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Terapia della Gestalt e Gestalt Psicosociale©


Da una terapia egualitaria alla relazione assoluta

 

“Come il pensiero spinge l’essere verso la sua futura destinazione, così il desiderio di legame con l’altro, lo riconduce alle origini, alla sua prima dimora. Quando, in quello spazio, il confine tra queste due volontà diviene contatto, l’anima inizia a sognare.”

 

«Per quanto tu possa camminare, e neppure percorrendo intera la via, tu potresti mai trovare i confini dell'anima: così profondo è il suo lógos»

(Eraclito di Efeso)



Quanto è descritto e teorizzato dalla Terapia della Gestalt, non è né disconosciuto tanto meno disconfermato dalla Gestalt Psicosociale©; gli assiomi e le fondamenta teoriche dell’una costituiscono le radici e la cornice teorica di riferimento dell’altra.

Come accennato in precedenza, la Terapia della Gestalt è una terapia sperimentale, ma soprattutto egualitaria. Sia il terapeuta che il paziente sono impegnati nella scoperta e creazione della figura nitida che potrà emergere durante la co-creazione della loro relazione, nel contatto pieno.

Tale relazione può concretarsi soltanto se, sullo sfondo, parteciperanno quegli elementi necessari per formare ciò che in potenza è già in atto. Per tale motivo, la Terapia della Gestalt sostiene che il tutto determina le parti, un concetto che va ben oltre l’enunciato che il tutto è più della somma delle parti. Ogni persona è unica, ha una sua specialissima e particolarissima nuance[1] di espressioni e comportamenti, che attendono di interagire con il campo organismo/ambiente dell’altro. L’incontro con l’altro e la dimensione sociale, contribuiscono a trasformare, momento dopo momento, attimo dopo attimo, l’essere umano in una persona, svelando parte della sua psiche, fino allora celata nella materia biologica. L’interazione sociale è certamente uno degli artefici della crescita e dello sviluppo della personalità umana, ma non è il solo. Uno dei compiti della psicologia è probabilmente quello di oltrepassare le apparenti normali manifestazioni dell’uomo, soprattutto quando esse sono inconcepibili e persino incomprensibili, per giungere ad una visione olistica dell’essere umano.

Alcune psicopatologie, come ad esempio la sindrome autistica, ci pongono di fronte a interrogativi tali per cui la nostra conoscenza e la nostra logica sembrano, purtroppo, arrestarsi. Chiederci se un individuo con un disturbo psicopatologico tale da non apparire presente a se stesso o di non possedere la libertà del volere debba essere considerato una persona o soltanto un “animale uomo”, ci appare terribilmente riduttivo. L’osservazione fenomenologica, pilastro epistemologico del metodo della Terapia della Gestalt, ci impone, infatti, l’epoché, cioè la messa tra parentesi del mondo per descrivere il fenomeno come appare, senza alcun giudizio o valutazione. Osservando alcune espressioni psicopatologiche, che sono comunque soltanto umane, possiamo affermare con certezza che al di là di questi confini diversi, non esistono sensazioni, emozioni e persino sentimenti? Se il campo psicologico costituito dal rapporto organismo/ambiente è una rappresentazione della realtà, unica per ognuno, come si può valutare quale realtà sia la più normale per l’individuo? L’impulso sociale dell’essere umano, che contribuisce a renderlo persona, liberandolo dal peso della sua materialità biologica, è davvero l’unica via per avvicinare il nostro logos?

Crediamo che, proprio dove l’umanità sembra incontrare maggiori difficoltà per esprimersi o, addirittura, di fronte alle barriere erette dal silenzio della follia, lì si instaura una dimensione ancora più particolare, ancora più intima, ed è in quello spazio che il gestaltista Psicosociale© è chiamato a una osservazione più attenta, intensificando il suo studio e il suo lavoro.

Per la Gestalt Psicosociale©, il rivelamento del sé si manifesta nella dinamica biunivoca, determinata da due volontà, due responsabilità, due coscienze diverse e da una base trasmissibile costituita dalla comune e insondabile indigenza umana.

La differenza più netta tra la Gestalt del PHG e la Gestalt Psicosociale©, probabilmente, sta proprio in questo: nel rapporto intersoggettivo profondo che co-crea lo spazio relazionale. Se per la Terapia della Gestalt l’unità di misura è il contatto in sé, per la Gestalt Psicosociale© è la relazione. La relazione, creata dal contatto, è la più certa testimonianza che un’unione nutriente e accrescitiva si è istituita tra un essere, con il suo campo organismo/ambiente, e un altro essere con il proprio. Ma la relazione, per divenire realmente esperienza edificante e umanante, deve investire, con fiducia, altra energia.

In quel frammento vitale prodotto dalla connessione unica e irripetibile di due persone, l’umanità di entrambi, come un filamento incandescente, si illumina. Questa luce è l’intimità, in cui sentimenti come: il riguardo, la tenerezza, il rispetto, la commozione, la premura, la prudenza, la trepidazione esigono che il rapporto io/tu trascenda se stesso. In questo modo, in un salto esistenziale, la relazione si sposta dal criterio egualitario a quello assoluto. In questo tratto, la relazione diviene piena, totale e libera.

Infatti, se l’altro non diviene l’Altro, nessuno potrà superare se stesso poiché senza «un terzo assoluto che possa offrirsi come misura, inevitabilmente uno dei due interlocutori assumerà la funzione di misura, traducendo il discorso in termini di plagio»[2]. Ciò che intendiamo per Altro o assoluto è la dimensione che, contemporaneamente, sostiene e sospinge l’individuo oltre i confini del proprio campo psicologico, donando la possibilità di incontrarsi su un terreno offerto dalla trascendenza, un luogo che non è né dell’uno né dell’altro, ma di entrambi. La mission del terapeuta della Gestalt Psicosociale© è quella di andare oltre i fenomeni osservati, per giungere ai sentimenti, di differente qualità e intensità, che ci rendono persone.

In questo scenario, anche il silenzio e l’impossibilità di ascoltare l’altro, attraverso un linguaggio condiviso, acquista un altro significato. Il livello energetico del comune campo psicologico, costituito, sostenuto e orientato dalle due diverse vitalità, dall’inconcepibile senso di appartenenza e dal grado d’intimità che si sta plasmando, crea uno spazio universale oltre il contatto stesso. Il “salto”, quindi, avviene quando con la chimica, la biologia, l’organismo e la relazione, la base comune si sintonizza con la trascendenza, e il rapporto da quantitativo diviene oltremodo qualitativo. Non è più il “cosa” (la chimica, la biologia, il pensiero, la socialità), ma il “come” (la tensione all’assoluto) a trasformare la vita in esistenza. E’ un’empatia flessibilissima e delicatissima che s’instaura tra le diverse dimensioni come fossero ingranaggi distinti di un unico meccanismo, che soltanto l’essere umano può avvertire e avviare. Non è un cercare di sentire come se, ma è il medesimo sentire in potenza e in atto. La forza di questo “sentire” è nel concepire «potenza e atto» come momento unico, simultaneo e non frazionato su diverse nuances temporali (prima-poi, causa-effetto o presente-futuro). Quando l’uomo si persuade ad aiutare l’altro (e anche se stesso), il suo agire necessariamente si cala nel presente e il futuro sfuma di fronte alla scelta della responsabilità. E’ lì che nasce il Tempo, quando decidiamo di esserci. In questo hic et nunc convergono fascinosamente le totali possibilità dell’uomo che ha scelto di impegnarsi completamente.

Nella convivenza, così come nella terapia, possiamo ritrovare ciò che, inesorabilmente, a livello intellettivo, si perde tra l’atto del pensiero puro e la sua espressione visibile/udibile (la parola). Questo sacrificio è ricompensato dall’umanità che entrambi, con le loro possibilità, donano alla dinamica della creazione di un nuovo legame. Come un movimento a pendolo, le oscillazioni del sé, attratte come un magnete dalla relazione, si armonizzano con le oscillazione del sé dell’altro. Gli sviluppi terapeutici e metodologici, relativi a questo approccio esistenziale-relazionale, potrebbero essere del tutto inediti e ci conducono a nuove riflessioni e a nuove osservazioni circa le potenzialità della persona. Tale prospettiva si fonda sui concetti teorici di Marilena Menditto, dal rapporto della persona con la sua società e dal livello eroico espresso dall’individuo in relazione a un mondo sempre più complesso, riprendendo lo studio dei vari livelli della relazione, da lei descritti in “Realizzazione di sé e sicurezza interiore”.

È la fiducia incondizionata nell’essere a spingerci su sentieri ancora misteriosi, complessi, rischiosissimi, e per questo assolutamente umani.

 

«Molti sono i sentieri ancora ignoti. Ma ad ogni pensante è assegnata sempre e soltanto una via, la sua: nelle cui tracce egli deve sempre costantemente vagare, per attenersi infine ad essa come alla propria, la quale però mai gli appartiene».[3]



[1] Nuance s.f.,fr. [der. di nue “nuvola”, che è il lat. Pop. *nūba, alteraz. del lat. class. nūbes “nube”, con allusione ai riflessi sfumati delle nuvole]. – Sfumatura; il termine è usato talvolta anche in contesti ital., sia nel significato proprio di gradazione di colore, soprattutto, nel linguaggio della moda, sia in senso fig., in arte o in letteratura (una nuance di significato, di stile, di tono, ecc.).[1]

[2] Ducci E., Essere e Comunicare,  p. 149.

[3] Heidegger M., Holzwege, a cura di V. Cicero, Bompiani, Milano, 2002.