strutture profonde. Abbiamo descritto il dominio dell’introietto, in cui lo sviluppo del linguaggio ontico, nella dimensione dialogica, con l’uso del segno che diviene simbolo e poi parola, è il mezzo con il quale l’uomo si lega al mondo, comprende ciò che osserva e inizia il viaggio verso la conoscenza di se stesso.

Quello della proiezione, dove l’individuo scopre il “fare”, e con la produzione di “cose” inizia a comprendere le forme di cui il suo stesso io è costituito; quello della retroflessione, con lo sviluppo della riflessività e la generazione della mente, che si auto-osserva e si ascolta in un dialogo virtuale, l’individuo può udire la “voce” del suo intimo sé; la struttura della confluenza, che trova, alla fine del processo di contatto, il suo “senso e compimento” in quello dell’egotismo, in cui il sogno primigenio, il dialogo intimo iniziato con la madre in gravidanza, paradossalmente, invece di tenerlo stretto a lei, lo spinge oltre se stesso e la sua esistenza, verso il significato universale della vita. E infine, ancora il dominio della confluenza, in cui il sentimento di pienezza, grazie all’esperienza vissuta, per aver spostato i propri confini, “costringe”[1] la persona a spingersi verso nuove esperienze.

In terapia, questo momento è indubbiamente centrale, in cui il terapeuta guida e sostiene, oltre gli attuali confini, il paziente, “costringendolo”, in un rapporto dialogico acondizionante e edificante, a “divenire” se stesso.

Quando il sé polifonico riesce a esprimere tutta la sua poliedricità, assecondando la sua natura eclettica, la dinamica di figura/sfondo fluisce spontaneamente e la personalità dell’individuo, in tale processo, può svilupparsi. La polifonia e la poliedricità sono dimensioni dinamiche e le competenze, che l’individuo utilizza nel rapporto con l’ambiente, non sono predeterminate, tanto meno fisse: sono il risultato al quale l’individuo tende. Bruner parla di elementi protesici che segnano i maggiori cambiamenti della specie e di uno strumentalismo evolutivo, inerente allo stretto rapporto tra uso delle facoltà mentali dell’uomo nella costruzione, utilizzo, fruizione di utensili-strumenti-tecnologie relativi al suo potere di stare al mondo (Bruner, 1971). Questi prolungamenti antropomorfi, non sono soltanto strumenti concreti, ma soprattutto comportamentali. Lo scopo della vita e quella di poter superare continuamente se stessa, di conoscere modi, vie, possibilità per giungere alla conoscenza dello statuto ontologico dell’essere e, per fare questo, necessariamente deve costruire modi nuovi per la possibile conoscenza.

Gli stili di contatto sono fili invisibili, fasci luminosi che si proiettano da coscienza a coscienza, cavi tesi sopra degli abissi.

Questa è l’energia del sé, l’oscillazione continua tra materia e spirito, determinata dalle sue capacità innate e dal riguardo amoroso che un altro essere umano ha donato. È la relazione intersoggettiva l’artefice dello sviluppo della personalità umana, nient’altro. Il contatto con un ambiente difficile, le novità che l’organismo incontra e assimila, i suoi adattamenti, non possono accrescere le capacità, le conoscenze e le abilità dell’individuo, relative alla sua creatività peculiare, senza una relazione umana significativa.[2]

Tuttavia, la stessa energia che l’intersoggettività libera e rende disponibile per la realizzazione dell’individuo, purtroppo, può divenire un ostacolo alla crescita, un limite alle sue capacità e la principale causa della sua frammentazione, quando il rapporto tra essere ed essere non trova una connessione adeguata, una sintonizzazione sia in un senso che nell’altro o, addirittura, in entrambi.

Allo stesso modo, crediamo che anche negli eventi più tragici, nelle psicopatologie innate o acquisite più gravi, l’essere umano conservi le sue capacità connaturate e le sue potenzialità di base, che lo rendono, comunque, una persona umana.

Sappiamo che le psicopatologie e le patologie psicosomatiche dell’individuo, rappresentano anch’esse un simbolo che unisce la persona e il suo ambiente. Albert Camus afferma che l’assurdo non è nel mondo e neppure nell’uomo, ma nella loro comune presenza. Come la persona produce strumenti per creare delle realtà che prima non esistevano, così molti sintomi e sindromi sono delle espressioni antropomorfe del dolore psichico sottostante.

Tali espressioni, infatti, sono soltanto umane: la psicosi e la nevrosi (eccetto le psicopatologie innate, che comunque derivano da un DNA umano) sono il risultato di una sofferenza dell’interazione sociale, e soltanto la relazione con l’altro può creare e far sviluppare tali conformazioni. La relazione ha un potere così grande che le sue espressioni, nel bene e nel male, determinano cambiamenti, trasformazioni e nuove configurazioni fondamentali nell’esistenza dell’individuo.

Ciò accade persino agli animali che l’essere umano “include” nel suo spazio sociale: il contagio psichico determinato dai comportamenti violenti (es. la cattività, la sperimentazione, l’addomesticamento) o pseudo-educativi umani trasferiti sulle altre specie viventi, “deformano” per sempre la loro l’esistenza.

Ogni essere vivente, con forma, grado ed espressione diversi, partecipa al mondo, poiché è un elemento del tutto, e il tutto, a modo suo, si relaziona ad ognuno di essi, in un rapporto di reciproco cambiamento.

 


 

Il metodo dialogico[3] gestaltico

 

“Lo sviluppo polifonico dei domini è il termine tecnico che ho creato per indicare la complessità che anima il fare contatto nel presente, attraverso il sostegno di diverse competenze, armonizzate tra loro. […] Noi ci focalizziamo sul modo in cui quella persona armonizza le proprie capacità di contatto all’interno di uno stile di contatto globale e contestualizzato.”[4]

 

Questo concetto rappresenta uno dei punti cardine da cui siamo partiti per ripensare e integrare il metodo gestaltico con un approccio più contemporaneo, in linea con i bisogni, le debolezze, gli smarrimenti, ma anche le grandi risorse che l’uomo, dell’era della complessità, possiede e chiede di esprimere.

Margherita Spagnuolo Lobb sposta l‘attenzione clinica dalle modalità che non permettono il contatto, a competenze di contatto che si sviluppano in relazione e si adoperano, a loro volta, per costruire la relazione. Il focus metodologico di questo metodo si orienta sugli stili relazionali, che la persona utilizza in situazione, e non sui blocchi che impediscono un contatto con la novità. Dal nostro punto di vista, tuttavia, i domini, come afferma la Spagnuolo Lobb, non si sviluppano attraverso il sostegno di diverse competenze, ma sono “le competenze”. Le capacità innate di introiettare, proiettare, retroflettere ecc., attraverso le conoscenze acquisite soprattutto in relazione e le abilità affinate, divengono competenze, stili esistenziali che governano, pianificano e guidano il comportamento della persona.

“Il compito clinico non consiste nell’osservare il livello di maturazione della persona bensì come quella persona affronta la complessità delle sue percezioni. […] Essere confluenti, introiettare, proiettare non possono essere degli stadi dello sviluppo bensì delle modalità di contatto di cui il bambino è capace e che continuano a svilupparsi nel corso della sua vita. […] I domini sono capacità autonome in interazione reciproca.”[5]

I domini, come abbiamo più volte sottolineato, hanno una loro storia e un loro sviluppo, sono configurazioni dinamiche e la loro espressione può farci comprendere come l’individuo utilizza le sue capacità e qual è il suo grado di sensibilità rispetto alla problematicità date dall’ambiente.

I domini del sé sono strutture che tendono ad armonizzarsi, ed è proprio il loro grado di accordo, determinato dalle capacità innate e dalle qualità delle relazioni esperite con gli adulti significativi, che testimoniano come e quanto l’individuo sia integrato nel suo contesto sociale di riferimento.

In oltre, se l’espressione delle sensazioni, delle emozioni e dei sentimenti, così come i comportamenti della persona non sono quasi mai lineari, scontati e prevedibili, ma spesso confusi, caotici e improvvisi, come possiamo utilizzare (ahimè) le numerose griglie di lettura, quando osserviamo un comportamento umano concreto?

Nell’esempio del bambino che disegna, abbiamo visto come i domini siano in combinazione tra loro; ciò accade normalmente nelle nostre attività quotidiane, quando più pattern di attivazione ci stimolano simultaneamente e le risposte comportamentali divengano più complesse. L’individuo può comprende la realtà, proprio perché le sue strutture si attivano armoniosamente tra loro, creando nuove combinazioni di domini e sviluppando le competenze superiori della persona.

La Spagnuolo Lobb parla di polifonia e definisce i domini come capacità autonome in interazione reciproca; ma come queste competenze relazionali, combinandosi in nuove configurazioni, si attivano e si esprimono?[6]

I domini del sé non sono strutture isolate, delle monadi, ma dei sistemi aperti, in interazione e combinazione tra loro, senza schemi preordinati o sequenze stereotipate.

Il loro sviluppo, nel rapporto intersoggettivo, è come l’esecuzione di un brano, in cui ogni nota pur avendo una sua sonorità, deve accordarsi alle altre per comporre l’armonia. Nella relazione tra due persone, persino nella routine più ripetitiva, la dinamica è ben più complessa.

In tutto questo, che peso ha l’espansione della coscienza di sé e il modo di percepire la realtà, ovvero il senso dell’esistenza, quando l’acuirsi della sensibilità ci può far apparire, a tratti, ogni cosa senza un significato e la vita come un assurdo gioco? La terapia della gestalt, la terapia della consapevolezza deve considerare tale possibilità, in cui il continuum di consapevolezza può essere un modo per raggiungere un “equilibrio ideale”, ma anche la possibile via per la disperazione più profonda.

Proprio in quest’ottica, gli squilibri più significativi sembrano dipendere dal gap tra coscienza di sé e l’esperienza immediata, tra linguaggio ontico e quello ontologico, che tende inevitabilmente ad aumentare gradualmente in relazione a ciò che per il sé è ideale e ciò che è reale, e tale distanza che costituisce il senso di ambivalenza del vivere, pervaderà  ogni esperienza.

Il rapporto con la realtà è talmente complesso e sfuggente che serve a poco separare le modalità di interruzioni al contatto per descrivere il comportamento della persona; sarebbe come dividere i colori del mondo uno ad uno per osservarlo meglio. Illusioni. Questo tipo di approccio, oltre ad essere un modo artificioso di considerare la vita, non è verosimile, distante dalla specificità della persona e, oltretutto, non tiene conto del senso di vastità del suo animo e della sua esistenza. La creatività della persona, anche in situazioni drammatiche e clinicamente complesse, è la vera e unica ragione della sua vita e rappresenta il bene più prezioso che dobbiamo custodire e costruire, un’incognita continua, la responsabilità più bella che possiamo avere.

La relazione è un caos e non un ordine. L’interpretazione cognitivista della depressione (A.T. Beck, 1976), secondo cui essa si manifesta per effetto contemporaneo di tre componenti del pensiero cosciente (una opinione negativa relativa a se stesso, una sfiducia nel contesto di appartenenza e delle cattive aspettative relative al futuro), ci dice che se fossimo ancorati a schemi fissi, a cicli e livelli prestabiliti, non potremmo ottenerne una visione globale e ammissibile.

Il ciclo di vita della persona è ”un ordine attraverso fluttuazioni” regolate dalle continue esperienze. Ciò significa che non sarà mai possibile arrivare  ad un punto di stabilità assoluta, poiché l’individuo vive secondo ampie oscillazioni o fluttuazioni intorno al punto specifico che sta esperendo e tutto questo, in ultima analisi, non è altro che la stabilità umana.

Le esperienze sono un insieme di emozioni, aggregati indistricabili di sensazioni e percezioni che non possono essere sezionate e ordinate secondo una nostro vantaggio logico: sarebbe una esemplificazione, un errore epistemologico. “La vita è un gomitolo che qualcuno ha aggrovigliato”[7], e l’esistenza della persona umana rappresenta un esperimento unico e irripetibile da parte della natura ed è proprio per tale ragione che nella realtà non potremmo mai osservare un fenomeno “ideale” da manuale.  

Un approccio di questo tipo, rischierebbe di imporre un ordine o dei modelli esterni che, di fatto, non corrispondono affatto all’autentica dimensione esistenziale dell’individuo.

Come dicevamo, l’aumento della coscienza di sé rappresenta il dubbio più grande per la terapia, poiché può condurre l’animo umano su sentieri ancora inesplorati e imprevedibili; questo è il vero paradosso che emerge da questa riflessione: se il compito della terapia è quello di stabilire o ristabilire, in qualche modo, un equilibrio per l’individuo che lo ha smarrito, ricostruendo abitudini “sane” e modalità sicure, cosa ne fa dell’imprevedibilità, della creatività e della sregolatezza del genio? Vogliamo correre questo rischio, siamo disposti a scommettere sull’umano, qualsiasi siano le sue potenzialità e le sue attitudini e oltrepassare questi timori che ci rendono sempre più piccoli e sempre meno liberi o restituire alla sistema individui più o meno gestibili?

La nausea, l’inquietudine, il tedio, la scontentezza, il senso dell’assurdo, la nostalgia, la melanconia, il rimpianto, il senso di inutilità, la noia, la leggerezza del cuore, la serenità, la dolcezza, il riguardo, la spontaneità, la commozione, la gioia, sono emozioni così complesse e sottili che la terapia spesso non riesce ad intercettare. Come dice Pessoa nessuno è riuscito finora a descrivere cosa sia il tedio, proprio perché questa sensazione è così impalpabile che il normale linguaggio non è in grado di descrivere. Ma se in gran parte siamo “fatti” di parole, e le emozioni più sottili sono indescrivibili, come potremmo dire all’altro chi siamo e cosa desideriamo profondamente?

La storia delle relazioni umane non è una teoria, un insieme di regole, tanto meno uno schema prefissato, ma il risultato di combinazioni così articolate che anche quello che definiamo “novità” può non essere sempre sinonimo di crescita, così come ciò che indichiamo come “routine”, può non essere affatto un blocco, bensì uno sviluppo.

"Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell'ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore... Ci vogliono i riti". "Che cos'è un rito?" disse il piccolo principe. "Anche questa è una cosa da tempo dimenticata", disse la volpe. "È quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un'ora dalle altre ore.”[8]

 

“Qualunque esperienza dilagante, ripetitiva o indifferente, non può costituire un oggetto di contatto.”[9] La fisica dei quanti ci ha mostrato come le particelle fondamentali che ci costituiscono, interferiscono, si connettono e si scambiano incessantemente durante tutta l’esistenza, determinando cambiamenti e rivoluzioni inaspettate anche improvvise. Affermazione che un tipo di esperienza di contatto non può essere oggetto di analisi, non è più soddisfacente, sapendo che l’essere umano è continuamente in contatto con il suo ambiente, poiché egli stesso è “ambiente”; ogni elemento nel campo è sempre “attivo” e “partecipa” con gli stili di contatto di ogni suo componente. Egli non è condizionato soltanto da una realtà esterna che lo stimola e lo limita, ma da una interna altrettanto dinamica ed energetica. Sappiamo che ciò che osserviamo è modificato da come lo facciamo e viceversa. Che cosa significa questo? I domini polifonici oltre a combinarsi tra loro, si linkano a quelli dell’ambiente-altro, determinando un movimento armonico globale. Soltanto se consideriamo questa polifonia e poliedricità sistemica, possiamo intuire il significato di alcuni comportamenti, che altrimenti resterebbero poco chiari. In questo senso, immaginare delle situazioni in cui vi sia un solo stile di contatto “in figura”, è utopistico.

Quando, ad esempio, non riusciamo a parlare in pubblico perché la vergogna o la paura ci bloccano, quale stile di contatto stiamo agendo? Normalmente diremmo che la modalità utilizzata è la retroflessione, in quanto l’energia che vorremo mettere nell’ambiente la re-indirizziamo su noi stessi, preferendo non agire. Perché questo comportamento dovrebbe essere retroflessivo?

In una seduta, un paziente mi ha detto: “Durante la riunione volevo esprimere la mia idea, era una bella intuizione, forse avevo una soluzione, ma mi sono detto che non era il caso, la gola mi si è chiusa e sono rimasto in silenzio”.

La rinuncia è davvero identificabile o etichettabile con un unico dominio del sé? Il paziente ha veramente interrotto il contatto o c’è qualcos’altro che, ad un’analisi troppo deterministica, può essere sfuggito? In terapia, per il paziente sarà più importante lavorare sulla vergogna o la paura, che gli impedisce di partecipare e intervenire, o riconoscere le sue capacità di avere intuizioni, creare pensieri e soluzioni? Una delle maggiori difficoltà dell’individuo non è forse quella di riconoscere le proprie forze, come e quando utilizzarle? Perché, allora, nella terapia non si sceglie di potenziare e sperimentare tali possibilità, invece di virare spesso sulle incapacità, incompetenze e blocchi? Se la psicoterapia della gestalt è la terapia delle line di demarcazione, perché non provare a spostare la zona di sviluppo prossimale (Vygotskij, 1934) dell’individuo, tenendo conto più delle potenzialità, che delle fissazioni da aggredire e distruggere? Dare fiducia alle capacità, ai minimi talenti, alle sfumature che rappresentano le peculiarità di ognuno di noi, è lo scopo fondamentale del nostro approccio. Invece di chiedere: “mentre mi racconti che saresti voluto intervenire e parlare, e ti sei bloccato, cosa provi?”, non sarebbe più “gestaltico” domandare: “parlami delle tue intuizioni e quali collegamenti hai fatto per trovare queste soluzioni. Mentre me lo descrivi, dimmi, cosa provi?”

La rinuncia, ovvero fare a meno di qualcosa che si desidera, è un atto semplice, ma al tempo stesso complesso. Per desiderare qualcosa, si deve contattare ciò che ci piace, pensare a come ottenerlo, pianificare una strategia, immaginarsi la soddisfazione dopo averlo conseguito e, contemporaneamente, per desistere, si valuta il rischio dell’ insuccesso, si immagina il senso di frustrazione che ne deriva, si contatta la propria incompetenza e si riflette sulla propria autoefficacia e autostima.

In questo “semplice” atto mentale e in parte volitivo, che l’individuo formula in pochissimi istanti, i domini del sé sono tutti coinvolti. Ma il paziente ha effettivamente interrotto il contatto con l’ambiente o ha fatto qualcosa di ben più complesso?

“La vera esperienza consiste nel diminuire il contatto con la realtà e nell’aumentare l’analisi di quel contatto. In tal modo, la sensibilità si allarga e si approfondisce, perché in noi c’è tutto; basta cercarlo e saperlo cercare”.[10] La terapia dialogica gestaltica ha questo intento: amplificare l’analisi del minimo contatto attraverso la narrazione, la descrizione delle più piccole capacità, dei più lievi sussulti positivi che la persona sta esperendo con noi nel setting terapeutico.

La narrazione, come già descritto in precedenza, è un fenomeno proiettivo ma frutto della combinazione delle altre strutture dinamiche relazionali, in cui le parole che la compongono, sono aggregati di significato, di affettività ed emotività. Ogni parola, come abbiamo già visto, ha una valenza molteplice, cognitivo-immaginativo-emotivo-sensorio-corporea, e un’origine storico-culturale.

La stessa retroflessione, non è soltanto un momento di distacco con l’ambiente, rappresenta uno stile riflessivo della persona che non può essere sottovalutato; prima di etichettare un comportamento come una modalità di interruzione al contatto (non è intervenuto, quindi ha interrotto il contatto con l’ambiente), dovremmo domandarci come la parte “under” di questi pensieri, associazioni e riverberi cognitivi, così vitali e creativi, possano essere potenziata e consolidata, da rendere maggiormente indipendente la scelta della persona. Spesso il lavoro con le polarità, porta alla consapevolezza di quale sia la parte bloccata, e quale l’introietto sottostante che non permette di agire spontaneamente. Eppure, anche quando il blocco “è portato alla luce” e, attraverso le esperienze/esperimenti in terapia, è affrontato, sminuzzato e assimilato, il paziente non modifica sostanzialmente il suo comportamento nella realtà quotidiana, poiché l’atteggiamento verso le sue potenzialità non è mutato. Il terapeuta, prima di rimuovere ciò che impedisce al paziente di agire “liberamente”, dovrebbe, attraverso un processo di scaffolding, sostenere e rafforzare le conoscenze e le abilità che l’individuo già possiede, ma di cui non è profondamente cosciente. Se il lavoro in terapia si concentra soltanto sulla masticazione di introietti, ovvero sugli aspetti energetici per così dire “negativi”, che impediscono alla persona di ”affermare: sono io che penso, percepisco sento, faccio questo”, il possibile risultato potrebbe essere quello di creare un nuovo disagio ancora più traumatico del precedente, costituito dalla distanza tra ciò che la persona “ora sa di volere” (grazie alla consapevolezza raggiunta anche con la psicoterapia) e ciò che concretamente può realizzare. Essere consapevoli e, quindi, coscienti di cosa veramente desideriamo, non significa, necessariamente, poterlo ottenere anche quando gli introietti, che impedivano un agire “spontaneo”, sono stati “rimossi”: questo “successo” dipende quasi esclusivamente dalle capacità sviluppate nel rapporto interumano e dalle competenze che l’individuo ha edificato e continua a costruire in relazione.

L’indiscussa fiducia nelle potenzialità della persona, l’empatia accurata, il minimo sentire, la consapevolezza di radicarci su una medesima base trasmissibile, la condivisione silenziosa dei vissuti, la comune indigenza e la finitudine di ciò che siamo, l’intuizione insondabile e inspiegabile che dall’incontro di due persone qualcosa accadrà, sono parte di quello che intendiamo quando parliamo di dialogicità.

L’immagine del terapeuta che emerge da questa prospettiva è comunque quella di  colui che, mentre è tecnicamente proteso a contribuire a modificare i modelli di consapevolezza del paziente, è estremamente attento a valorizzare le oscillazioni emotive che osserva nel paziente per facilitare la comprensione di quanto si va lentamente ricostruendo. Occorrerà che tali azioni cerchino di evidenziare in che modo l’oscillazione emotiva si verifica, e come il dominio della confluenza si traduca in parole e linguaggio. Bisogna infine evidenziare come questo problema appaia oggi ancora più complesso grazie alle conoscenze e le esplicazioni che la fisica quantistica ci ha regalato, tenendo conto del rapporto di dinamicità tra osservatore e osservato, che chiama direttamente in causa la relazione terapeutica e la sua dimensione poliedrica e polifonica. Il terapeuta non può più essere considerato come un osservatore esterno e imparziale, in quanto non è condizionato soltanto dal potere delle sue teorie, ma anche dall’influenza che i suoi aspetti emotivi esercitano sull’andamento della relazione e, quindi, sullo svolgimento delle singole sedute terapeutiche. In questo modo, il terapeuta dovrà avere sia una grande attenzione per le sue stesse oscillazioni emotive, cioè quello che accompagnano e modulano la sua percezione e comprensione della sua esistenza e quella del paziente, sia la più sottile sensibilità per gli elementi perturbativi che possono in ogni momento “scivolare” nel loro rapporto dialogico.

Il rapportarsi al tu è un’esperienza che richiede passione, affidamento, riguardo, competenza  e educazione, e non può essere considerata come un momento di “grazia”. Il rapporto interumano, a qualsiasi livello, anche in quello terapeutico, è misterioso, imponderabile, perché sono enigmatiche e irripetibili le due soggettività che lo fondano.

Per tale motivo, già dai primi momenti, si dovrebbe ammettere la compresenza, non solo di elementi differenti, ma, persino, di momenti contrastanti che non diminuiscono, ma arricchiscono vitalmente la realtà del rapporto.

Come abbiamo visto, quando abbiamo parlato del dominio dell’introietto, l’io per apprendere cerca qualcuno con cui misurarsi, da cui avere la conferma, grazie l’approvazione del suo agire, del senso nel mondo e del significato essenziale ed esistenziale del tutto, che può venire soltanto dall’impatto con la richiesta e la risposta umana.

Il rapporto con l’altro, naturalmente, si costruisce con la lentezza e con una enorme fatica; il tu quando è intimamente toccato dalla presenza dell’io, pretende che  anche l’io lo sia. Questo legame, che presuppone una dimensione amorevole, si esprime attraverso la bellezza che soltanto un incontro intersoggettivo può creare.

Di conseguenza, tale comunicazione dialogica impone la condizione di un effettivo esserci della mutualità attuale, la disposizione fondamentale all’aprirsi, alla possibilità di contagiare e, nel medesimo tempo, rimanere contagiato.

Gli elementi che fondano questa dialogicacità, in un contesto terapeutico, sono: la consapevolezza che è potenzialmente rischioso e scomodo entrare in relazione con l’altro nella vera reciprocità; il rispetto dell’alterità dell’interlocutore; la tensione effettiva ed efficace ad un’unione profonda, l’accettazione di una dinamica che non è mai completamente prevedibile e governabile; la decisione di non tendere alla soluzione, ma di riconoscere e cogliere le infinite gradualità del dialogo.

Come già affermato, per la comunicazione intersoggettiva devono essere la compresenti l’acondizionamento e l’edificazione della persona; senza la volontà di edificare, un’azione acondizionante risulterebbe sterile per un discorso terapeutico-educativo (Ducci, 2002)

In oltre, l’empatia e la simpatia, assumono una rilevanza fondamentale, in quanto esprimono il gesto dell’io che sospende il suo adgredere spontaneo diretto all’altro, in un cosciente ascolto del misterioso risuonare interiore dell’altro. Questo atto non è né semplice, né definitivo, in quanto la forza dell’io tende continuamente a ripresentarsi, ma è necessario.

Questo tipo di dialogo desidera superare il momento della normale comunicazione di conoscenze, per giungere a una più profonda comunione che è armonia in un noi non uniformante.

In questi ultimi anni, durante le terapie con i pazienti, la mia attenzione clinica si è rivolta sempre più  spesso all’osservazione degli stili esperienziali, alle loro “configurazioni” e il tipo di dialogo che si instaurava.

La mia attenzione si è rivolta alle oscillazioni nel campo determinate dal particolare e dal totale, dalla semplicità e dalla complessità, che anche il più minimo contatto relazionale inevitabilmente avvia.  

“Sento un dolore allo stomaco perché ho paura di non farcela”, “ripenso a quando ero bambina e subito le tempie mi iniziano a pulsare”, “ho il cuore in gola quando il mio ragazzo non mi risponde al cellulare”, “i miei amici non hanno tempo per me ed io mi sento solo, ma non voglio che lo sappiano, io devo farcela anche senza di loro”.

Queste comuni espressioni, ci possono chiarire dire quale sia lo stile di contatto in figura? Su quale orienteremmo la nostra attenzione? Quale dominio può maggiormente sviluppare l’intenzionalità relazionale?

Da ciò, è facilmente intuibile che approcciarci a processi comportamentali e stati esistenziali con delle griglie funzionali, più o meno definite, sembra rispondere più alle ansie intrinseche dello psicoterapeuta che all’efficacia e alla bellezza dell’incontro tra persone in terapia; dovremmo, forse, avvicinarci rispettosamente e con responsabilità alla relazione, poiché tale movimento è comunque un’intromissione nel mondo interiore dell’altro e nelle maglie delle sue personalissime decisioni.

 


 

Un esempio clinico – polarità e dualità

 

Francesca è una donna sulla cinquantina, è un’artista, si occupa di fotografia, cortometraggi ed è stata legata, nell’ultimo anno, a Laura, sua coetanea. Ha i genitori abbastanza anziani (circa 80 anni), che vivono distanti da lei, in un’atra città. In terapia emergono le sue difficoltà nel gestire le relazioni con alcune persone, in particolare con sua cugina, anch’essa coetanea. Il suo stile d’attaccamento è ansioso-ambivalente che la porta a sviluppare le relazioni sentimentali e amicali con grande sofferenza, sia nei momenti di contatto, sia in quelli di distacco. È molto brillante e la sue grandi doti immaginative e associative si rivelano soprattutto quando descrive i suoi sogni e le polarità che man mano si evidenziano.

“C’è una “me” che chiede di essere accolta dall’altra “me”, che vuole invece restare sola. Una che cerca l’altro e il contatto con l’ambiente, quel mondo che le dà nutrimento; l’altra, invece, non vuole entrare nel mondo, ma restare in silenzio. Eppure sento che, a modo loro, stanno chiedendo qualcosa, che è lo stesso per entrambe”.

Proprio in questi momenti, in cui osserva le parti del suo sé che si attivano e si eclissano, che le dinamiche più ricche di contenuti affettivi si rilevano, divenendo degli importanti insight. Quali sono le modalità d’interruzione al contatto e quali le polarità da integrare?

“Anche quando vedo la mia compagna così dura, chiusa, e riconosco che quelle qualità mi appartengono, comprendo che questo è il modo più diretto per instaurare una relazione con lei, ma anche con il resto delle persone. Sono proprio quelle parti che non mi piacciono in lei, che mi fanno comprendere che tra noi, non c’è poi così tanto spazio”.

Francesca utilizza questa sua competenza per collegarsi all’altro grazie ai suoi pezzi “esistenziali” che proietta come fasci di luce verso gli altri. Lei “vede” che questi suoi frammenti li “metti” nell’altro, ne è consapevole, sa perfettamente che per molti questo meccanismo è considerato una proiezione, non lo usa per creare un confine invalicabile, ma lo ha trasformato, invece, in un mezzo di conoscenza e confronto. “La mia diffidenza, la mia freddezza e insensibilità la rivedo in Laura, ma sento che questo modo mi porta a lei, a comprenderla e accettarla fino in fondo.” Come si è modificata quest’abilità, da momento di interruzione al contatto, in una competenza relazionale? È possibile che tali meccanismi e, quindi, non solo la proiezione, siano, contemporaneamente, blocco e continuazione, stasi e crescita?

Più la terapia prosegue sull’osservazione di come Francesca sia mossa dal desiderio di relazione con se stessa e l’altro, e maggiormente il lavoro con le polarità rivela delle specificità che prima non avevo considerato: le parte in figura è spesso quella cognitiva e meta-cognitiva (ricordi, pensieri, riflessioni su se stessa, ecc.), mentre quella più sfumata è quella corporea e più “istintiva”. Ma queste due parti, sono soltanto polarità apparentemente non integrate o sono due diverse espressioni di un medesimo dinamismo o, addirittura, di strutture diverse? Chi stabilisce che le due parti debbano essere polari?

È possibile che entrambi gli estremi delle “polarità” contengano altri elementi? Prima di “separare” questi poli per farli “parlare”, non dovremmo chiederci se utilizzano lo stesso vocabolario? Come possiamo stabilire se questi frammenti si siano finalmente ricongiunti, reintegrati?

Per quanto è riguardato la terapia con Francesca, in cui il grado di consapevolezza, i suoi pensieri associativi e le sue intuizioni erano ben presenti e differenziati, è stato più efficace non operare tale dicotomia, ma osservare le dualità che man mano emergevano dalla nostra relazione.

Oltre tutto, mi sembrava singolare lavorare con la retroflessione di Francesca, esaltando proprio la retroflessività delle sue parti, per così dire, discordanti. Tuttavia, ed è proprio questo il punto, le sue non erano due parti contrapposte, ma la stessa con due linguaggi diversi.

“L’epistemologia”, l’amore per la conoscenza per ogni suo più piccolo processo e modo di essere al mondo, e la paura di scoprire se stessa hanno comunicato, contemporaneamente, a modo loro, la medesima energia vitale. Lo sforzo che ho dovuto compiere è stato quello di non operare nessuna divisione, a rigore arbitraria, ma di partecipare con le mie dualità a quelle di Francesca. Il desiderio di cercare e la paura di trovare erano figli del medesimo impulso, inscindibile e, per questo, non riconciliabile. Il malinteso sulle polarità sta forse tutto qui: ogni frazione partecipa con la sua energia alla vita, all’esperienza che il sé sta esperendo, con una modalità che deve essere scandagliata, incoraggiata, ma mai contrastata. Rinforzare una polarità a discapito di un’altra, oltre ad essere molto discutibile, è forse poco morale. Anche sforzandoci di spiegare al paziente che non c’è nulla di giusto o sbagliato, ciò che arriva al suo cuore è che una delle due è più “giusta” dell’altra, o che è arrivato il momento di iniziare a “far parlare” quella sottomessa. E anche questo atteggiamento del terapeuta, la pretesa di integrare parti in modo più o meno soggettivo, e che oltretutto forse non possono essere integrate, non potrebbe essere un’ostinazione narcisistica?

L’Io e il Me è una divisione creata dalla mente nella mente, che intuisce ma non riesce a “gestire” nello stesso momento, le due espressioni creative del suo sé.

Quando diciamo “mi sento stanco”, effettivamente sentiamo la stanchezza, ma questa sensazione emerge da uno sfondo che non parla, bensì percepisce; viceversa, l’io che esprime tale sensazione, non è in grado di sentire completamente, ma può comunicarlo. 

Cosa accada in questo “tra” non possiamo conoscerlo, ma intuirlo. La realtà, come essa ci appare, grazie alle nostre rappresentazioni, potrebbe essere persino sensibilmente diversa.

L’azione della materia (l’organismo) che vuole accrescersi, corrisponde per intensità ed energia a quella dello spirito che vuole conoscere.

Quale delle due abbia, agli albori dell’esistenza, influenzato l’altra può rimanere un mistero, ma certamente questi due momenti hanno velocità e linguaggi differenti. Una “mente” regola la formazione dell’essere corporeo dirigendo ogni sua azione allo scopo di sopravvivere, l’altra converte tale energia per proiettare tutto il suo essere oltre se stesso, trascendendo la propria materialità.

Ma se in terapia l’ultima parola spetta comunque all’io cosciente, a quella “frazione” che possiede il linguaggio accessibile, quando chiediamo al paziente di far parlare la parte immediata del sé, cioè quella che vive, osserva, cammina, soffre il contatto col mondo, ovvero la parte non consapevole, chi ascolteremo?

L’approccio dialogico tende a superare tale “frattura” proprio perché non considera quelle manifestazioni frutto di un’interruzione, ma espressioni di un passaggio, di un medesimo dinamismo. La dialogicità non è uno stato e neppure un processo, ma una disposizione d’animo, un’attitudine costante, un’abitudine a empatizzare con se stessi e con l’altro, a stare con i silenzi che costituiscono il codice nativo condiviso in grado di spiegare lunghi tratti dell’esistenza.

Come il pensiero spinge l’essere verso la sua futura destinazione, così il desiderio di legame con l’altro, lo riconduce alle origini, alla sua prima dimora. Quando, in quello spazio, il confine tra queste due volontà diviene contatto, l’anima inizia a sognare.

 



[1] «E se fosse costretto a guardare proprio verso la luce, non gli farebbero male gli occhi e non fuggirebbe, voltandosi indietro verso gli oggetti che può vedere e considerandoli realmente più chiari di quelli che gli vengono mostrati?» «è così », rispose.[…] «E se qualcuno», proseguii, «lo trascinasse a forza da lì su per la salita aspra e ripida e non lo lasciasse prima di averlo condotto alla luce del sole, proverebbe dolore e rabbia a essere trascinato, e una volta giunto alla luce, con gli occhi accecati dal bagliore, non potrebbe vedere neppure uno degli oggetti che ora chiamiamo veri?» «No, non potrebbe, almeno tutto a un tratto», rispose. Platone, (1987), La Repubblica, La Terza, Bari.

[2]Gettato su questa terra privo di forze fisiche e di idee innate, incapace di obbedire spontaneamente alle leggi costitutive dell'ordine organico che gli assegna il primo posto nel sistema degli esseri, l'uomo diventa capace di occupare la posizione eminente conferitagli dalla natura solo entrando a far parte della società; senza la civilizzazione, l'uomo sarebbe uno degli animali più deboli e meno intelligenti: questa verità è stata sovente enunciata, ma non ancora rigorosamente dimostrata. (…)” Itard, Les enfants sauvages, 1974. Di tale conclusione non condividiamo soltanto l’affermazione circa l’inesistenza delle idee innate; viceversa, pensiamo che queste capacità siano innate nell’individuo, ma che il loro sviluppo sia possibile se, nella prima infanzia, tutti quegli stimoli appropriati a farle emergere, e che afferiscono specificatamente alla sfera sociale, siano mediate dalla relazione con un proprio simile.

[3] “La dialogicità non è limitata al rapporto che gli uomini hanno gli uni con gli altri: essa è, come si è visto, un atteggiamento degli uomini gli uni verso gli altri, atteggiamento che solo nel loro rapporto si manifesta. Tuttavia, per quanto si possa fare a meno del discorso come della comunicazione, una cosa sembra appartenere alla consistenza minima della dialogicità, strettamente congiunta al suo significato: la reciprocità dell’azione interiore. Due uomini, legati nel dialogo, devono essere apertamente rivolti l’uno all’altro, devono cioè essersi rivolti l’uno verso l’altro, non importa con quale grado di attività o,addirittura, di consapevolezza di attività. È bene evidenziare questo fatto, formulandolo chiaramente. Infatti, dietro la formulazione della domanda sui limiti di una categoria messa in discussione, si cela una domanda che fa saltare ogni formula.” Buber M., (1993), “Sul dialogo. Parole che attraversano”, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi).

[4] Spagnuolo Lobb M. (2012). “Quaderni di Gestalt”, Rivista Semestrale di Psicoterapia della Gestalt, vol. XXV, 2012/2, titolo del fascicolo “La prospettiva evolutiva in psicoterapia della Gestalt”, p. 39.

[5] Idem. p. 40.

[6] Anche il PHG accenna brevemente a queste combinazioni, senza purtroppo approfondire tali intuizioni.

[7] Pessoa, p. 185

[8] A. M. R. de Saint-Exupéry, (1943), Il piccolo principe, Bompiani, Milano.

[9] Perls F., Hefferline R.H., Goodman (1997), p. 40.

[10] Pessoa F. Il libro dell’inquietudine, p. 76.

Da una psicoterapia egualitaria alla relazione dialogica.

 

«Per quanto tu possa camminare, e neppure percorrendo intera la via, tu potresti mai trovare i confini dell'anima: così profondo è il suo lógos»

(Eraclito di Efeso)

La Terapia della Gestalt è una terapia sperimentale, ma soprattutto egualitaria, in quanto, sia il terapeuta, che il paziente sono impegnati nella scoperta e creazione della figura nitida che potrà emergere durante la co-creazione della loro relazione, nel contatto finale.

Tale relazione può concretarsi soltanto se, sullo sfondo, parteciperanno quegli elementi necessari a formare ciò che in potenza è già in atto. Per tale motivo, la Terapia della Gestalt sostiene che il tutto determina le parti, un concetto che va ben oltre l’enunciato che il tutto è più della somma delle parti[1]. Ma come possiamo integrare questo concetto con quello ancora più fascinoso e tremendo che il tutto è contenuto nella parte e che, quindi, la parte è il tutto?

Ogni persona è unica, ha una sua specialissima e particolarissima nuance[2] di espressioni e comportamenti, che attendono di interagire con il campo organismo/ambiente di un proprio simile. L’incontro con l’altro e le capacità innate dei domini, contribuiscono a trasformare, momento dopo momento, attimo dopo attimo, l’essere umano in una persona, svelando parte della sua psiche che, senza questo particolare “tendere”, rimarrebbe celata nella materia biologica.

L’interazione sociale, quindi, è l’artefice della crescita della personalità umana, ma questa potrebbe non essere ancora la finalità ultima della vita. L’intenzionalità al contatto è soltanto una parte della tensione all’altro, ciò che attiva le nostre potenzialità, ma l’Io per vedere se stesso e l’altro da sé in un’unica immagine, deve affidarsi, nel rapporto dialogico, ad un punto “archimedico”, alla trascendenza. È questo salto che può cancellare i confini tra soggetto e oggetto, figura e sfondo, coscienza e coscienza, non negandoli, ma oltrepassandoli.

Nella terapia tale atteggiamento ci spinge verso l’ascolto ontologico delle interiorità che partecipano alla relazione, che questa sia individuale, di coppia, familiare o di gruppo, per oltrepassare la posizione di un Io che si pone, in ogni osservazione e descrizione come soggetto autonomo, slegato dal resto del mondo. Il più grande sforzo empatico che il terapeuta della gestalt dialogica deve compiere, consiste proprio nel sentire, il più contiguamente possibile, il suo sé come ontico-ontologico, nel flusso esistenziale che Heidegger ha indicato con il termine Dasein.

Le funzioni di contatto, lo sviluppo polifonico e poliedrico dei domini, che formano le strutture dinamiche relazionali, non sono strumenti di conoscenza qualsiasi, ma competenze sviluppate socialmente e utilizzate dal soggetto umano per giungere a se stesso. Ogni essere vivente è un’antenna che capta realtà universali, ma la mente dell’uomo, che si costruisce attraverso le esperienze relazionali, è l’unico strumento in grado, ad oggi, di decodificare gli enigmi del mondo.

Proprio per tale ragione, uno dei compiti della psicologia dovrebbe essere quello di oltrepassare i confini delle normali manifestazioni dell’uomo, soprattutto quando sono inconcepibili e persino incomprensibili, per giungere ad una visione olistica del suo essere.

Alcune psicopatologie, come ad esempio la sindrome autistica, ci pongono di fronte a interrogativi tali per cui la nostra conoscenza e la nostra logica sembrano arrestarsi. Chiederci se un individuo, con un disturbo psicopatologico tale da non apparire cosciente o possedere la libertà del volere, debba essere considerato una persona o soltanto un “umano”, attiva in noi, ancora di più, il nostro desiderio di conoscenza. L’osservazione fenomenologica, pilastro epistemologico del metodo della Terapia della Gestalt, ci impone, infatti, l’epoché, ovvero la messa tra parentesi del mondo per descrivere il fenomeno come appare, senza alcun giudizio o valutazione. Osservando alcune “espressioni” psicopatologiche, che sono comunque soltanto umane, si può affermare con certezza che al di là di questi confini diversi, non esistono sensazioni, emozioni e sentimenti? Se il contatto finale, come afferma il PHG, si stabilisce soltanto grazie alla funzione Io, che aliena o identifica consapevolmente ciò che trova nell’ambiente, questi “soggetti”, che forse non possiedono più tali facoltà, cosa sono? E tutte quelle persone che acquisiscono tali mancanze, per malattie o incidenti, e non possono più comunicarci i loro ricordi, desideri, valori, principi, speranze, sono ancora persone, hanno ancora un’anima?

Crediamo che, proprio dove l’umanità sembra incontrare maggiori difficoltà per esprimersi o, addirittura, di fronte alle barriere erette dal silenzio della “follia”, lì si instaura una dimensione ancora più particolare, ancora più intima, ed è in quello spazio che il terapeuta gestaltista è chiamato a una osservazione più attenta, più sensibile e ispirata.

Nella relazione può avvenire il rivelamento del sé che si manifesta nella dinamica biunivoca, determinata da due volontà, due responsabilità e due coscienze diverse, e da una base trasmissibile costituita dalla comune e insondabile indigenza umana.

Ciò che vorremmo integrare rispetto alla Gestalt del PHG è proprio questo: il rapporto intersoggettivo profondo che crea lo spazio relazionale è precedente al contatto. La relazione è la più certa testimonianza che un’unione nutriente e accrescitiva si è istituita tra un essere, con il suo campo psicologico, e un altro essere con il proprio; ma la relazione, per divenire realmente esperienza edificante e umanante per entrambi, deve investire oltre se stessa, con fiducia, nuova energia.

In quel frammento vitale prodotto dal collegamento unico e irripetibile di due persone, l’umanità di entrambi, come un filamento incandescente, si illumina. Questa luce è l’intimità, in cui sentimenti come: il riguardo, la tenerezza, il rispetto, la commozione, la premura, la prudenza esigono che il rapporto io/tu trascenda se stesso. In questo modo, in un salto esistenziale, la relazione si sposta dal criterio egualitario a quello dialogico.

“Solo la bellezza salverà il mondo”, solo l’intimità potrà trasformare il confine tra essere ed essere in unione profonda, gli individui in persone, proprio ciò a cui le nostre anime tendono fin dall’inizio della loro esistenza.

In oltre, se l’altro non diviene l’Altro, nessuno potrà superare se stesso poiché senza «un terzo assoluto che possa offrirsi come misura, inevitabilmente uno dei due interlocutori assumerà la funzione di misura, traducendo il discorso in termini di plagio»[3]. Ciò che intendiamo per Altro o assoluto è la dimensione che, contemporaneamente, sostiene e sospinge l’individuo oltre i confini del proprio campo psicologico, dando la possibilità ai dialoganti di incontrarsi su un terreno offerto dalla trascendenza, un campo che non è né dell’uno né dell’altro, ma che è sempre stato di entrambi. Questa è la dimensione del linguaggio ontologico, in cui le cose del mondo, che attraverso il linguaggio ontico separandosi dall’affettività erano divenute oggetti, si ricongiungono al tutto, e la parola inenarrabile, finalmente, riscopre la sua espressività più profonda.

Se una delle competenze del terapeuta della Gestalt è di sospendere ogni forma di opinione attraverso l’osservazione fenomenologica, il nostro approccio, che intende integrare questi aspetti fondamentali e irrinunciabili, si spinge oltre, per giungere all’ascolto interiore dei sentimenti invisibili e indicibili, di differente qualità e intensità, che rappresentano la persona, fino alla dimensione dell’intimità.

In un passaggio, tanto profondo quanto emozionante, Martin Buber ci parla così della dimensione dialogica a cui ci riferiamo:

ci si immagini due uomini, che siedono vicino in una qualche parte sperduta del mondo. Non si parlano, non si guardano, non si sono nemmeno voltati l’uno verso l’altro. Non si conoscono, l’uno non sa niente della vita dell’altro, si sono conosciuti quella mattina presto durante l’escursione. […] E ora – figuriamoci che questo sia uno di quei momenti capaci di spezzare i sette cerchi di ferro che serrano il nostro cuore – il malefico incantesimo improvvisamente si scioglie. Ma anche adesso l’uomo non pronuncia una parola, non muove un dito. Eppure fa qualcosa. La liberazione è avvenuta in lui senza che egli facesse nulla, non si sa da dove; ma ora compie qualcosa, sospende in sé una riservatezza su cui solo egli stesso ha potere. La comunicazione fluisce da lui senza riserve, e il silenzio la porta al suo vicino, per cui era stata pensata, e questi senza riserve la riceve, come ogni autentico fatto del destino che gli viene incontro. Non potrà raccontare a nessuno, neppure a se stesso, ciò di cui ha fatto esperienza. Che cosa ne «sa» dell’altro? Non ha più bisogno di un sapere. Poiché ove l’abbandono delle riserve, per quanto muto, ha regnato tra gli uomini, il sacramento della parola dialogica si è compiuto.”[4]

 

In questo scenario, il silenzio e l’impossibilità di ascoltare l’altro, acquista un altro significato. Il livello energetico del comune campo psicologico, costituito, sostenuto e orientato dalle due diverse vitalità, dal senso di appartenenza e dal grado d’intimità che si forma lentamente, crea uno spazio assoluto oltre il contatto stesso. Il “salto” relazionale, quindi, avviene quando con la chimica, la biologia, l’organismo, la relazione, cioè la base comune si sintonizza con gli aspetti che trascendono la persona, e il rapporto da quantitativo diviene oltremodo qualitativo. Non è più il “cosa” (la chimica, la biologia, il pensiero, la socialità), ma il “come” (la tensione alla dimensione ontologica) a trasformare ulteriormente l’esistenza. E’ un’empatia flessibilissima e delicatissima che s’instaura tra le diverse dimensioni di un unico meccanismo, che soltanto l’essere umano può avvertire e avviare. Non è un cercare di sentire come se, ma è l’intuizione del medesimo patire. La forza di questo “sentire” è nel concepire «potenza e atto» come momento unico, simultaneo e non frazionato su diverse nuances temporali (prima-poi, causa-effetto o presente-futuro). Quando l’uomo si persuade a rispondere all’altro (e quindi a se stesso), il suo agire necessariamente si cala nel presente e il futuro sfuma di fronte al principio responsabilità. E’ lì che nasce il Tempo, quando decidiamo di esserci, con un “linguaggio” che unisce tutti gli altri linguaggi. In questo hic et nunc convergono fascinosamente le totali possibilità dell’uomo che ha scelto di esserci completamente. Questo è uno dei i criteri estetici promossi dal nostro metodo gestaltico, sia terapeutici, che etici.

Nella convivenza, così come nella terapia, possiamo ritrovare ciò che inesorabilmente perdiamo tra il sentire immediato, l’atto del pensiero puro e la sua espressione visibile/udibile (la parola). Questo sacrificio è ricompensato dall’umanità che entrambi i dialoganti, con le loro possibilità, donano all’evoluzione di un nuovo legame. Lo sviluppo di questa ipotesi esistenziale e relazionale, ci porta alla riflessione sulle potenzialità della persona, qualunque esse siano, che si manifestino o meno. È la fiducia nell’umano e il desiderio di conoscere a condurci su sentieri ancora misteriosi, complessi, forse poco accessibili, ma per questo tremendamente fascinosi.

 

«Molti sono i sentieri ancora ignoti. Ma ad ogni pensante è assegnata sempre e soltanto una via, la sua: nelle cui tracce egli deve sempre costantemente vagare, per attenersi infine ad essa come alla propria, la quale però mai gli appartiene».[5]



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[1] Idem p. 32.

[2] Nuance s.f.,fr. [der. di nue “nuvola”, che è il lat. Pop. *nūba, alteraz. del lat. class. nūbes “nube”, con allusione ai riflessi sfumati delle nuvole]. – Sfumatura; il termine è usato talvolta anche in contesti ital., sia nel significato proprio di gradazione di colore, soprattutto, nel linguaggio della moda, sia in senso fig., in arte o in letteratura (una nuance di significato, di stile, di tono, ecc.).[2]

[3] Ducci E. , Essere e Comunicare,  p. 149.

[4]  Buber M., (1993), “Sul dialogo. Parole che attraversano”, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi).

[5] Heidegger M., Holzwege, a cura di V. Cicero, Bompiani, Milano, 2002.