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La Terapia della Gestalt e la società dei paradossi


(Roberto Minotti)

 

“No. La vita non mi ha disilluso. Di anno in anno la trovo invece più ricca, più desiderabile e più misteriosa - da quel giorno in cui venne a me il grande liberatore, quel pensiero cioè che la vita potrebbe essere un esperimento di chi è volto alla conoscenza - e non un dovere, non una fatalità, non una frode. E la conoscenza stessa: può anche essere per altri qualcosa di diverso, per esempio un giaciglio di riposo o la via ad un giaciglio di riposo; oppure uno svago o un ozio; ma per me essa è un mondo di pericoli e di vittorie, in cui anche i sentimenti eroici hanno le loro arene per la danza e per la lotta. "La vita come mezzo della conoscenza" - con questo principio nel cuore si può non soltanto valorosamente, ma perfino gioiosamente vivere e gioiosamente ridere”.

(Nietzsche F. La gaia scienza)

 

Accostare un testo che nel titolo recita “vitalità (eccitazione) e accrescimento della personalità umana”, a un’epoca così impalpabile e depressa, può sembrare paradossale, eppure, come si vedrà in seguito, un metodo che parla di accrescimento, consapevolezza, responsabilità e grazia non soltanto può indicarci nuovi corsi per uscire da un ristagnamento morale ed etico, ma può fornirci elementi di analisi inediti per comprendere come viviamo oggi e come poter cambiare questa stasi sensorio-emotiva. Una teoria che scandaglia il sentire e osserva l’emersione delle emozioni nascenti, energia irrinunciabile della personalità umana, non solo si oppone con forza a un abbrutimento collettivo, alla stanchezza endemica, ma si propone come modello estetico per uno stile di vita completamente altro. Accrescere nell’individuo la consapevolezza, accogliendo le sue dimensioni più rischiose, per scoprire e creare la sua autonomia in relazione, significa formare uomini che non baratteranno mai la loro dignità e loro libertà con additivi esistenziali. Se il ‘900 è stato il secolo dell’assurdo[1], il nuovo millennio sembra sempre più l’età dei paradossi, di una confusione lucida. Come esperti della relazione e della Terapia della Gestalt, siamo chiamati a dare il nostro contributo per la crescita della persona e per un cambiamento positivo della società. Sintonizzandoci costantemente con la nostra comunità di appartenenza, abbiamo il dovere morale di rispondere agli interrogativi che la mutevolezza delle relazioni sta ponendo sia alle scienze esatte sia a quelle umanistiche nel post-modernismo. Ciò che credevamo fosse valido per l’uomo del XX° secolo, oltraggiato da se stesso ma in gran parte riscattato dal desiderio di appartenenza coi movimenti di protesta e di rivolta, oggi sembra non esserlo più.

Osservando gli attuali legami, sembra che la ricerca dell’altro si sia trasformata in bisogno dell’altro. Le relazioni, soprattutto quelle di coppia, stressate alla radice dalle necessità economiche, pur di restare insieme, sono costrette a curare più i beni posizionali, che quelli relazionali, divenendo una specie di gruppi di mutuo soccorso, delle piccole Srl (società a responsabilità limitata in cui la maggiore responsabilità è quella di dividere le spese). In questo modo, si perde il senso del legame, e si va verso l’altro senza portare veramente noi stessi. Nella relazione, paradossalmente, non manca “l’altro”, ma noi.

In questo andare, in questa frenetica corsa, di dover volere, non è la mancanza di coraggio a disciogliere i legami, ma qualcosa di più distruttivo: la noia e la pigrizia. La stanchezza è figlia di un fare senza un volere, di una passione senza amore, ma con un’abnegazione esemplare. Non saremmo così bravi a perseguire i nostri compiti, qualora lo volessimo consapevolmente. Siamo nell’era del “devo” quindi “faccio”.

In una società iperstimolante, in continua trasformazione, dovremmo trovarci nell’oceano delle percezioni, e invece, paradossalmente, il sentire e le passioni si sono fossilizzate: si parla di passioni tristi[2], di esperienze anestetizzate e anestetizzanti, vissute in assoluto solipsismo, ma esperite in contesti socialmente confluenti. Lo scopo della relazione non sembra più la condivisione di interessi, ma quello di non sentire l’angoscia della solitudine; per non provare il dolore per la perdita dell’altro, di non raggiungerlo o di non essere accettati, non si è più disposti a correre il rischio, alienando dal nostro campo esistenziale la relazione, ritrovandosi in una vita di solitudine.

In questo paradossale panorama sociale, ci tornano alla mente le parole di Perls, il quale affermava che il grande compito della Terapia della Gestalt è proprio quello di “distruggere” malesseri come la noia, la stanchezza, il disinteresse, il fastidio e la tristezza per riedificare nel cuore e nell’anima dell’uomo contemporaneo la creatività, l’impegno, l’interesse, la felicità e la responsabilità. Proprio in quest’ottica, oltre ad essere un metodo, l’orientamento della Gestalt è uno stile di vita, un arte per il buon vivere.

Nel presente lavoro, il nostro focus si orienterà maggiormente sull’analisi di alcuni passaggi teorici circa la teoria del sé, l’adattamento creativo e la perdita delle funzioni dell’Io. Si cercherà di procedere seguendo il piano ideato dagli autori per avere, in conclusione, dei riferimenti precisi da utilizzare come coordinate per le successive letture e approfondimenti del già menzionato testo.



[1] Camus A., (2000), Il mito di Sisifo, Bompiani, Milano.

[2] Miguel Benasayag, Gerard Schmit. L'epoca delle passioni tristi, Feltrinelli, 2013.