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La Teoria del sé  per il PHG

La teoria del sé[14] e la sua ἐνέργεια

 

 

“La vita è fatta di rarissimi momenti di grande intensità e di innumerevoli intervalli. La maggior parte degli uomini, però, non conoscendo i momenti magici, finisce col vivere solo gli intervalli.”

(Nientzsche F.)

 

«Questo istinto di libertà reso latente a viva forza – lo abbiamo già capito – questo istinto della libertà represso, rintuzzato, incarcerato nell’intimo, che non trova infine altro oggetto su cui ancora scaricarsi e disfrenarsi se non se stesso: questo, soltanto questo è, nel suo cominciamento, la cattiva coscienza».[15]

 

La Terapia della Gestalt considera il sé come la funzione di stabilire contatto col presente reale e transitorio. Il sé, quindi, non è né una forma rigida né tanto meno un’istanza psichica stabile, come affermava Freud, ma una funzione. Infatti, l’attività del sé è un processo temporale inserito in stadi che vanno dal contatto preliminare al contatto, e dal contatto finale al post-contatto. Il complesso sistema di contatti necessario per l’adattamento creativo in un campo difficile è, appunto, il sé. Esso si trova al confine dell’organismo, è il suo profilo e non può essere isolato dall’ambiente; tale confine appartiene a entrambi e ogni volta che esiste un’interazione, un contatto, nel campo organismo/ambiente il sé si pone in rilievo. Il sé, come agente della crescita, è consapevole e integra le funzioni percettivo-propriocettivo, motorio-muscolare e i bisogni organici dell’organismo in una dinamica di figura/sfondo. Questa integrazione richiede un quantum di energia, la quale non è scontata né tanto meno “oziosa”, che è, in ultima analisi, un adattamento creativo. Nello stato di quiete, di sonno, nella digestione, nell’assimilazione ovvero quando queste situazioni approssimano all’equilibrio (omeostasi) il campo organismo/ambiente, il sé diminuisce, diviene una gestalt debole. Al contrario, con la fame, nell’immaginazione, nel moto, nella distruzione e nell’annientamento il sé prende forma.

Tra eccitazione e creatività, rilassamento e intenzionalità, attività e passività, il sé è compreso in un dinamismo in cui tutte le parti si differenziano e si uniformano, spontaneamente. La spontaneità accompagna tale attività e sorregge il processo di scoperta e invenzione in cui il sé è impegnato, progressivamente, a creare la figura che emergerà dallo sfondo. Nel middle mode, che flessibilmente costituisce il tra, il sé è impegnato nella situazione di eccitazione del rapporto figura/sfondo, dal conflitto e da qualsiasi scostamento nella linea di demarcazione del contatto; nell’hic-et-nunc, il sé è sempre “mosso” ad un’attività creativa, nell’atto per cui la sua espressione acquista senso. Nelle situazioni “ideali”, il flusso procede spontaneamente per mezzo del contatto delle superfici piene di energia, la gestalt (o il sé) si forma, trova il suo soddisfacimento e progressivamente diminuisce, in attesa di un nuovo interesse. Altri aspetti del sé, in questo processo di adattamento creativo, possono intervenire ora in un modo, ora nell’altro, nei diversi stadi del sistema di contatti che si orienta verso l’ambiente (adgredere).

Come già detto in precedenza, le attività e le proprietà del sé impegnato in una situazione ideale, in un dato presente, si esauriscono, dopo la formazione della gestalt, con la relativa diminuzione del sé. Che cosa accade, invece, quando osserviamo una situazione reale, cioè in una seduta di psicoterapia?

Per chiarire il più possibile il funzionamento dell’organismo in situazione, la gestalt introduce tre strutture particolari che il sé utilizza ogni qualvolta vuole soddisfare degli scopi speciali. Tali funzioni sono: l’Es, l’Io e la Personalità.

L’Es rappresenta, nello stadio iniziale, lo sfondo che, come una nebbia, si dirada gradualmente nelle sue varie possibilità. Le eccitazioni organiche, la percezione indistinta dell’ambiente, le primissime sensazioni che collegano l’organismo al suo ambiente e nel passaggio alla consapevolezza delle situazioni irrisolte, esso si dissolve. Stiamo parlando del livello corporeo e sensoriale, perlopiù inconsapevole, nello stadio del rilassamento. L’Es è la temporanea disintegrazione, che ritroverà un’integrità qualora vi siano dalle nuove urgenze corporee. Ad esempio, nel completo rilassamento, la manipolazione[16] e i sensi sono sospesi, mentre le propriocezioni progressivamente entrano in gioco. Se, in questo frangente, nessuno stimolo o sensazione si inserisce nel campo organismo/ambiente, e l’interesse del sé si concentra sempre più sulle propriocezioni, l’individuo si addormenterà.

Per quanto riguarda la funzione Io, sempre in uno stato di rilassamento, essa non ha ancora assunto una funzione specifica che avverrà soltanto se, dallo sfondo confuso di bisogni e sensazioni, una “figura” (un bisogno) prevarrà nella situazione data. È l’Io a identificare o ad alienare le varie possibilità, intensificando o riducendo il contatto attuale e mobilizzando le risorse necessarie per aggredire l’ambiente. La sua azione è deliberata, l’interesse è vivo e il vissuto emotivo è quello di essere responsabile della propria situazione presente.

La Personalità è l’ultima tipicità del sé, ed è la figura creata che il sé diventa e assimila all’organismo, determinando la propria crescita. Più semplicemente, rappresenta gli atteggiamenti assunti nei rapporti interpersonali ed è l’assunzione di ciò che l’individuo è. Nella nevrosi, ad esempio, la Personalità è costituita da un certo numero di introietti, ideali dell’Io, etichette, false opinioni e concetti erronei sulla propria identità, da costituire un modello disfunzionale nelle interazioni di ogni genere. Non è il contenuto in sé degli introietti a determinare “l’intensità” della nevrosi, ma la rigidità e l’inflessibilità attuate dal comportamento dell’individuo. Ad esempio, la cura per l’ordine, anche meticolosa, di per sé non può essere considerata un comportamento nevrotico (basta pensare agli archivisti), diviene “patologica” o, come diremmo noi gestaltisti, non favorirebbe la crescita personale se fosse riprodotta in ogni contesto in cui l’individuo si relaziona. La nevrosi, per la Terapia della Gestalt, non è una costellazione di sintomi o una malattia, ma la stasi della crescita, un disturbo dell’accrescimento della personalità umana, l’incapacità da parte dell’individuo a concentrarsi e a individuare i propri bisogni. Infatti, uno degli obiettivi terapeutici della Gestalt è quello di affrontare, insieme al paziente, un bisogno alla volta, con l’interesse e il completo coinvolgimento, cercando di far identificare la persona (per mezzo di tecniche creative descritte nei manuali della gestalt) con quel bisogno specifico, e in quel determinato momento e contesto.

 

 

Il contatto come adattamento creativo e creatore di adattamenti

 

“L’esperienza si verifica tra l’organismo e il suo ambiente, fondamentalmente nell’epidermide e negli altri organi di risposta sensoriale e motoria […] noi parliamo dell’organismo che stabilisce un contatto con l’ambiente, mentre la realtà più semplice e immediata è costituita dal contatto in se stesso.”[17]

 

“Il contatto in sé non è né buono né cattivo[…] Una delle caratteristiche del nevrotico è l’incapacità sia di instaurare un buon contatto sia di organizzare il proprio ritiro.”[18]

 

“La vera esperienza consiste nel diminuire il contatto con la realtà e nell’aumentare l’analisi di quel contatto. In tal modo, la sensibilità si allarga e si approfondisce, perché in noi c’è tutto; basta cercarlo e saperlo cercare”.

(Pessoa F. Il libro dell’inquietudine, p. 76)

 

L’adattamento creativo è costituito da quegli atti del sé che gli permettono di affrontare e assimilare le novità prodotte dall’interazione organismo/ambiente.

La Terapia della Gestalt descrive ed esamina queste azioni, ripartendole lungo un continuum temporale, con l’eccitazione testimoniata dal rapporto figura/sfondo, in cui il processo di contatto è un complesso unico; tuttavia, per un’analisi più chiara, il processo viene diviso in quattro stadi tipici: contatto preliminare, contatto, contatto finale e post-contatto.

Nel contatto preliminare, la struttura del sé che si caratterizza è quella dell’Es, soprattutto, nell’attività del sentire. In questo stadio, le pulsioni, gli appetiti, le stimolazioni e il dolore hanno funzioni diverse. Gli appetiti o le pulsioni, come la sete, svilupperanno un contatto rivolto all’ambiente, mentre il dolore, lo dirigerà verso il corpo. Gli stimoli, invece, potranno svilupparsi come appetiti, e divenire emozioni, o dolori. Nella fame[19], ad esempio, la sensazione del bisogno organico si distacca da uno sfondo indistinto e progressivamente diviene in figura (Es - contatto preliminare); il sé, consapevole, prova un’emozione e decide se accettarla o rifiutarla in un processo di identificazione e alienazione; accogliendola, sia l’orientamento che la manipolazione deliberata del sé giungono al contatto con la figura vivace (Io - contatto); la consapevolezza è nel suo stato più luminoso e il sé è nella sua trasparenza, nella situazione di riconoscere responsabilmente il contatto esperito (Personalità - contatto pieno). Infine, l’interazione tra organismo/ambiente si depotenzia nella dinamica figura/sfondo e il sé diminuisce (Espost-contatto).

Riassumendo, il contatto finale è la meta, ed è la ragione per cui lo stesso si è istituito preliminarmente, ma il fine è sempre la crescita, e non quella del sé, ma dell’organismo.

Esso, oltretutto, deve essere una trasformazione creativa. Infatti, l’adattamento organismo/ambiente e la creatività sono in un rapporto di polarità, cioè uno non può esistere senza l’altro. Il cambiamento del nostro atteggiamento verso un determinato ambiente, inizia quando rivolgiamo l’aggressività non più verso noi stessi ma sui nostri introietti. Ma ciò ancora non è sufficiente. Per operare un cambiamento, l’esperienza deve essere vissuta, con la manipolazione dell’elemento resistente, trasformando la tecnica nevrotica, fino ad allora utilizzata, in ostacolo per la crescita. L’interesse del sé, il suo impegno e la sua motivazione, risiede nella manipolazione degli ostacoli resistenti per la loro distruzione.

La conseguenza di tale distruzione sono le emozioni, cioè la consapevolezza integrativa del rapporto organismo/ambiente. La loro espressione ci fa comprendere lo stato del campo, come diveniamo consapevoli delle cose che ci interessano e come esperiamo il mondo. Come affermano i padri della Terapia della Gestalt, non esiste sostituto alcuno all’emozione.

Nella relazione psicoterapica o d’aiuto, ogni sequenza descritta richiede un lavoro diverso e un’attenzione particolare. La sequenza che va dal contatto al contatto finale, ad esempio, in cui l’Io lascia il campo alla struttura Personalità, il sé è nella fase in cui i sistemi di contatto, fino a quel momento attivati, si risolvono nell’autoconsapevolezza della personalità. “La personalità è ‘trasparente’, la conosciamo fino in fondo, perché è il sistema di ciò che è stato riconosciuto (nella terapia, costituisce la struttura di tutti gli insight del tipo “Aha!”).[20]

È in questo “spazio/tempo” che il lavoro del terapeuta assume una rilevanza specifica per la crescita della personalità dell’individuo.

Sia ben chiaro che in situazioni dove gli appetiti e il rapporto di figura/sfondo sono così ben definiti nel campo organismo/ambiente, e nessuna alternativa è posta in questione, non ha senso parlare di Es, Io e Personalità, poiché il sé è nella sua naturale attività spontanea e nel middle mode già descritta.

Come si è accennato in precedenza, l’Io rappresenta la struttura centrale del sé. La sua azione è consapevole e tra le sue funzioni vi è quella di eseguire delle scelte deliberate che identifichino o alienino parti del campo organismo/ambiente. In tale attività consiste l’intenzionalità del sé attraverso l’Io, nel limitare consapevolmente alcuni interessi, percezioni e movimenti per concentrarsi su unità particolari e non disperdere la sua attenzione sull’intero campo. Durante tale attività, l’individuo ha la sensazione di produrre la situazione, di essere il protagonista dell’esperienza. Nel processo temporale dell’interazione figura/sfondo, siamo nella fase del contatto con l’ambiente, in cui la figura progressivamente si va sempre più delineando. Se in questa fase nulla arriva a frapporsi al fluire spontaneo degli eventi, il sé si coniugherà pienamente con l’ambiente divenendo esso stesso figura piena.

La realtà, molto spesso, non è così facile, tanto meno lineare. Ciò che potrebbe in qualsiasi parte del processo interrompere l’eccitazione verso la sua meta è rappresentato dai pericoli e dalle frustrazioni inevitabili. Ogni interruzione genererà ansia e poi angoscia e, con essa, il tentativo dell’organismo di inibire la pulsione originaria (che non può essere repressa), “dimenticando” deliberatamente, le risposte a tale stimolo. Ad esempio, nell’insonnia il sé, che è pronto a disgregarsi nel rilassamento, viene continuamente “unito” dal dolore provocato da un bisogno incompiuto. Fino a quando il bisogno non sarà appagato, la fissazione manterrà il sé vigile. A questo punto, gli sforzi del sé per rilassarsi e “perdere i sensi” si rivelano, spesso, inefficaci; il tentativo di “addormentare” l’altro (l’altra polarità del sé) che percepisce il bisogno incompiuto, con immagini o fantasie noiose, cioè retroflessioni, fa aumentare, paradossalmente, il livello dell’angoscia presente. Altre volte, queste fantasie hanno lo stesso contenuto affettivo del desiderio inibito, scaricando in parte l’eccitazione e permettendo al sé di entrare in un sonno leggero fatto di sogni, ma pronto a essere interrotto di nuovo. Un altro atteggiamento dell’individuo è quella di fissarsi (proiettare) su qualche causa pretestuosa (la musica alta, un cane che abbaia, ecc.) la sua aggressività per annientarle, come fosse il problema originario irrisolto. Questo tipo di azione ha un suo effetto, ma non porterà mai l’individuo a un sonno e un riposo appagante. Nella prospettiva gestaltica, quindi, i comportamenti nevrotici sono degli adattamenti creativi di un determinato campo psicologico in cui vi sono delle rimozioni. Il compito del terapeuta è di proporre al paziente, in un determinato modo e in quel presente, il problema che egli non sa risolvere, per offrirgli la possibilità di distruggere e assimilare gli ostacoli che si frappongono al desiderio insoddisfatto, creando nuovi modi di contatto più vitali. L’analisi delle interruzioni alla creatività, è riassunta secondo la teoria del sé, in meccanismi, caratteri e dal tipo d’interruzione che, secondo il momento in cui avviene, avranno determinate caratteristiche. Per la Terapia della Gestalt, e ciò potrà sembrare paradossale, ma anche tali interruzioni rappresentano delle abilità particolari e originalissime che l’individuo ha imparato a utilizzare. Tali modalità, come già sottolineato in precedenza, sono considerate non più adattive quando l’individuo le realizza in modo rigido e pervasivo. La prima che andremo a esaminare è la confluenza. Nella fase dell’eccitazione primaria, cioè nel contatto preliminare, in cui vi è il funzionamento fisiologico, gli stimoli ambientali, i dolori, la propriocezione ecc., il contatto è pressoché assente e le linee di demarcazione del sé sono poco evidenziate. In questo stato il sé è “diminuito” in uno stato che definiremo “in potenza. Questa contingenza, ovviamente, è il necessario sfondo inconsapevole su cui poggiano i successivi sfondi consapevoli che daranno luogo all’esperienza. L’atteggiamento nevrotico attuato è quello di aggrapparsi all’inconsapevolezza in uno stadio regressivo, infantile e dissociato. In terapia assistiamo a una desensibilizzazione, uno stato di immobilizzazione in cui il paziente tende a manipolare il terapeuta per fargli compiere gran parte del lavoro. Durante l’eccitazione e prima della consapevolezza, c’è l’introiezione. Questa dinamica testimonia che il sé sta spostando/sostituendo una propria pulsione con quella di qualcun altro. Il comportamento verso l’esterno è rassegnato, la nausea inibita, e la bocca obbligata ad aprirsi nel sorriso; il senso di vuoto lo pervade, poiché non può identificarsi con i propri desideri e neppure alienare ciò che non gli corrisponde. L’individuo si convince che ciò che vorrebbe, ma che non può soddisfare per i “devo-e-non-devo” ingoiati (non masticati, tanto meno assimilati e integrati) non gli piace. La rimozione è divenuta abituale poiché l’inibizione deliberata è stata dimenticata e tale abitudine dimenticata è inaccessibile per l’azione della formazione reattiva con il capovolgimento dell’affetto. L’atteggiamento verso l’ambiente, allora, è rassegnato, masochistico. La terza modalità di interruzione della linea di demarcazione è la proiezione, mentre il sé aggredisce l’ambiente. In questo stadio, l’individuo è consapevole e comprende le emozioni che prova, ma non le sente sue e le attribuisce all’ambiente. Il confine organismo/ambiente è, quindi, spostato verso quest’ultimo e l’individuo ha un atteggiamento di deresponsabilizzazione. Il pronome più frequentemente usato da chi proietta è “tu”, “esso” o “loro” al posto di “io” o “noi”. All’origine di questo meccanismo, com’è facilmente intuibile, ci sono gli introietti che generano i sentimenti di autodisprezzo e autoalienazione. Ci sono alcune condizioni in cui la proiezione, come ad esempio in uno stato di distacco,diviene l’artefice della creatività gratuita, cioè quell’attività in cui il sé auto-generandosi dei bisogni o eccitamenti, si crea dei problemi per spostare forzatamente la linea di demarcazione determinando la sua crescita.[21] È ciò che accade con le arti e le scienze speculative in cui tutto lo sforzo di creare una realtà più desiderabile si concentra sulla linea di demarcazione del contatto. In questa attività, non c’è un adattamento dell’organismo al’ambiente, ma dell’intero campo al sé.

Proseguendo la nostra descrizione circa le modalità adattive del sé al suo campo psicologico, troviamo la retroflessione. Essa è attuata prima del contatto, durante la distruzione e il conflitto. In questa fase l’individuo per paura di ferire o essere ferito non arriva a manipolare l’ambiente e rivolge verso se stesso l’energia destinata all’esterno, provocandosi, in tal modo, delle malattie psicosomatiche. Nella retroflessione, molto spesso, l’individuo utilizza il pronome riflessivo (“mi chiedo come faccio a…”, “dovrei sentirmi meglio”, “potrei prendermi più spazio” ecc), in un dialogo interiore con se stesso; proprio per tale ragione, il lavoro con le polarità, in cui la persona può verbalizzare ciò che prova parlando all’altra parte di sé che è sullo sfondo, sembra essere il più idoneo per iniziare, gradualmente, a integrare le sue parti alienate.

L’ultima modalità di interruzione del contatto è l’egotismo. L’individuo è nella fase del contatto finale, in cui elabora e riflette sull’esperienza esperita. La personalità è in un momento di aggiornamento e crescita, in cui il limite del sé si sta ampliando. La dinamica nevrotica egotistica è rappresentata, invece, da un’attività di annientamento degli elementi incontrollabili e sorprendenti della realtà, in una specie di confluenza deliberata. In un atteggiamento d’isolamento e presuntuosità, il sé non può attingere a quegli elementi di crescita poiché ciò che interrompe il contatto è la paura del nuovo. La soddisfazione indiretta che si può ottenere da questa esperienza e l’incasellamento, cioè la costituzione di un atteggiamento già attuato per eliminare qualsiasi incertezza e novità.

Il comportamento appena descritto è quello “tipico” attuato dal carattere nevrotico: “voler cambiare tutto senza cambiare nulla”, poiché l’equilibrio trovato, per mezzo di numerosi adattamenti creativi, gli permette una vita abbastanza stabile. Per quale motivo, allora, la persona nevrotica dovrebbe decidersi di venire in terapia? “Perché sente di trovarsi in una crisi esistenziale: sente, cioè, che i bisogni psicologici coi quali si è identificato, e che gli sono vitali quanto il respiro stesso, non vengono soddisfatti dal modo di vita attuale.”[22]

In questa prospettiva il sé non è semplicemente il processo, la funzione o il sistema di contatti che cerca nel suo rapporto organismo/ambiente il migliore adattamento creativo possibile, ma è esso stesso il creatore di adattamenti che prima non esistevano. Questa caratteristica del sé, calata nella realtà del setting (terapeutico o d’aiuto) rivoluziona completamente il rapporto tra terapeuta/counsellor e paziente/cliente, modificando gli equilibri tra loro, a vantaggio di una relazione egualitaria, co-creativa e co-agente. Uno degli scopi della terapia è di ricondurre le retroflessioni e le proiezioni agli introietti sottostanti, che hanno creato nell’individuo quelle modalità di adattamento peculiari, ma rigide e pervasive rispetto al proprio contesto di riferimento. Ciò appare più chiaro quando il paziente ci parla dei propri disturbi somatici. “Mi gira la testa”, ”mi brucia lo stomaco”, “mi fa male il collo”, sono espressioni che rivelano un atteggiamento proiettivo-retroflessivo, a cui il terapeuta gestaltico pone immediatamente la sua attenzione. Il lavoro successivo sarà quello di rendere consapevole il paziente e trasformare tali espressioni in affermazioni per “svelare” l’introietto originario. Ad esempio: “Mi fa male il collo” (modalità retroflessiva) si trasformerà in: “ho il collo rigido” (mod. proiettiva) e, infine, nel probabile introietto: “devo essere rigido, non devo piegarmi”; tale sequenza può far comprendere come la via della consapevolezza e quella della presa di coscienza, procedendo da direzioni opposte, convergono nel medesimo punto. Da questo nucleo energetico introiettato, che in qualche modo blocca o condiziona la crescita della persona, il terapeuta della gestalt, insieme al paziente, inizia a sperimentare nuove modalità di contatto e, gradualmente, “sminuzzare” quel blocco “superegoico” troppo grande per essere assimilato e integrato, per liberare nuova energia.

 

 


 

 

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