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Le strutture dinamiche relazionali e

i domini polifonici[1]

la Gestalt dialogica

 

di Roberto Minotti

 

Introduzione

“Colui che riesce a instaurare un contatto di vivo interesse con la società, non permettendo ad essa di inghiottirlo né ritirandosi completamente da essa, è un uomo integrato. È autosufficiente perché comprende il rapporto tra sé e la società, come le parti del corpo sembrano comprendere istintivamente il loro rapporto con il corpo-nel-suo-insieme. È un uomo che riconosce il confine del contatto tra se stesso e la società […] La meta della psicoterapia è di creare appunto tali uomini.”.(Fritz Perls)


L’uomo è spirito. Ma che cos’è lo spirito? Lo spirito è L’io. […] L’uomo è una sintesi dell’infinito e del finito, del temporale e dell’eterno, di possibilità e necessità, insomma, una sintesi.”[2]

Ogni cosa realizzata dall’uomo, che sia un sogno, una parola, un pensiero o un’opera, rappresenta tale sintesi, e questa vitalità è, nel bene o nel male, l’atto estetico per eccellenza.

 

Qual è l’aspetto caratteristico della vita? Quand’è che noi diciamo che un pezzo di materia è vivente? Quando esso va “facendo qualcosa”, si muove, scambia materiali con l’ambiente e così via, e ciò per un periodo di tempo molto più lungo di quanto ci aspetteremmo in circostanze analoghe da un pezzo di materia inanimata […] Come fa un organismo vivente a evitare il decadimento? La risposta è ovvia: mangiando, bevendo, respirando […]. Il termine tecnico è: metabolismo”.[3]

La vita è trasformazione e conservazione, creazione e distruzione, accrescimento e stasi, attività e inerzia. La storia dell’essere umano oscilla tra queste dicotomie in antitesi tra loro, un pendolo esistenziale, in cui l’ansia del divenire, che costituisce l’energia vitale del suo essere, stimola le sue capacità, affina le abilità e ne accresce le competenze sociali.

La situazione attuale, dobbiamo ricordarcelo, è sempre un esempio di tutta realtà passata ho futura. Essa contiene un organismo, un ambiente e un bisogno che si sta sviluppando.”[4]

Ma la realtà è veramente questa? L’esistenza dell’essere umano è davvero così lineare?

Probabilmente, la vita della persona è qualcosa più dell’interazione organismo/ambiente, del risultato di interruzioni, resistenze o del soddisfacimento di bisogni. Il mistero dell’esistenza, il suo impenetrabile dedalo, da qualsiasi prospettiva si osservi, resta il vero non-senso che l’uomo non sa risolvere. Perché la vita invece che il nulla? Tutte le restanti questioni, la paura, il dolore, la sofferenza, l’amore, persino la morte, sembrano non essere altro che emanazioni secondarie del grande vuoto in cui si ripete, come un’eco senza fine, questa gestalt che è e resterà incompiuta. Nel rumore incessante del tempo, in cui da sempre gira la ruota dell’uomo, l’unica voce degna d’essere ascoltata è quella dell’anima che cerca se stessa in un’altra anima. Ed è proprio questa interconnessione con i nostri simili, che la persona umana avverte come slancio per un’alterità che è, al tempo stesso, e altro da sé, a disegnare, nel bene e nel male, la forma della vita. Se per la realtà descritta dal PHG le risposte al comportamento umano si trovano nel campo, per questa appena descritta non ci sono risposte definitive e ciò rappresenta lo stato della condizione umana, il problema per eccellenza, la gestalt che, inconcepibilmente, lascia aperte tutte le altre gestalt.

Nel presente lavoro cercheremo di riprendere e sviluppare alcuni concetti partendo dal testo su cui poggiano i fondamenti teorici e il metodo della terapia della gestalt “The Gestalt Therapy – excitement and growth in the human personality” del 1951, con l’intento di integrare e aggiornare una teoria che comunque appare più che mai attuale, considerando il momento storico che stiamo attraversando.

In una società globalizzata, in cui i confini tra i popoli sono stati “finalmente” rimossi, in nome di una libertà uguale per tutti, e la relazione della persona con i propri simili e con il suo ambiente è inesorabilmente scivolata sullo sfondo, l’approccio gestaltico rappresenta, con i concetti di confine di contatto, campo organismo-ambiente, spontaneità, grazia e responsabilità verso la propria vita, uno tra gli orientamenti più in sintonia con i bisogni incerti dell’uomo del terzo millennio.

La nostra società appare sempre più nevrotica perché in questo buffet percettivo-emotivo, offerto dalla compulsività post-moderna, l’individuo non è in grado di organizzare il suo comportamento in conformità a una gerarchia necessaria di bisogni. La possibilità illimitata di cambiare tutto simultaneamente, ha condotto la società alla frammentazione, in un capovolgimento continuo dei significati e dei valori. L’apparenza non è più l’essenza[5], ma un rimando a una serie di entità idealizzate, a immagini indistinte, a nomi vuoti senza referenti. È l’epoca delle immagini del mondo[6], in cui la comunicazione per icone ha invaso uniformemente il globo, le immagini virtuali e le cose reali tendono a sovrapporsi e a fondersi, confondendo la coscienza umana che vive un profondo senso di disagio. L’approccio fenomenologico, che rimane uno dei capisaldi filosofici della Terapia della Gestalt, dovrebbe tener conto di questo movimento e spaesamento fenomenico, che si inserisce nel rapporto organismo/ambiente, stressando i sensi, la percezione, il flusso di coscienza e, con essa, l’intero processo di figura/sfondo. La nuova sfida, per coloro i quali vogliono cogliere pienamente le sensazioni che arrivano da questo sfondo agitato, è comprendere come proseguire il “viaggio” con nuove coordinate, non più disegnate dai quattro punti cardinali, ma da una bussola multipolare, uno sfondo di mega pixel. Se fino a poco tempo fa ci si affidava a legami sicuri, valori stabili, figure di riferimento luminose come fari, in quest’ultimissimo periodo, siamo entrati definitivamente nell’era del micro appoggio, dell’esile conforto, del sospiro relazionale. Eppure, nonostante tali criticità, crediamo che demonizzare le tecnologie dell’informazione, gli strumenti informatici, i network e gli stessi media, sia tanto banale quanto limitante. Questi strumenti, infatti, costituiscono una rivoluzione per ciò che riguarda lo stile comunicativo e la stimolazione della capacità manipolativa e associativa del bambino fin dai primissimi anni; tali strumenti, se mediati costantemente da una figura di riferimento, e inseriti in progetti educativi, consentirebbero uno sviluppo di domini, processi e pattern della mente, probabilmente inediti.

In ciò consiste l’era della complessità, in cui la persona umana è stimolata incessantemente non più da un’unica realtà, ma da insiemi di realtà in interazione tra loro.

In questo panorama, un metodo psicoterapeutico, che possa ritenersi valido, deve comprendere e persino anticipare tutto questo, poiché il suo compito non è soltanto ristretto alla cura, ma soprattutto all’educazione, all’etica e alla politica. Dovremmo metterci in discussione più spesso, osservando la complessità dei fattori che costituiscono il campo in cui l’individuo contemporaneo vive e svolge la sua attività, studiando nuove vie, confrontandoci con altri approcci, altre discipline e altre culture, in quanto le divisioni disciplinari “limitano la capacità conoscitiva della scienza perché se quest’ultima è divisa in discipline, la realtà non lo è. Essa è un insieme di fenomeni diversi, ma collegati tra loro, e spesso la spiegazione dei fenomeni studiati da una disciplina, va cercata in quelli studiati da un’altra”. [7]

Approfondiremo alcuni concetti descritti da Paul Goodman nel PHG, sviluppandoli e integrandoli con le recenti prospettive di Spagnuolo Lobb (lo sviluppo polifonico dei domini), con l’infat research, la teoria storico-culturale e quella dell’attività, l’approccio interazionista di Bruner, con i livelli dell’esperienza di Menditto e Rametta, e con quello che ho indicato con strutture dinamiche relazionali, per avere una più ampia e profonda comprensione del disagio che l’individuo esperisce in quest’era, ma, soprattutto, della felicità che potrebbe raggiungere e del benessere che dovrebbe mantenere attraverso relazioni umananti.

In questo lavoro proporremo, dunque, una nostra teoria, che si discosterà, in alcuni punti, da quella della cosiddetta “gestaltica ortodossa”, soprattutto per ciò che riguarda i momenti d’interruzione al contatto e il concetto di adattamento creativo. L’idea di integrare il metodo gestaltico è nata osservando, negli ultimi anni, i casi clinici e le esperienze fatte nei gruppi, che momento dopo momento hanno confermato le nostre ipotesi, dimostrando che il comportamento “nevrotico” è più spesso figlio di competenze relazionali non adeguatamente trasmesse o sviluppate, che di blocchi lungo il ciclo di contatto determinati da chissà quali introietti rimossi. Alla perdita delle funzioni dell’io, contrapporremo il concetto di capacità e competenze inespresse, conoscenze non sufficientemente apprese, così come alle modalità di interruzione al contatto, proporremo i momenti di sintonizzazione, accordo, armonizzazione e risonanza del sé e delle sue possibilità estetiche. Descriveremo le qualità dell’io, la sua polifonia e poliedricità, che si manifesta con armonie e rappresentazioni antropomorfe. Esamineremo come tutto questo si possa e si debba tradurre in prassi e metodo, per un approccio il più possibile dialogico, educativo e paideico.

 

 

La struttura della crescita e la volontà di potenza

 

 «Oggi nulla vediamo che voglia divenire più grande, abbiamo il presentimento che tutto continui a sprofondare, a sprofondare, divenendo più sottile, più buono, più prudente, più agevole, più mediocre, più indifferente, più cinese, più cristiano – l’uomo, non v’è alcun dubbio – ci fa sembrare “migliore” [….].Col timore per l’uomo abbiamo perduto anche l’amore verso di lui, la venerazione dinanzi a lui, la speranza in lui, anzi la volontà tesa a lui. La vista dell’uomo rende ormai stanchi – che cos’altro è oggi nichilismo, se non è questo? […] Noi siamo stanchi dell’uomo…»[8]

 

 

“[…] il nostro metodo terapeutico consiste nell’addestrare l’Io, cioè le varie identificazioni e alienazioni, per mezzo di esperimenti riguardanti la consapevolezza deliberata delle vostre varie funzioni, fino a che non viene di nuovo spontaneamente alla luce il senso per cui si è in grado di affermare” sono io che penso, percepisco sento, faccio questo”. A questo punto il paziente potrà anche procedere per suo conto[9] e, tutto questo, attraverso il contatto.

Per Frederick Perls, Ralph Hefferline e Paul Goodman, il contatto, perciò, ha la funzione di accrescere nell’individuo la consapevolezza della realtà che esperisce, in una dinamica costante di figura/sfondo e d’interazione delle valenze nel campo organismo/ambiente. “Attenzione, concentrazione, interesse, eccitazione, e grazia sono tutti rappresentativi di una sana formazione di figura/sfondo, mentre la confusione, la noia, i comportamenti coatti, le fissazioni, l’angoscia, le amnesie, la stasi e l’imbarazzo sono indicativi di un turbamento nella formazione figura/sfondo”.[10]

La Terapia della Gestalt è un approccio interattivo, educativo ed esperienziale, ma soprattutto sperimentale; cerca di non delimitare il comportamento umano in rigide definizioni, non etichetta, ma lo descrive per comprendere come accrescere le sue potenzialità in un percorso che dovrebbe condurlo all’auto-consapevolezza. Tale visione, come si può ben capire, va oltre la dimensione clinica che ogni metodo psicologico, comunque, dovrebbe possedere, ma si avventura, coraggiosamente, ai confini di altre scienze. Infatti, le domande fondamentali poste dal PHG[11] sono: come potenziare le risorse ora presenti della persona umana, come accrescere la sua consapevolezza, come interessare la sua coscienza alla vita reale, come e quando l’individuo ha interrotto il contatto con l’ambiente? Come formare uomini migliori per la nostra società? Il sintomo, la cura e la tassonomia di criteri per la doverosa diagnosi, restano sullo sfondo, mentre in figura c’è soltanto il contatto, di come si è instaurato e cosa viene esperito nel hic-et-nunc. “La realtà più semplice e immediata è costituita dal contatto in sé[12], e quest’ultimo rappresenta l’unità di misura di tale approccio. Molto dell’interesse della terapia della gestalt è rivolto alle pulsioni, agli stimoli e ai dolori, come fonte di eccitamento che determina lo stato preliminare del contatto; la loro trasformazione in sensazioni, emozioni e, infine, sentimenti determineranno, nella fase del contatto e del contatto finale, la crescita globale della persona umana. Non esistono per la Gestalt contatti giusti o sbagliati, ma contatti che accrescono e altri che bloccano il processo di crescita.

In questa prospettiva, in cui l’eccitazione è alla base del ciclo instaurato dall’organismo per soddisfare il proprio bisogno, ogni funzione, processo, sistema o rapporto attuato da esso, è inscritto nella dinamica relazionale con il suo ambiente. La loro reciprocità, come opposti dialettici, determina il campo psicologico che è il reale spazio di esistenza della persona umana. “Nessun individuo è autosufficiente; l’individuo può esistere soltanto in un campo ambientale.”[13]

Come si può facilmente comprendere, da quanto appena esposto, la Terapia della Gestalt è soprattutto la teoria dell’accrescimento, affermando, a più riprese, che ciò che serve all’uomo per divenire finalmente tale è sempre al di là, next, sulla flessibile linea di demarcazione che ogni volta, grazie al soddisfacimento del bisogno, per le azioni tipiche del sé, si sposta accrescendo l’organismo. In questo desiderio di crescita “illimitata”, una volontà di potenza che ha il suo tropismo nella differenziazione e autonomia del sé, comunque coniugato indissolubilmente al suo ambiente, la trieb[14] alla crescita coinvolge entrambi i fattori della funzione di campo. Come ben enunciato da questo metodo, che riprende i concetti della teoria dinamica della personalità di Kurt Lewin[15], non può esistere l’uno senza l’altro, quindi, alla crescita dell’organismo, corrisponderà, necessariamente, un ampliamento del proprio ambiente psicologico. Infatti, “l’ambiente, per tutto quello che riguarda le sue proprietà (direzioni, distanze, ecc.) deve essere definito, non già fisicamente, ma psicobiologicamente, cioè in base alla sua struttura quasi-fisica, quasi-sociale, quasi-mentale”.[16]

Modi di dire come: “allargare i propri confini”, “oltrepassare il limite”, “aprire la propria mente”, “sentirsi parte di un tutto”, stanno a significare proprio questo senso di espansione del proprio campo psicologico, nel rapporto organismo/ambiente.


La teoria del sé[17] e la sua ἐνέργεια

 

 

“La vita è fatta di rarissimi momenti di grande intensità e di innumerevoli intervalli. La maggior parte degli uomini, però, non conoscendo i momenti magici, finisce col vivere solo gli intervalli.”

(Nientzsche F.)

 

«Questo istinto di libertà reso latente a viva forza – lo abbiamo già capito – questo istinto della libertà represso, rintuzzato, incarcerato nell’intimo, che non trova infine altro oggetto su cui ancora scaricarsi e disfrenarsi se non se stesso: questo, soltanto questo è, nel suo cominciamento, la cattiva coscienza».[18]

 

La Terapia della Gestalt considera il sé come la funzione di stabilire contatto col presente reale e transitorio. Il sé, quindi, non è né una forma rigida né tanto meno un’istanza psichica stabile, come affermava Freud, ma una funzione. Infatti, l’attività del sé è un processo temporale inserito in stadi che vanno dal contatto preliminare al contatto, e dal contatto finale al post-contatto. Il complesso sistema di contatti necessario per l’adattamento creativo in un campo difficile è, appunto, il sé. Esso si trova al confine dell’organismo, è il suo profilo e non può essere isolato dall’ambiente; tale confine appartiene a entrambi e ogni volta che esiste un’interazione, un contatto, nel campo organismo/ambiente, il sé si pone in rilievo. Il sé, come agente della crescita, è consapevole e integra le funzioni percettivo-propriocettivo, motorio-muscolare e i bisogni organici dell’organismo in una dinamica di figura/sfondo. Questa integrazione richiede un quantum di energia, che non è scontata tanto meno “oziosa”, ed è rappresentato, in ultima analisi, l’adattamento creativo. Nello stato di quiete, di sonno, nella digestione, nell’assimilazione ovvero quando queste situazioni approssimano all’equilibrio (omeostasi) il campo organismo/ambiente, il sé diminuisce, diviene una gestalt debole. Al contrario, con la fame, nell’immaginazione, nel moto, nella distruzione e nell’annientamento il sé prende forma.

Tra eccitazione e creatività, rilassamento e intenzionalità, attività e passività, il sé è compreso in un dinamismo in cui tutte le parti si differenziano e si caratterizzano spontaneamente. La spontaneità accompagna tale attività e sorregge il processo di scoperta e invenzione in cui il sé è impegnato, progressivamente, a creare la figura che emergerà dallo sfondo. Nel middle mode, che flessibilmente costituisce il tra, il sé è impegnato nella situazione di eccitazione del rapporto figura/sfondo, dal conflitto e da qualsiasi scostamento nella linea di demarcazione del contatto; nell’hic-et-nunc, il sé è sempre “mosso” in un’attività creativa, nell’atto per cui la sua espressione acquista senso. Nelle situazioni “ideali”, il flusso procede spontaneamente per mezzo del contatto delle superfici piene di energia, la gestalt (o il sé) si forma, trova il suo soddisfacimento e progressivamente diminuisce, in attesa di un nuovo interesse. Altri aspetti del sé, in questo processo di adattamento creativo, possono intervenire ora in un modo, ora nell’altro, nei diversi stadi del sistema di contatti che si orienta verso l’ambiente (adgredere).

Come già detto in precedenza, le attività e le proprietà del sé impegnato in una situazione ideale, in un dato presente, si esauriscono dopo la formazione della gestalt, con la relativa diminuzione del sé.

Per chiarire il più possibile il funzionamento dell’organismo in situazione, la gestalt introduce tre strutture particolari (ma come afferma Goodman potrebbero essere di più), che il sé utilizza ogni qualvolta vuole soddisfare degli scopi speciali. Tali funzioni sono: l’Es, l’Io e la Personalità.

L’Es rappresenta, nello stadio iniziale, lo sfondo che, come una nebbia, si dirada gradualmente nelle sue varie possibilità. Le eccitazioni organiche, la percezione indistinta dell’ambiente, le primissime sensazioni che collegano l’organismo al suo ambiente e nel passaggio alla consapevolezza delle situazioni irrisolte, esso si dissolve. Stiamo parlando del livello corporeo e sensoriale, perlopiù inconsapevole, nello stadio del rilassamento. L’Es è la temporanea disintegrazione, che ritroverà un’integrità qualora vi siano dalle nuove urgenze corporee. Ad esempio, nel completo rilassamento, la manipolazione[19] e i sensi sono sospesi, mentre le propriocezioni progressivamente entrano in gioco. Se, in questo frangente, nessuno stimolo o sensazione si inserisce nel campo organismo/ambiente, e l’interesse del sé si concentra sempre più sulle propriocezioni, l’individuo si addormenterà.

Per quanto riguarda la funzione Io, sempre in uno stato di rilassamento, essa non ha ancora assunto una funzione specifica che avverrà soltanto se, dallo sfondo confuso di bisogni e sensazioni, una “figura” (un bisogno) prevarrà nella situazione data. È l’Io a identificare o ad alienare le varie possibilità, intensificando o riducendo il contatto attuale e mobilizzando le risorse necessarie per aggredire l’ambiente. La sua azione è deliberata, l’interesse è vivo e il vissuto emotivo è quello di essere responsabile della propria situazione presente.

La Personalità è l’ultima tipicità del sé, ed è la figura creata che il sé diventa e assimila all’organismo, determinando la propria crescita. Più semplicemente, rappresenta gli atteggiamenti assunti nei rapporti interpersonali ed è l’assunzione di ciò che l’individuo è. Nella nevrosi, ad esempio, la Personalità è costituita da un certo numero di introietti, ideali dell’Io, etichette, false opinioni e concetti erronei sulla propria identità, da costituire un modello rigido nelle interazioni di ogni genere. Non è il contenuto in sé degli introietti a determinare “l’intensità” della nevrosi, ma la rigidità e l’inflessibilità attuate dal comportamento dell’individuo. Ad esempio, la cura per l’ordine, anche meticolosa, di per sé non può essere considerata un comportamento nevrotico (ad esempio agli archivisti), diviene “patologica” o, come diremmo noi gestaltisti, non favorirebbe la crescita personale se fosse attuata in ogni contesto in cui l’individuo si relaziona. La nevrosi, per la Terapia della Gestalt, non è una costellazione di sintomi, tantomeno una malattia, ma un disturbo dell’accrescimento della personalità umana (fino alla stasi della crescita), l’incapacità da parte dell’individuo a concentrarsi e a individuare i propri bisogni. Uno degli obiettivi terapeutici della Gestalt è, infatti, quello di sostenere, insieme al paziente, un bisogno alla volta, con l’interesse e il completo coinvolgimento, cercando di far identificare la persona (per mezzo di tecniche creative descritte nei manuali della gestalt) con quel bisogno specifico, in quel determinato momento e contesto.

 

 

 

Il contatto come adattamento creativo

 

 “L’esperienza si verifica tra l’organismo e il suo ambiente, fondamentalmente nell’epidermide e negli altri organi di risposta sensoriale e motoria […] noi parliamo dell’organismo che stabilisce un contatto con l’ambiente, mentre la realtà più semplice e immediata è costituita dal contatto in se stesso.”[20]

 

 

“La vera esperienza consiste nel diminuire il contatto con la realtà e nell’aumentare l’analisi di quel contatto. In tal modo, la sensibilità si allarga e si approfondisce, perché in noi c’è tutto; basta cercarlo e saperlo cercare”.

(Pessoa F. Il libro dell’inquietudine, p. 76)

 

 

L’adattamento creativo è costituito da quegli atti del sé che gli permettono di affrontare e assimilare le novità prodotte dall’interazione organismo/ambiente.

La Terapia della Gestalt descrive ed esamina queste azioni, ripartendole lungo un continuum temporale, in cui il processo di contatto è un complesso unico attivato dall’eccitazione della dinamica figura/sfondo.

Tuttavia, per comodità descrittiva, il processo è diviso in quattro stadi specifici suddivisi in: contatto preliminare, contatto, contatto finale e post-contatto.

Nel contatto preliminare, la struttura del sé che si caratterizza è quella dell’Es, soprattutto, nell’attività del sentire. In questo stadio, le pulsioni, gli appetiti, le stimolazioni e il dolore hanno funzioni diverse. Gli appetiti o le pulsioni, come la sete, svilupperanno un contatto rivolto all’ambiente, mentre il dolore, lo dirigerà verso il corpo. Gli stimoli, invece, potranno svilupparsi come appetiti, divenire emozioni o dolori. Nella fame, ad esempio, la sensazione del bisogno organico si distacca da uno sfondo indistinto e progressivamente diviene figura (Es - contatto preliminare); il sé, consapevole, prova un’emozione e decide se accettarla o rifiutarla in un processo di identificazione e alienazione; accogliendola, sia l’orientamento che la manipolazione deliberata del sé giungono al contatto con la figura vivace (Io - contatto); la consapevolezza è nel suo stato più luminoso e il sé è nella sua trasparenza, nella situazione di riconoscere responsabilmente il contatto esperito (Personalità - contatto pieno). Infine, l’interazione tra organismo/ambiente si depotenzia nella dinamica figura/sfondo e il sé diminuisce (Espost-contatto).

Riassumendo, il contatto finale è la meta, è la ragione per cui lo stesso contatto si è istituito preliminarmente, ma il fine è sempre la crescita, non quella del sé, ma dell’organismo.

Esso, oltretutto, deve essere una trasformazione creativa. Infatti, l’adattamento organismo/ambiente e la creatività sono in un rapporto di polarità, cioè uno non può esistere senza l’altro. Il cambiamento del nostro atteggiamento verso un determinato ambiente, inizia quando rivolgiamo l’aggressività non più verso noi stessi ma sui nostri introietti. Ma ciò non è ancora sufficiente. Per operare un cambiamento, l’esperienza deve essere vissuta, con la manipolazione dell’elemento resistente, trasformando la tecnica nevrotica, fino ad allora utilizzata, in facilitatore della crescita. L’interesse del sé, il suo impegno e la sua motivazione, risiede nella manipolazione degli ostacoli resistenti per la loro distruzione.

Una conseguenza di tale distruzione sono le emozioni, cioè la consapevolezza integrativa del rapporto organismo/ambiente. La loro espressione ci fa comprendere lo stato del campo, come diveniamo consapevoli delle cose che ci interessano e come esperiamo il mondo. Come si afferma nel PHG, non esiste sostituto alcuno all’emozione.

Nella relazione psicoterapica o d’aiuto, ogni sequenza descritta richiede un lavoro diverso e un’attenzione particolare. La sequenza che va dal contatto al contatto finale, ad esempio, in cui l’Io lascia il campo alla struttura Personalità, il sé è nella fase in cui i sistemi di contatto, fino a quel momento attivati, si risolvono nell’autoconsapevolezza della personalità. “La personalità è ‘trasparente’, la conosciamo fino in fondo, perché è il sistema di ciò che è stato riconosciuto (nella terapia, costituisce la struttura di tutti gli insight del tipo “Aha!”).[21]

È in questo “spazio/tempo” che il lavoro del terapeuta assume una rilevanza specifica per la crescita della personalità dell’individuo.

Sia ben chiaro che in situazioni in cui gli appetiti e il rapporto di figura/sfondo sono così ben definiti nel campo organismo/ambiente, e nessuna alternativa è posta in questione, non ha senso parlare di Es, Io e Personalità, poiché il sé è nella sua naturale attività spontanea e nel middle mode già descritta.

Come si è accennato in precedenza, per il PHG l’Io rappresenta la struttura centrale del sé. La sua azione è cosciente e la sua funzione principale è quella di compiere delle scelte deliberate che identifichino o alienino parti del campo organismo/ambiente. In tale attività consiste l’intenzionalità[22] del sé attraverso l’Io, nel limitare consapevolmente alcuni interessi, percezioni e movimenti per concentrarsi su unità particolari e non disperdere la sua attenzione sull’intero campo. Durante tale attività, l’individuo ha la sensazione di produrre la situazione, di essere il protagonista dell’esperienza. Nel processo temporale dell’interazione figura/sfondo, siamo nella fase del contatto con l’ambiente, in cui la figura progressivamente si va sempre più delineando. Se in questa fase nulla arriva a frapporsi al fluire spontaneo degli eventi, il sé si coniugherà pienamente con l’ambiente divenendo esso stesso figura piena.

La realtà, spesso non è così semplice, tanto meno lineare. Ciò che potrebbe interrompere, in qualsiasi parte del processo, l’eccitazione verso la sua meta, è rappresentato dai pericoli e dalle frustrazioni inevitabili che l’individuo subisce. Ogni interruzione genererà ansia e poi angoscia e, con essa, il tentativo dell’organismo di inibire la pulsione originaria (che non può essere repressa), “dimenticando” deliberatamente, le risposte a tale stimolo. Ad esempio, nell’insonnia il sé, che è pronto a disgregarsi nel rilassamento, viene continuamente “unito” dal dolore provocato da un bisogno incompiuto. Fino a quando il bisogno non sarà appagato, la fissazione manterrà il sé vigile. A questo punto, gli sforzi del sé per rilassarsi e “perdere i sensi” si rivelano, spesso, inefficaci; il tentativo di “addormentare” l’altro (l’altra polarità del sé) che percepisce il bisogno incompiuto, con immagini o fantasie noiose, cioè retroflessioni, fa aumentare, paradossalmente, il livello dell’angoscia presente. Altre volte, queste fantasie hanno lo stesso contenuto affettivo del desiderio inibito, scaricando in parte l’eccitazione e permettendo al sé di entrare in un sonno leggero fatto di sogni, ma pronto a essere interrotto di nuovo. Un altro atteggiamento dell’individuo è di fissarsi (proiettare) su qualche causa pretestuosa (la musica alta, un cane che abbaia, ecc.) la sua aggressività per annientarle, come fosse il problema originario irrisolto. Questo tipo di azione ha un suo effetto, ma non porterà mai l’individuo a un sonno e un riposo appagante. Nella prospettiva gestaltica, quindi, i comportamenti nevrotici sono degli adattamenti creativi di un determinato campo psicologico in cui vi sono delle rimozioni. Il compito del terapeuta è di proporre al paziente, in un determinato modo e in quel presente, il problema che egli non sa risolvere, per offrirgli la possibilità di distruggere e assimilare gli ostacoli che si frappongono al desiderio insoddisfatto, creando modalità di contatto più vitali. L’analisi delle interruzioni alla creatività, è riassunta secondo la teoria del sé, in meccanismi, caratteri e dal tipo d’interruzione che, secondo il momento in cui avviene, avranno determinate caratteristiche. Tali modalità, come già sottolineato in precedenza, sono considerate non più adattive quando l’individuo le attua in modo rigido e pervasivo.

La prima è la confluenza. Nella fase dell’eccitazione primaria, cioè nel contatto preliminare, in cui il funzionamento fisiologico emerge prepotentemente dallo sfondo (con gli stimoli ambientali, i dolori, la propriocezione ecc.) mentre il contatto è pressoché assente e le linee di demarcazione del sé sono poco evidenziate. In questo stato il sé è “diminuito” in uno stato che definiremo “in potenza. Questa contingenza, ovviamente, è il necessario sfondo inconsapevole su cui poggiano i successivi sfondi consapevoli che daranno luogo all’esperienza. L’atteggiamento nevrotico attuato è quello di aggrapparsi all’inconsapevolezza in uno stadio regressivo, infantile e dissociato. In terapia assistiamo a una desensibilizzazione, uno stato di immobilizzazione in cui il paziente tende a manipolare il terapeuta per fargli compiere gran parte del lavoro.

Durante l’eccitazione e prima della consapevolezza, c’è l’introiezione. Questa dinamica testimonia che il sé sta spostando/sostituendo una propria pulsione con quella di qualcun altro. Il comportamento verso l’esterno è rassegnato, la nausea inibita, e la bocca obbligata ad aprirsi nel sorriso; il senso di vuoto lo pervade, poiché non può identificarsi con i propri desideri e neppure alienare ciò che non gli corrisponde. L’individuo si convince che ciò che vorrebbe, ma che non può soddisfare per i “devo-e-non-devo” ingoiati (non masticati, tanto meno assimilati e integrati) non gli piace. La rimozione è divenuta abituale poiché l’inibizione deliberata è stata dimenticata e tale abitudine è inaccessibile per l’azione della formazione reattiva[23] con il capovolgimento dell’affetto. L’atteggiamento verso l’ambiente, allora, è rassegnato, masochistico.

La terza modalità di interruzione della linea di demarcazione è la proiezione, mentre il sé aggredisce l’ambiente. In questo stadio, l’individuo è consapevole e comprende le emozioni che prova, ma non le sente sue e le attribuisce all’ambiente. Il confine organismo/ambiente è, quindi, spostato verso quest’ultimo e l’individuo ha un atteggiamento di deresponsabilizzazione. Il pronome più frequentemente usato da chi proietta è “tu”, “esso” o “loro” al posto di “io” o “noi”. All’origine di questo meccanismo, com’è facilmente intuibile, ci sono gli introietti che generano i sentimenti di autodisprezzo e autoalienazione.

Proseguiamo, ora, la nostra descrizione circa le modalità adattive del sé al suo campo psicologico, descrivendo la retroflessione. Essa è attuata prima del contatto, durante la distruzione e il conflitto. In questa fase l’individuo per paura di ferire o essere ferito non arriva a manipolare l’ambiente e rivolge verso se stesso l’energia destinata all’esterno;le conseguenze di tali ripiegamenti, solitamente, determinano sintomi e malattie psicosomatiche. Nella retroflessione, molto spesso, l’individuo utilizza il pronome riflessivo “mi” (“mi chiedo come faccio a…”, “dovrei sentirmi meglio”, “potrei prendermi più spazio” ecc), in un dialogo interiore con se stesso; proprio per tale ragione, il lavoro con le polarità, in cui la persona può verbalizzare ciò che prova parlando all’altra parte di sé che è sullo sfondo, sembra essere il più idoneo per iniziare, gradualmente, a integrare le sue parti alienate.

L’ultima modalità di interruzione del contatto è l’egotismo. L’individuo è nella fase del contatto finale, in cui elabora e riflette sull’esperienza esperita. La personalità è in un momento di aggiornamento e crescita, in cui il limite del sé si sta spostando. La dinamica nevrotica egotistica è rappresentata, invece, da un’attività di annientamento degli elementi incontrollabili e sorprendenti della realtà, in una “confluenza” deliberata. In un atteggiamento d’isolamento e presuntuosità, il sé non può attingere a quegli elementi di crescita poiché ciò che interrompe il contatto è la paura del nuovo. La soddisfazione indiretta che si può ottenere da questa esperienza e l’incasellamento, cioè la costituzione di un atteggiamento già attuato per eliminare qualsiasi incertezza e novità.

I comportamenti disfunzionali appena descritti, secondo il PHG, sono “tipici” del carattere nevrotico: “voler cambiare tutto senza cambiare nulla”, poiché l’equilibrio trovato, per mezzo di numerosi e faticosi adattamenti creativi, gli permette una vita abbastanza stabile. Per quale motivo, allora, la persona nevrotica dovrebbe decidersi di venire in terapia? “Perché sente di trovarsi in una crisi esistenziale: sente, cioè, che i bisogni psicologici con i quali si è identificato, e che gli sono vitali quanto il respiro stesso, non vengono soddisfatti dal modo di vita attuale.”[24]

Secondo tali affermazioni, sembrerebbe che le identificazioni (gli introietti) possono in qualche modo e, senza un motivo ben preciso e alcun intervento particolare, essere messi in discussione dall’individuo. Che differenze ci sono, quindi, tra gli adattamenti creativi “sani” e quelli nevrotici? Secondo tale teoria, i primi affrontano e assimilano le novità, mentre gli altri sono rigidi e incapaci di appropriarsi della freschezza dall’ambiente. Come può, allora, una persona nevrotica, che (come dice il PHG) non assimila le novità, improvvisamente sentirsi disarmonica e innescare una crisi esistenziale? Perché prima non riusciva a vedere queste situazioni e ora, chissà per quale ragione, può farlo? Da cosa e da chi dipende tale cambiamento comportamentale?

 

 

Le Strutture dinamiche relazionali

 

“Tutte le virtù sono stati fisiologici e, in particolare, sono le principali funzioni organiche sentite come necessarie come buone. Tutte le virtù sono propriamente passioni raffinate e condizioni rese superiori. La compassione e l’amore dell’umanità sono uno sviluppo dell’istinto sessuale. La giustizia è uno sviluppo dell’istinto di vendetta. La virtù è provare a resistere – volontà di potenza”.[25]

 

Nel capitolo precedente, abbiamo descritto qual è la prospettiva metodologica del PHG circa le modalità di interruzione al contato e cosa si intende per adattamento creativo.

In questa sezione cercheremo di offrire la nostra visione, evidenziando i punti in comune e le differenze interpretative per cercare di arrivare a una visione più integrata e contemporanea possibile.

Secondo la nostra ottica, gli adattamenti creativi non sono soltanto quegli atti che permettono al sé di affrontare e assimilare le novità[26], e neppure il sintomo, come espressione di sofferenza dall’individuo, ma essenzialmente competenze relazionali in grado di affrontare e creare delle novità nel campo organismo/ambiente, delle competenze sviluppate in interazione e con uno scopo sociale. Tali novità sono gli strumenti culturali umani, che determinano e condizionano il comportamento dell’individuo nell’esperienza sociale. Quando parliamo di strumenti culturali, intendiamo le conoscenze e le strategie meta-cognitive che soltanto la relazione può creare e trasmettere, e che ci rendono persone. Se per il PHG la confluenza, l’introiezione, la proiezione, la retroflessione e l’egotismo, “quando sono cronici e inadatti”[27], rappresentano modalità d’interruzione al contatto, per noi questi momenti sono, invece, competenze relazionali complesse, strutture dinamiche del sé, interconnesse e armonizzate tra loro. Queste competenze sono l’insieme di capacità[28], abilità e conoscenze che l’essere umano sviluppa in relazione, e non i risultati d’interruzioni o inibizioni, tanto meno resistenze a un ambiente difficile. Sono strutture psico-sociali innate, che si sviluppano nelle relazioni diadiche significative e che si evolvono durante tutto l’arco di vita dell’individuo. Ogni azione che l’individuo compie, consapevole o inconsapevole, volontaria o involontaria, agita o bloccata, rappresenta, comunque, un tipo di adattamento al campo organismo/ambiente, qualcosa che ha acquisito lentamente, cioè uno stile di contatto. L’organismo e l’ambiente, la dinamica figura/sfondo, l’interdipendenza noesi/noema, sono polari, elementi inscindibili; la loro co-presenza crea il contatto, ma solo la relazione con l’altro, nel bene e nel male, può determinare l’edificazione o meno della persona umana. Per tale ragione, parlare di adattamento creativo esclusivamente quando la novità è affrontata, distrutta e assimilata, ci sembra troppo riduttivo. Crediamo che la relazione con l’altro sia l’unico modo per raggiungere la comprensione di noi stessi, ed è per tale motivo che la relazione ha un potere così grande: tale incontro può farci divenire persone o annichilirci, edificarci o frammentarci.

Come vedremo nei prossimi paragrafi, la facoltà di decifrare le novità che provengono dall’esperienza, sono determinate, essenzialmente, dalle possibilità create e sviluppate dall’intenzionalità relazionale dell’altro e dalla dimensione dialogica. Come già affermato, ogni relazione umana rappresenta almeno un contatto, poiché ogni persona, anche inconsapevolmente, ha in sé un’originalità che nessun’altra realtà può sostituire. La nostra prospettiva sposta in modo sensibile il focus metodologico dal contatto, come momento di crescita della personalità, alla relazione, come unica dimensione in grado di far sviluppare, con modi e livelli diversi, le funzioni cognitive superiori e edificare l’essere umano come persona.

La relazione creatrice di competenze

 “[…] Qualsiasi tipo di contatto ha carattere creativo e dinamico. Esso, infatti, non potrà mai diventare routine, stereotipato, o semplicemente conservativo, perché deve far fronte alla novità, dal momento che solo quest’ultima è nutritiva […] Tutto il contatto è adattamento creativo tra organismo e ambiente.”[29] “Il contatto è la consapevolezza della novità assimilabile e il comportamento assunto nei suoi confronti; nonché il respingimento della novità non assimilabile”.[30] “Chiamiamo sé quel sistema di contatti che hanno luogo in ogni momento.”[31]

 

Molto spesso si è dibattuto su alcune incoerenze presenti nel PHG, della sua forma a tratti criptica e del suo stile narrativo poco lineare e chiaro. Come si può notare dalle citazioni sopra riportate, tali critiche non sembrano infondate. Se da un lato si asserisce che il contatto per definirsi tale debba necessariamente determinare una crescita attraverso la novità esperita, dall’altro si afferma che esso ha luogo in ogni momento, concetto ripreso, tra l’altro, da Perls qualche anno più tardi.[32]

Per quale motivo l’organismo può svilupparsi soltanto se aggredisce e integra le novità che emergono dall’interazione con l’ambiente? Come si può stabilire cosa sia una “novità” e come si può misurare la crescita dell’individuo? Come fa l’organismo a comprendere quale sia la freschezza non assimilabile? È sufficiente la novità che l’ambiente offre ad accrescere l’organismo e a farlo divenire una persona? Esiste un processo per il quale l’individuo in modo autosufficiente è in grado di crearsi da sé “novità” da affrontare?

Parlare di contatto in rapporto soltanto alla creatività e alla dinamicità, soprattutto in un momento storico in cui l’individuo è immerso nella complessità ed è iper-stimolato dall’ambiente, ci sembra troppo semplicistico e non in sintonia con il fluire del campo. Si afferma, in oltre, che il sintomo o la stessa patologia rappresenterebbe un adattamento creativo, cioè il tentativo migliore che l’individuo è riuscito a instaurare rispetto a un ambiente difficile. Se fosse vera tale supposizione, qualsiasi adattamento, sia patologico sia “sano”, sarebbe creativo e non vi sarebbero differenze. Se per la gestalt il sintomo rappresenta una modalità di interruzione al contatto (“questo meccanismo – la proiezione - così come la retroflessione e l’introiezione, ha lo scopo di interrompere il crescere dell’eccitazione”)[33], come può il sintomo essere un adattamento creativo e, nello stesso tempo, essere un interruzione al contatto? Anche l’affermazione che “i comportamenti nevrotici sono degli adattamenti creativi di un campo in cui vi sono rimozioni”[34], ci lascia alquanto perplessi.

Se l’adattamento creativo rappresenta sia il contatto nutriente con la novità, che la modalità nevrotica incapace di assimilare le novità dell’ambiente, cos’è il contatto? Se pensiamo, ad esempio, a tutte quelle persone che vengono da noi in terapia con difficoltà relazionali, o che incontriamo ogni giorno, quanta energia spendono per adattarsi alla complessità della vita? Paradossalmente, il loro impegno, per trovare strategie adeguate per affrontare un ambiente difficile, è maggiore rispetto a quello di coloro i quali non hanno tali problematicità e, quindi, sono più creative. In conclusione, sembra ormai chiaro che qualsiasi rapporto organismo/ambiente, rappresenti un tipo di adattamento, un contatto.

Per superare tali contraddizioni, dovremmo riconsiderare il rapporto adattamento/creatività non più polare o complementare, ma indipendente, in cui l’adattamento e la creatività si correlano ad altre competenze della persona.

Infatti, come possiamo stabilire se un contatto sia più adattivo o creativo?

Sappiamo che gli adattamenti a una situazione complessa non sono capacità esclusivamente umane. Molte specie animali e vegetali utilizzano tali abilità quotidianamente e in modi molto “creativi”. Si organizzano per difendersi e per cacciare, si costruiscono tane, nidi e nascondigli per proteggersi; sfruttano le loro capacità fisiche per sopravvivere ad ambienti ostili e utilizzano un loro linguaggio per comunicare. Vivono spesso in branchi e cooperano tra loro per la sopravvivenza della specie, proprio come facciamo noi.

Qual è, allora, l’aspetto peculiare dell’uomo circa l’adattamento, rispetto agli altri esseri viventi? Come esprime, concretamente, la sua originale creatività?

Nella specie umana, in vero, l’adattamento implica modificazioni morfologiche e fisiologiche di poca entità, poiché l’individuo è quasi del tutto svincolato dall’ambiente, potendolo modificare. In definitiva, l’adattamento è il contatto che l’individuo istituisce con l’ambiente in cui agisce e opera, così da riuscire ad ottenere la soddisfazione dei propri bisogni materiali e sociali. Ritorniamo per un momento al PHG e come definisce l’adattamento creativo: “è per la maggior parte polare, l’uno non può esistere senza l’altro”[35] ed è il quantum della loro co-presenza che determina il tipo di contatto. Ma se l’adattamento creativo è “per la maggior parte polare”, quali sono le “eccezioni” per cui non lo è, ovvero quando l’uno può esistere senza l’altro? Goodman ci dice che uno di questi momenti è quello della creatività gratuita (di cui abbiamo già parlato in precedenza), quando la persona crea ed esprime se stessa senza bisogni concreti da soddisfare. Questo particolare stato e connesso allo stile proiettivo, in cui “spesso il sé sembra quasi non rispondere agli eccitamenti organici e agli stimoli ambientali, ma si comporta come se, allucinando una meta ed esercitando la sua tecnica, stesse spontaneamente creando per sé un problema allo scopo di forzare la crescita[36]. Ma per quale ragione, soltanto la modalità proiettiva sarebbe coinvolta in quest’attività creativa? Come si può affermare che due aspetti siano “in gran parte” polari e contemporaneamente dire che il “sé spesso” ha una sola polarità?

Noi crediamo, invece, che ogni stile di contatto possa esprimere la peculiare creatività umana e che tale capacità si sviluppi soltanto in relazione con un altro essere umano.

Esistono situazioni in cui la persona si trova in uno stato mentale di per sé creatore di novità, e individui che generano opere che non posso essere il risultato di contatti precedenti.

Ciò accade, ad esempio, nella meditazione, nella contemplazione, nelle speculazioni filosofiche, nella realizzazione di teorie matematiche e fisiche, nelle arti, in tutti quelle attività in cui l’individuo è racchiuso in sé, isolato dal suo ambiente, creando comunque “qualcosa” da novità che egli stesso ha prodotto. Dobbiamo probabilmente chiederci se la produzione in solitudine di questi nuovi strumenti siano il frutto dell’integrazione delle esperienze precedenti, o se il processo che genera problematicità e soluzioni, sia insito nelle strutture mentali dell’individuo e, a un certo livello di sviluppo, sia in grado di attivarsi autonomamente.

Pensiamo che siano vere entrambe le posizioni, ma le potenzialità innate, che riguardano la creatività, si possono sviluppare soltanto attraverso l’educazione e l’apprendimento.

Ciò che intendiamo dire è che la crescita della persona può avvenire solo in relazione con un altro essere umano e soltanto il rapporto intersoggettivo può attivare gli aspetti peculiari che gli sono propri; la creatività che permette all’individuo, in modo deliberato e completamente affrancato da necessità vitali, di produrre difficoltà e problematicità per bisogni invisibili, non è determinata dal contatto con l’ambiente, ma dalla relazione umana. Ogni essere vivente ha come scopo quella di adattarsi per sopravvivere, ma soltanto l’individuo può mettere in atto comportamenti creativi che non hanno nulla a che fare con tali priorità. Egli crea per il piacere di creare, e tali attività sono il mezzo per comprendere se stesso e la sua esistenza.

In conclusione, quindi, la nostra prospettiva non considera polari l’adattamento e la creatività, ma il contatto con adattamento, e la relazione con la creatività.

I contatti creati dall’interazione con l’ambiente esterno (problematicità oggettive), derivanti dai nostri bisogni primari ci permettono di adattarci all’ambiente, ma quelli che si attuano in rapporto a rappresentazioni mentali, cioè a “problemi” creati ad hoc ed esclusivamente umani, s'instaurano soltanto con il rapporto con l’altro, attivando le strutture dinamiche relazionali sempre più complesse.

Secondo il nostro punto di vista, l’edificazione di questi ultimi determina lo sviluppo degli altri, in un rapporto evolutivo, in cui quelli “inferiori e più vecchi nella storia dello sviluppo non vengono messi da parte, ma continuano a funzionare in un contesto più comprensivo, come istanze subordinate sottoposte al dominio di quelle superiori”[37], specializzandosi sempre più.

È la relazione che precede il contatto e non viceversa: il rapporto intersoggettivo determina lo sviluppo di adattamenti sempre più complessi e slegati dai bisogni primari originari; la novità assimilata che, inizialmente, determina la crescita dell’organismo, con lo sviluppo delle competenze relazionali, diviene sempre meno necessaria.

Nei prossimi paragrafi, analizzeremo le strutture dinamiche relazionali che, pur se presentate divise, concettualmente sono concepite come un unico sistema interconnesso.


 



[1] Spagnuolo Lobb M. (2012). “Quaderni di Gestalt”, Rivista Semestrale di Psicoterapia della Gestalt, vol. XXV, 2012/2, titolo del fascicolo “La prospettiva evolutiva in psicoterapia della Gestalt”.

[2] Kierkegaard S., (2002), La malattia mortale, Mondadori, Milano.

[3] Schrödinger E., (1944), Che cos’è la vita, Adelphi, Milano, 1995, p. 120.

[4] p. 254.

[5] Sartre J. P., (1943), Essere e Nulla, Milano, Net, 2002.

[6] Heidegger M., L'epoca delle immagini del mondo, in Sentieri interrotti, prima ed., La Nuova Italia, Firenze 1968, pp. 86-87. 

[7] Parisi D., http://www.treccani.it/enciclopedia/reti-neurali-e-robotica/

[8] Nietzsche F., Genealogia della Morale, p. 33.

[9] Perls F., Hefferline R. F. e Goodman P., (1951), Teoria e pratica della terapia della Gestalt, Astrolabio, Roma, p.46.

[10] Idem, p.30.

[11] Nel gergo gestaltico la sigla PHG indica le iniziali degli autori della “Teoria e pratica della terapia della Gestalt”.

[12] Idem, p. 37.

[13] Perls F. La teoria Gestaltica parola per parola. Ed. Astrolabio, Roma 1980, p.27.

Il sé confluente (l’accordo e l’immagine)

 

Anche se le difficoltà a cui deve far fronte la nostra specie, per il soddisfacimento dei beni primari, sono pressoché simili a quelle delle altre specie, attraverso il rapporto con un proprio simile, in un lento ma graduale accestimento delle conoscenze e abilità, tali necessità, si trasformano in potenzialità, risorse alle quali le strutture psichiche sempre complesse destineranno la loro attività. I bisogni organici, tuttavia, non scompaiono mai, costituiscono lo sfondo della nostra vita, sono il ground su cui poggiano le competenze e i comportamenti tipicamente umani.

La biochimica, con i suoi legami, le sue trasformazioni ed energie, rappresenta la nostra grande madre, una base condivisa. “L’unione simbiotica ha il suo modello biologico nella relazione tra la madre e il feto. Sono due, eppure uno. Vivono insieme (simbiosi), hanno bisogno l’una dell’altro. Il feto è parte della madre, riceve tutto ciò di cui ha bisogno da lei; la madre è il suo mondo”,[1] ma anche la madre appartiene a un sistema-mondo che le fa da madre, in cui la confluenza non significa soltanto essere parte dell’ambiente[2], ma anche “accoglierne” e determinarne la sua genesi, essendo la competenza sociale di base dell’essere umano. Come potrebbe tale funzione, così necessaria, divenire un’interruzione al contatto, una modalità che, per livelli d’ansia elevati, non riesce più ad affrontare le novità dell’ambiente, arrestando la crescita dell’organismo?

Moltissime ricerche hanno descritto come, nella fase R.E.M. (rapid-eyes-movement), le onde cerebrali della madre e del feto hanno lo stesso andamento, ipotizzando che la funzione del sogno potrebbe essere quella di preparare il bambino alla realtà che lo attende.

Nel sogno, la mente della madre e del bambino comunicano, e il loro cervello è in perfetta sintonia; ad intervalli, lei trasmette al figlio, blocchi d’informazioni (immagini, forme, suoni, ecc.) come fossero codici, pacchetti di esperienze, di un programma d’attivazione di base (un BIOS-relazionale).

È stato osservato, inoltre, che alla presentazione di stimoli differenti, già dalla 27^ settimana, il battito cardiaco del feto risponde in modo differente. Ciò significa che esso individua gli stimoli, li sceglie e li memorizza in un processo cognitivo di apprendimento. È in grado di distinguere il battito cardiaco e la voce della madre tra molte altre presentate e, alla nascita, sa riconoscere una favola raccontata dalla madre, mentre era nella placenta. La costante comunicazione diadica di tipo biochimico, ormonale, immunitario, sensoriale e tattile, che sviluppare le sinapsi e i collegamenti neurali del bambino, ha lo scopo di prepararlo all’interazione con quest’ambiente e, soprattutto, lo predispone alla relazione. Il flusso dialogico, attivo fin da subito, organizza le sue strutture mentali per lo sviluppo delle competenze relazionali, ciò che Ed Tronick chiama IRSS (Infant Regulatory Scoring System).

Le strategie regolatorie del bambino, osservate in numerosi esperimenti, riguardano comportamenti come la direzione dello sguardo (verso la madre, gli oggetti ecc.), il tipo di vocalizzazione (di pianto, d’irritazione, di lamento), i gesti che richiedono l’intervento della madre (toccandola, cercando di raggiungerla, sporgendosi, ecc.), i gesti di autoconforto (mettere in bocca/toccare una parte del corpo, ecc.), quelli di distanziamento (voltarsi, agitarsi sul seggiolino come per scappare) e infine gli indicatori di stress (succhiarsi la lingua, sputacchiare). Fin dalla nascita si costituisce un sistema di regolazione affettiva, che permette un’oscillazione continua tra comunicazioni riuscite ed errate, in cui la madre attua una funzione trasformativa nei confronti delle emozioni proprie e del bambino, in particolare di quelle negative.

Essi chiariscono come egli sia in grado di adottare autonomamente condotte autoregolatorie finalizzate a diminuire la tensione emotiva generata dall’interruzione della comunicazione materna (adattamenti creativi). Alcune di queste condotte, come quelle centrate sull’evitamento del contatto con la madre, sono considerate da alcuni studiosi come precocissime forme di difesa emergenti nel contesto della relazione con i caregivers. Per noi queste condotte rappresentano, invece, le prime competenze relazionali, ancora in embrione, ma comunque delle potenzialità, che attendono nuove esperienze per essere rigenerate e sviluppate.

In questo periodo della vita, in cui ogni scambio è più vitale che mai, le sensazioni fisiologiche lentamente cominciano a differenziarsi, modificandosi e configurandosi in capacità specificatamente umane. La madre e il bambino sono separati ma uniti, capaci di sentire completamente l’altro e, contemporaneamente, se stessi, e “questa capacità è alla base dell’empatia, è una qualità naturale che oggi nelle neuroscienze viene chiamata empatia incarnata.”[3]

La confluenza, questo modo di esserci, caratterizza tutti i momenti fondamentali dell’esistenza dell’essere umano come: il concepimento, la gestazione, la nascita, il sesso, l’amore e la morte. Tutti stati esistenziali in cui i confini non sono più limiti.

Quando, alla fine del ciclo di contatto, la confluenza diverrà egotismo, accresciuta dagli altri stili di contatto del sé,la nostra mente sarà pronta a sentirsi parte di un tutto, e nello stesso tempo una parte che rappresenta il tutto.

Questo dominio predetermina e sostiene le strutture successive per lo sviluppo dell’individuo attraverso un particolare tipo di unione, ovvero “la capacità di percepire e fare contatto con l’ambiente come se non ci fossero confini, né differenziazione fra l’organismo e l’ambiente”.[4]

Il sé confluente, anche quando le sensazioni sembrano più confuse, non interrompe il contatto con l’ambiente, non opera alcuna resistenza, ma utilizza le sue competenze in modo limitato. Il caos che spesso riferiscono alcuni pazienti, deriva da questo stile di contatto che cerca di associare, senza successo, la sensazione alla parola (il simbolo) nella costruzione del codice per accedere all’esperienza che si sta vivendo.

Essa è la potenzialità relazionale di base e non un limite alla crescita; non è una manifestazione causata dall’ansia in un particolare momento, ne è la causa; quando la sua funzionalità non è in grado di decifrare le informazioni che provengono dall’intero campo, il sé non riesce a delinearsi completamente, influenzando le sue successive configurazioni.

Come abbiamo visto, i flussi d’informazione bio-psico-chimici scambiati durante la gravidanza, innescano il primo processo di crescita cognitivo-relazionale dell’essere umano, trasmettendo fin dall’inizio le “conoscenze” essenziali, non solo in una modalità confluente, ma anche introiettiva o, più precisamente, proto-introiettiva. La madre, infatti, introietta[5] nel feto questi codici come fosse del cibo, del materiale che lei ha già assimilato e integrato e lo comunica al futuro bambino.

Il range di competenze relazionali possedute dall’adulto di riferimento (competenze affettive, educative, etiche, sociali ecc.), determinerà fortemente il livello di sviluppo psico-sociale del bambino. “Il bambino è sensibile agli stimoli ambientali, che sono per lui opportunità di apprendimento”[6], ed è la canche perduta, in quella fase della vita, a generare mancanze comportamentali tali da rendere più complessa la relazione con l’altro, con il mondo e con se stesso. Se volessimo tradurre questo concetto in termini psicoanalitici, diremmo che questo atto educativo mancato rappresenta il reale trauma.

Come abbiamo visto, ogni funzione di contatto (struttura o dominio) ha una sua genesi, una storia e una cultura, in contiguità con la precedente e la successiva, con un andamento in origine graduale, per divenire interattivo, interconnesso e globale.

Man mano che l’individuo si sviluppa, le varie funzioni del sé si ri-combinano tra loro, seguendo una direzionalità regolata dalla situazione e dal grado di competenza raggiunto.

In questa fase il dominio del suono costituito dalla voce, dal ritmo del cuore (assieme ai cicli circadiani) della madre generano nel bambino, che si sta formando, il concetto di tempo; in questo ciclo, l’accordo di base prepara il campo alla sintonizzazione, che attiverà il dominio del segno e del simbolo, sviluppando lentamente il concetto di spazio nel bambino. Sono queste le origini del sé polifonico e poliedrico.

 

Il sé introiettivo (la sintonizzazione e il segno)

 

“Tutte le cose che il bambino trae dai genitori amorosi, egli le assimila, poiché si confanno e sono appropriate ai suoi bisogni man mano che cresce. Sono i genitori pieni di odio che devono venire introiettati cioè accolti nella loro interezza. L’Io costituito di introietti non funziona spontaneamente poiché è composto da concetti riguardo al sé, doveri, norme, e visioni della natura umana imposti dall’esterno.”[7]

 

A questa prospettiva, in sostanza non replicabile, proponiamo una visione che tenga conto della complessità del campo e delle capacità dell’individuo, più che di introietti spinti a forza in fondo alla coscienza, contro una volontà giudicante, che probabilmente ancora non esiste o in embrione. Infatti, come può il bambino di pochi mesi comprendere le cose che gli si “confanno” e quelle non adatte? Anche se il bambino avesse una capacità di giudizio, perché dovrebbe introiettare l’odio e assimilare l’amore? Come fa a stabilire quali siano le emozioni giuste e quelle sbagliate? L’odio, l’ira, il dolore, la sofferenza non contribuiscono in nessun modo alla crescita della persona?

Quante persone passivo-aggressive hanno stili amorevoli, ma impongono con violenza la loro educazione ai figli? Di queste esperienze, quale parte diventerà un introietto e quale sarà invece assimilata? Ciò che è trasmesso dai genitori ai figli è troppo complesso ed è impensabile sezionare chirurgicamente un introietto tra parti buone e cattive, utili e inutili, accrescitive o meno. Questa prospettiva dà poi per scontato che il bambino abbia delle strutture a priori deputate per contenere e immagazzinare soltanto le parti di esperienze non assimilabili. Anche se il bambino di pochissimi mesi ha delle competenze relazionali precocissime[8], come può conoscere quale comportamento sia utile e quale dannoso, cosa assimilare e cosa rifiutare, considerando che la relazione con l’altro è un agglomerato di livelli diversi di esperienza? Se ammettessimo tali competenze, significherebbe che un neonato avrebbe già attiva quella tipicità del sé che aliena o si identifica, chiamata Io.

Sia la personalità che la coscienza non preesiste all’attività che l’uomo effettua, ma è generata da questa (Leont’ev, 1975). Le esperienze iniziali sono soprattutto momenti di apprendimento, nel bene e nel male, e persino le sensazioni spiacevoli o di dolore hanno una loro specifica valenza, un notevole valore educativo.

Il bambino tra energia e senso di sé lasciando che il mondo lo plasmi […] Questa modalità di contatto si sviluppa per tutta la vita e sta alla base della capacità di apprendere.”[9]

Perché l’essere umano è un animale sociale? Da dove nasce e come si sviluppa questo desiderio di appartenenza e connessione con gli altri?

Gran parte della nostra attività è rivolta all’altro, non solo perché ci ha creato, ma perché ci dà la possibilità di comprendere la realtà attraverso il linguaggio. La comprensione è alla base di tutti gli altri comportamenti, abilità e competenze dell’uomo, e la trascrizione dei segni in simboli avviene soltanto se l’altro interpreta ed etichetta per noi le novità presenti nel campo organismo/ambiente, significando le esperienze esperite e, step by step, “trapiantandocele”[10] con  cura (introietti).

Il bambino di alcuni mesi, che ancora non parla, deve indicare alla madre, con la tensione del braccio e della mano, l’oggetto che vuole raggiungere (es. il bicchiere). L’intenzionalità, la coscienza “rivolta a …” è già presente, ma la sua attività è in qualche modo parziale. Lui vede l’oggetto di fronte a sé, ma l’oggetto non ha ancora un senso. In quell’istante l’oggetto concreto – il bicchiere – rappresenta la cosa in sé, il ding an sich, qualcosa che ancora non può essere concepito dal bambino perché non pensabile; il piano della conoscenza inizia a cambiare quando l’adulto indicando o prendendo l’oggetto, gli assegna un nome: bicchiere. In questo modo, la cosa in sé diviene la cosa per l’altro, ciò che è per l’adulto, e lo rende pensabile al bambino per mezzo di un simbolo verbalizzato. Il referente (l’oggetto bicchiere) si unisce così al segno-parlato che l’adulto gli ha comunicato, costituendolo sensatamente. Ma è nell’ultimo passaggio, in cui la cosa per l’altro diviene la cosa per sé, cioè quando il bambino interiorizza il segno-referente-simbolo[11] rappresentato dalla parola pronunciata dalla madre, che il suo livello cognitivo opera un salto, una rivoluzione; in questa fase, il bambino non solo acquisisce un codice linguistico, ma apprende le prime regole o “strategie” relazionali e inizia a catalogarle etichettandole. La memoria, questa funzione cognitiva, supporta lo sviluppo del dominio dell’introietto, iniziando un lento e preciso lavoro di archiviazione dei segni e dei significati.

Infatti, nel processo di apprendimento del linguaggio, l’adulto non trasmette soltanto al bambino, con la costante ripetizione di parole, lo strumento-linguaggio (il vocabolario e le prime regole sintattiche), ma attiva in lui lo sviluppo delle strutture mentali dell’apprendimento, aggiungendo complessità al campo, attraverso il simbolo. L’apprendimento, a ben vedere, è un processo che “complessifica” sia il comportamento che gli stessi apparati neuronali implicati in tale attività. Il legame iniziale (bambino-oggetto) si suddivide in altri due (bambino-oggetto e oggetto-simbolo) e si istituisce non immediatamente, ma mediatamente.

Come afferma Vigotskij, “in questo sta la caratteristica fondamentale della reazione di scelta e di ogni forma superiore di comportamento”,[12] in cui al posto di un unico legame associativo se ne costituiscono altri due, che giungono allo stesso risultato, ma per un percorso diverso. Questo processo di selezione, in cui il bambino è chiamato a scegliere cosa utilizzare e cosa alienare, gradualmente si specializzerà, sviluppando la struttura del sé che la terapia della gestalt chiama Io.

Tutta la storia dello sviluppo psichico del bambino ci mostra che fin dai primi giorni il suo adattamento all'ambiente si realizza grazie al livello di cura affettuosa del caregivere e dal grado d’intimità raggiunto.

Riprendendo la parte finale del processo sopra descritto, abbiamo osservato come il linguaggio socializzato del bambino invece di riferirsi all’adulto, per la soluzione di un problema, si volge a se stessi (la precoce funzione retroflessiva), cominciando a organizzare e a dirigere il proprio comportamento. Questo è ciò che accade ai bambini quando iniziano a disegnare: inizialmente tutta la loro attività è di ordine pratico; soltanto quando il disegno è terminato e il bambino vede i risultati, allora comincia a verbalizzare ciò che vede. Lo sviluppo di questo processo avviene per lentamente, in cui il bambino anticiperà sempre più la sua verbalizzazione, portandola all’inizio della sua attività, fino a quando il comportamento sarà preceduto dalla pianificazione verbale, da uno schema preciso. (Vygotskij, Luria 1984).

L’adattamento creativo, a un ambiente complesso, processo dopo processo, diviene apprendimento; il bambino non introietta soltanto elementi comunicativi nuovi, non trova un accomodamento più o meno efficace, ma contatta le sua capacità di inventare soluzioni e le sue primissime competenze riflessive. La metacognizione dell’apprendimento (l’apprendimento delle strategie di apprendimento) ha queste radici, una potenzialità che si specializzerà sempre di più durante lo sviluppo psicofisico dell’individuo. Questo comportamento ci mostra, in oltre, come la funzione introiettiva (possedere i simboli per leggere la realtà, conoscere le procedure, ecc.), quella retroflessiva (pianificare un’attività con il linguaggio, riflettere, osservare i propri processi cognitivi, ecc.) e proiettiva (eseguire ciò che si pensa e che si è verbalizzato interiormente, trasformare, inventare, scoprire, ecc.) non siano strutture separate, tanto meno abbiano sempre la stessa sequenza, ma appartengano a domini interconnessi, senza un ordine prestabilito.

Il bambino, che descrivere il disegno che farà, utilizza più domini contemporaneamente: confluisce (“contatta” il suo piacere, sente la matita che stringe, il freddo del pavimento o il tappeto morbido, ecc.), proietta (pianifica, immagina la figura, sceglie i colori, le linee da fare, ecc.), introietta (segue una procedura per disegnare, toglie il cappuccio al pennarello, per cancellare utilizza la gomma, ecc.), retroflette (dice ciò che farà a se stesso, come modifica il piano iniziale, cosa gli piace e cosa no, ecc.) e lo fa per condividerlo con gli altri, per testimoniare la sua competenza al “mondo”, a ciò che un giorno rappresenterà l’Altro da sé, l’universale (egotismo).

Da nuances di accomodamenti, siamo passati agli adattamenti che creano e agli etero-apprendimenti; con lo sviluppo del dominio della retroflessione, che esamineremo in seguito, giungiamo alla funzione che autogenera gli schemi di apprendimento, gli stati mentali e di coscienza, e allo sviluppo della funzione meta della mente.

Se l’adattamento creativo, come già detto, è la capacità del sé di affrontare, distruggere e assimilare le novità prodotte dal rapporto organismo/ambiente, le competenze relazionali, che da esso hanno origine, sono strutture che si sviluppano solo in relazione con l’altro, per creare strumenti evoluti a prescindere dalle problematicità che il campo presenta. Il linguaggio non è soltanto uno strumento comunicativo, un modo per farsi comprendere, ma è una funzione che crea strategie comportamentali.

In una prospettiva psicoterapeutica, dobbiamo aggiungere un’altra considerazione: nel momento in cui la cosa in sé diviene la cosa per sé, il bambino non introietta semplicemente la parola bicchiere, ma il complesso di sensazioni, emozioni e immagini legate a quell’esperienza. La parola funge da attrattore, un magnete cognitivo che raggruppa più livelli esperienziali in un dominio. La parola diviene così l'immagine, il fenomeno, l’espressione oggettiva di un’esperienza complessa sottostante.

Con essa vengono introiettati-memorizzati il desiderio di afferrare l’oggetto, il senso di frustrazione, il suo protendersi, le tensioni corporee, il volto della madre, la sua voce, gli odori, il piacere del contatto con l’oggetto, ecc. (Vigotskij, 1934). In questo modo, anche i livelli dell’esperienza[13] co-presenti (che esamineremo più dettagliatamente in seguito) si fondono alla parola divenendo parte dell’intera struttura.

È perciò fondamentale riconsiderare una fenomenologia della parola, come la manifestazione globale dell’essere umano e non come un aspetto meramente cognitivo, una parte marginale e troppo spesso poco considerata; le parole sono segni di come l’Io si è costituito attraverso l’altro, sono fenomeni psichici ma anche estetici. Questa è la funzione fondamentale del dominio dell’introietto, trasformare in simboli “dicibili” le parti criptate dell’io. Con ciò non intendiamo negare o svalutare la dimensione corporea, con i suoi segni e il suo linguaggio, anzi, crediamo che la fenomenologia corporea testimoni tanto quanto il linguaggio quella dell’essere; è innegabile, tuttavia, che il livello corporeo acquisti senso soltanto se esiste una parola che possa significare ciò che osserviamo, sentiamo, soffriamo, assaporiamo o godiamo con tutto il corpo.

La storia del dominio degli introietti (Spagnuolo Lobb, 2012) ha questa genesi, in cui, l’apprendimento delle norme sociali, è determinato dalla “creazione” e dall’acquisizione del simbolo; è sempre e soltanto il “significato” che permette all’individuo di comprendere fino in fondo la sua attività nel mondo, di pensare ciò che osserva, di dirigere il suo comportamento e controllare i suoi impulsi.

Questa struttura sviluppa le competenze relazionali dell’individuo che, attraverso lo slancio del sé nel mondo (il dominio della proiezione), realizzerà opere, inventerà strumenti, scoprirà nuove realtà, modificando se stesso e l’ambiente circostante. L’introietto o, come sarebbe meglio definirlo, la sintonizzazione, non si configura con parti non triturate finemente e poi ingoiate, ma da sequenze, format comportamentali e procedure non completamente comprese o trasmesse. Non è un blocco monolitico da rimuovere o sminuzzare: è la possibilità per la persona di mostrare le sue risorse e di come è formato il suo sé.

 

Il sé proiettivo (l'intonazione e la rappresentazione)

 

Se per il sé introiettivo la sua funzione principale è quella di apprendere “codici d’accesso” per decifrare l’esistenza e, parafrasando la terminologia informatica, formare un linguaggio per scrivere le app che indirizzeranno e governeranno il comportamento dell’individuo, per quello proiettivo, questa consiste nell’esplorare il mondo e di “inventare”, in modo antromorfo, la realtà. Questi due momenti, l’inventare e l’esplorare, rappresentano le esperienze più esaltanti che la persona umana possa fare nella propria esistenza; in termini gestaltici potremmo dire che nell’appartenenza egli crea, esprime la sua genialità, la capacità di generare; nella differenziazione si spinge oltre i propri confini, senza annullarli o negarli, semplicemente spostandoli, per svelare nuove realtà.

La scoperta lo proietta sia verso l’infinito esterno, lo spazio visibile, che quello interno, altrettanto illimitato; l’invenzione nasce, invece, dall’intuizione che una soluzione c’è sempre, ma che la ragione di tutto non è stata ancora compresa.

Come già espresso, ci sono alcune condizioni in cui la proiezione, ad esempio in uno stato di distacco, diviene l’artefice della creatività gratuita, cioè quell’attività in cui il sé auto-generandosi dei bisogni o eccitamenti, si crea dei “problemi” per spostare forzatamente la linea di demarcazione per determinare la propria crescita (Perls F., Hefferline R.H., Goodman P., 1997).

Se, come afferma la terapia della Gestalt, la finalità per l’organismo è di raggiungere un equilibrio e chiudere le gestalt incompiute stabilendo il contatto finale, la condizione sopra descritta ci appare in contraddizione. Per quale ragione il sé dovrebbe, in modo strumentale, auto-generarsi dei problemi fittizi? Quale bisogno soddisfa? Quale genesi ha tale attività?

In questa attività, “non c’è un adattamento dell’organismo all’ambiente, ma dell’intero campo al sé”[14]. Goodman afferma che soltanto in questa particolare “situazione”, in cui il sé sembra persino non rispondere più agli eccitamenti organici e ambientali, allucinando deliberatamente una meta, il sé produce qualcosa che, apparentemente, non ha nulla a che fare con il soddisfacimento dei suoi bisogni più immediati. Secondo la nostra prospettiva, questo “atto gratuito, non ha soltanto la funzione “di crearsi una realtà superficiale più desiderabile”[15] e di attivarsi esclusivamente in relazione alle arti e alle scienze speculative, ma, soprattutto, quella di generare forme e strumenti culturali, per trasformare le strutture del mondo esterno e comprendere il proprio mondo interno (Vygotskij, 1974). Il sé proiettivo, quindi, oltre ad essere una modalità di adattamento ad un ambiente difficile che utilizza gli schemi decodificati dalla funzione introiettiva, è una struttura che trasforma soggettivamente la realtà e, in un processo di feedback, ristruttura il suo campo psicologico.

La Spagnuolo Lobb descrive il sé proiettivo come “la capacità (del bambino ndr) di tuffarsi nel mondo, affidando la sua energia all’altro e nell’ambiente […] la capacità ed il piacere di lanciarsi nel mondo. […] Il bambino è curioso di tutto e usa la propria energia per conoscere il mondo […] Apre qualunque cosa sia chiusa, proiettando il sé dove non c’è e dove potrebbe essere. […] L’immaginazione, il coraggio della scoperta, l’uso del corpo come promotore di cambiamento”.

La proiezione non è, quindi, solo un’attività di tipo psicologico, ma è la competenza dell’essere umano di proiettare la sua creatività nel mondo, di gettare il “cuore oltre l’ostacolo”, per costruire “cose” antropomorfe e modificare il mondo.

A questa prospettiva, che condividiamo pienamente, vorremmo aggiungere un concetto che riteniamo fondamentale: qualsiasi oggetto che crea l’uomo, ha una forma: linee, tratti, cerchi, quadrati, piramidi, cubi, ecc., un aspetto tanto “familiare” quanto “artificiale”, che poi artificiale non è. Anche sull’ultimo pianeta dell’universo, si riconoscerebbe qualcosa prodotta da lui. Ma l’uomo non assomiglia né a una linea, tanto meno a un cerchio, e in natura non esistono forme così “perfette”. E allora, dove ha visto tali conformazioni, dove ha appreso questi schemi? Il modo in cui l’uomo pensa queste forme e le riesce ad astrarre, creando una realtà che prima non esisteva, sembra oscuro. Molto verosimilmente, questi fenomeni sono proiezioni della struttura intima del suo io e, attraverso la loro espressione, egli può osservare di riflesso il suo logos. La funzione proiettiva è, quindi, una possibilità di contatto con la propria interiorità, con la sua forma profonda, grazie alle “cose” che produce nell’ambiente.

Se per la funzione introiettiva (la sintonizzazione), la parola è un codice polifonico[16], testimone della struttura armonica del sé, per quello proiettivo, questo significato si manifesta attraverso le sue attività, le sue opere e le forme che crea. Persino la parola stessa, che per mezzo della scrittura diviene un’icona significante, rappresenta in qualche modo la forma dell’io che l’ha prodotta. L’integrazione della forma con il suono, della polifonia con la poliedricità, è un lento cammino fatto di innumerevoli aggiustamenti, che si completa tra i 4 e i 6 anni, in cui il bambino apprende la scrittura e la lettura, accresce le sue funzioni psichiche superiori, sviluppa le sue abilità con gli strumenti culturali, tramandandole alle future generazioni.

 “L’apparenza è l’essenza”

(J.P. Sartre, “Essere e nulla”)

 

Il sé retroflessivo (la risonanza e il rispecchiamento)

 

Come ormai abbiamo intuito, ogni funzione di contatto interagisce con le altre, combinandosi in nuove strutture, come descritto chiaramente dalla Spagnuolo Lobb, in un linguaggio contemporaneo, nello sviluppo polifonico dei domini. Il sé, dunque, è una funzione catalizzatrice che armonizza più domini contemporaneamente, con lo scopo di creare, da modelli adattivi precedenti, schemi del tutto inediti per comportamenti sempre più complessi.

La genesi del sé retroflessivo, come abbiamo accennato precedentemente, ha una matrice sia linguistica che comportamentale. Nell’esempio già descritto del disegno, il bambino che inizialmente comunica cosa ha prodotto soltanto alla fine del suo lavoro, lentamente, grazie allo sviluppo delle sue competenze, sposta tale descrizione all’inizio dell’attività. Dall’affermazione: “Che bello! Ho disegnato una casa, il sole, il giardino …”, passa alla pianificazione: “disegnerò una casa, un albero, ecc”. Le competenze narrativo-riflessive di un’attività, in altre parole la capacità di descrivere cosa “me stesso farà”, si attuano grazie alla combinazione delle competenze proiettivo-introiettivo-retroflessivo.

Questi domini sono continuamente in interazione, non sono stadi che si attivano appena quello precedente ha completato la sua maturazione, ma l’evoluzione avviene in una crescita globale e armonica. Lo sviluppo delle strutture dinamiche del sé, si amalgamano tra loro e procedono senza un ordine prestabilito o uno schema fisso, ma seguendo le necessità determinate dall’interazione organismo/ambiente.

“Il bambino ora acquisisce la capacità di stare solo, di riflettere, di produrre i propri pensieri inventare una storia, […] l’intero sé è impegnato nell’atto di raccontarsi. Questa modalità di contatto sta alla base della capacità di fidarsi e sentirsi al sicuro con se stessi, e si sviluppa lungo tutto l’arco della vita.” Questo, probabilmente, rappresenta soltanto una parte della funzione retroflessiva, quella di “rivedersi” nei propri racconti. Come afferma la Spagnuolo Lobb, la fiducia è intimamente legata alla consapevolezza di poter creare, attraverso narrazioni, delle proprie storie. Ma la creazione di una storia non è soltanto il prodotto del dominio della retroflessione. Tale opera è costituita da codici comportamentali, parole, simboli ecc. (introiezioni), immagini, figure, dal racconto come prodotto ecc. (proiezioni), dalla struttura e il piano della storia, da modificazioni, correzioni, perfezionamenti (retroflessione).

Come già abbiamo osservato, anche in questo caso, ritroviamo più domini che interagiscono tra loro, completandosi, specializzandosi e combinandosi come in puzzle. I confini tra queste strutture sono meno definiti quando l’attività dell’uomo diviene più complessa.

Anche il dominio della retroflessione si sviluppa attraverso la specializzazione di tutti gli altri e, nello stesso tempo, retroagisce la sua competenza su questi modificando la struttura nella loro globalità. Ma la sua funzione non è soltanto quella di “osservarsi” o “ascoltarsi” attraverso racconti, di riflettere e produrre pensieri, ma di vedere i propri pensieri come altro da se, di creare collegamenti tra loro moltiplicandoli, in un gioco di specchi in cui la mente esamina se stessa con un altro sguardo, scoprendo le proprie potenzialità, in un dialogo intimo. La retroflessione genera le metacognizioni, la competenza di guardare e indirizzare l’operato degli stati mentali per il raggiungimento di scopi precisi.

È la fiducia che la nostra mente pone in se stessa, nelle proprie capacità di trovare una soluzione alle novità incontrate e che, oltretutto, tali freschezze possano essere un “qualcosa” di costruito ad hoc dalla nostra stessa mente, per sviluppare ulteriormente le proprie competenze. Questa retroflessività ci rende consapevoli anche degli stati mentali e affettivi degli altri, attiva la capacità di intuire le loro intenzioni e il loro sentire.. La mentalizzazione fa parte di un lento processo intersoggettivo tra bambino e adulto, e avviene attraverso l’esperienza che il bambino fa di quanto i propri stati mentali siano stati compresi e pensati nelle interazioni con il genitore; perciò, l’emergere e il completo sviluppo della funzione retroflessiva dipendono dalla capacità del genitore di percepire più o meno accuratamente le emozioni, i bisogni, le esperienze del bambino.

Tale capacità è caratterizzata, perciò, da una parte autoriflessiva e da una interpersonale, grazie alle quali l’individuo può distinguere la realtà interna da quella esterna, i processi intrapsichici da quelli relazionali.

L’origine di questa competenza, come già accennato, comincia a mostrarsi nel dominio dell’introietto, quando il linguaggio in sé e quello per l’altro, divengono per se stessi. Il bambino intuisce come le parole che inizia a padroneggiare, per farsi comprendere dall’altro, sono soprattutto lo strumento per conoscere se stesso. È questa la funzione fondamentale del dominio della retroflessione, che utilizzando la parola per comunicare a se stesso, in un dialogo invisibile ma vitalissimo, il sé può “ascoltare” quali siano le istanze del proprio io. Se per la funzione proiettiva la creazione di qualsiasi cosa è un modo per vedere gli aspetti sconosciuti dell’io, per quella retroflessiva questo mezzo è “la voce della parola” che l’io utilizza per emergere dal profondo. Questo strumento di conoscenza c’è stato donato dall’altro, in uno scambio relazionale, in cui il rapporto adulto/bambino rappresenta, a un tempo, il frammento minimo e la totalità globale.

 

Il sé egotistico – (l’armonia e l'interezza)

 

Questo dominio si riferisce alla capacità di essere orgogliosi di essere se stessi, è l’arte del controllo deliberato. Il bambino che afferra il cucchiaio con il cibo che la madre sta cercando di dargli e vuole fare da solo, prende energia nel creare una figura definita di sé […] Questa modalità di contatto sta alla base dell’autonomia, della capacità di trovare una strategia e di offrirsi al mondo con la propria individualità.”[17]

Ma il sé egotistico è davvero autonomo? La sua funzione principale è quella di trovare una strategia per darsi al mondo in modo assolutamente originale?

Il dominio dell’egotismo è la struttura in cui convergono tutte le altre competenze, in quanto ogni funzione interagendo con le altre aggiorna se stessa e contribuisce allo sviluppo dei domini nel loro insieme. In generale, il sé egotistico è il dominio in cui convergono gli altri domini, per integrare la gestalt finale.

L’egotismo è il luogo della sintesi, in cui figura/sfondo, pensiero/corpo, problema/soluzione, e le restanti oscillazioni del sé si connettono: è il qui-e-ora.

Abbiamo compreso come ogni funzione, dominio o struttura del sé abbia come scopo quello di accrescersi per arrivare alla conoscenza della propria interiorità. La costruzione e lo sviluppo delle strutture avviene soltanto grazie alla relazione con l’altro, la quale condiziona in modo assoluto tale crescita. Quindi, per conoscere noi stessi, dobbiamo confidare massimamente nelle competenze relazionali dell’altro e nelle sue capacità affettive.

Queste risorse, se sviluppate armonicamente, come afferma Spagnuolo Lobb, ci condurranno a una piena autonomia, intesa come consapevolezza profonda che la vita intimamente ci appartiene e, nello stesso tempo, rappresenti altro, non sia affatto nostra. Il sé egotistico ci collega alla dimensione della trascendenza, alla competenza dell’io di percepirsi pienamente e “orgogliosamente” e, nel medesimo istante, di dissolversi completamente per una visione Altra, per uno scopo universale.

In questo dominio, se lo sviluppo degli altri è avvenuto in modo polifonico, il sé riesce finalmente a comprendere il sogno fatto nella confluenza iniziale, quando la madre e l’embrione fantasticavano insieme (la rêverie). Questo è il domino in cui l’individuo può giungere alla comprensione della sua dimensione globale, i fili che collegano le innumerevoli polarità del sé s’intessono, componendo il tessuto della sua vita.

L’angoscia costante della mente e dell’anima nasce probabilmente dal gap tra la possibilità e la necessità che ogni essere umano avverte, tra ciò che potrebbe fare e ciò che realizza effettivamente. Egli vede questa distanza, la sente, a volte in modo inconsapevole, ma comunque e nonostante tutto la sente, poiché la sua potenzialità vibra e tende in ogni modo a realizzarsi. Questa tensione appartiene a ogni essere umano, con gradi e intensità diversi, e anche quando l’individuo per ragioni innate o acquisite non può esprimersi, essa è comunque presente.

Paradossalmente, maggiore è la sua consapevolezza per le proprie capacità, e più intenso sarà il dolore per non riuscire a esprimere ciò che ha dentro. La consapevolezza, quindi, non basta da sola a riequilibrare o risolvere le gestalt “incompiute”, a liberare l’eccitamento bloccato, a rendere l’uomo di nuovo pronto ad affrontare gli ostacoli che l’ambiente difficile gli frappone, ma è necessario sapere cosa fare per rimuovere quei blocchi, quando utilizzare le abilità acquisite e come esercitare le competenze adeguate.

Ma se tali capacità e abilità non si sono sviluppate, come farà il paziente a risolvere il suo problema concreto? “Prima eravamo inconsapevoli di cosa veniva rimosso; adesso siamo largamente consapevoli di come lo rimuoviamo”.[18]

Nell’età dell’informazione, in cui qualsiasi problematica, dilemma, sofferenza sono condivisi e sviscerati in megapiazze virtuali, la persona, anche se spaesata, sa perfettamente dove si trova e di cosa soffre. Parlare d’inconscio, difese o resistenze, nevrosi o dissociazione, crediamo sia tanto incomprensibile quanto inattuale.

Sempre più spesso durante le sedute di psicoterapia nel mio studio, i pazienti giungono ben presto alla consapevolezza dei loro blocchi, delle “abitudini” che creano l’empasse e le origini di tali “introietti”; eppure, paradossalmente, non gli interessa disfarsene, poiché sono perfettamente coscienti che il nodo da sciogliere non e lì. Anche quando, ad esempio, il paziente con il “lavoro” con le polarità “risolve” il conflitto, raggiungendo la coscienza profonda di come egli agisce, il problema resta. Nell’era del post-modernismo, il dolore psichico sembra non essere più legato al rimosso, al trauma o al bisogno insoddisfatto, ma alla competenza da mettere in campo per risolvere il problema, alla consapevolezza di non possedere gli strumenti per modificare se stessi e l’ambiente.

La frustrazione, la rassegnazione e la solitudine sono le emozioni che emergono costantemente durante queste terapie e la mancanza d’energia è sia dell’individuo, che dall’ambiente, che ha smesso di offrire possibilità alla persona. Siamo nella società dell’opportunità, dell’infinità possibilità e, nello stesso tempo, dell’elemosina lavorativa, del pochezza dell’offerta appagante; questo paradosso apre la ferita più profonda nell’anima dell’uomo che è sempre più consapevole e sempre più triste.

 

La polifonia e la poliedricità del sé

 

Come abbiamo già accennato, ogni struttura di contatto è in contiguità con la precedente e la successiva, con un andamento, in origine graduale, per divenire interattivo, interconnesso e globale. La complessità e la dinamicità delle strutture relazionali è determinata dal continuo aggiornamento della loro configurazione, in cui ogni singolo dominio modifica l’intero sistema che, a sua volta, trasforma i domini connessi tra loro.

Man mano che l’individuo si sviluppa, le varie funzioni del sé si combinano tra loro, seguendo una direzionalità regolata dal contesto sociale, dalla situazione e dal grado di competenza raggiunto.

L’uomo non produce soltanto forme antropomorfe, ma anche suoni, odori e sapori che, senza il suo “tocco”, non esisterebbero in natura. A che scopo fa questo?

Esaminando le strutture del sé, si è più volte evidenziato come ogni espressione umana sia intrinsecamente connessa al desiderio di conoscere e svelare le sue strutture profonde. Abiamo descritto il dominio dell’introietto, in cui lo sviluppo del linguaggio, con l’uso del segno che diviene simbolo e poi parola, è il mezzo con il quale l’uomo si lega al mondo, comprende ciò che osserva e inizia il viaggio verso se stesso; quello della proiezione, dove l’individuo scopre il “fare”, e con la produzione di “cose” inizia a comprendere le forme di cui il suo stesso io è costituito; quello della retroflessione, con lo sviluppo della riflessività e la generazione della mente che si auto-osserva e si ascolta in un dialogo virtuale, in cui l’individuo può udire la “voce” del suo intimo sé; il dominio della confluenza, che trova, alla fine del processo di contatto, il suo “senso e compimento” in quello dell’egotismo, in cui il sogno primigenio, il dialogo intimo iniziato con la madre in gravidanza, paradossalmente, invece di tenerlo stretto a lei, lo spinge oltre se stesso e la sua esistenza, verso il significato universale della vita. E infine, ancora il dominio della confluenza, in cui il piacere, grazie all’esperienza vissuta, di aver spostato i propri confini, “costringe” la persona a spingersi verso nuove esperienze.

Quando il sé polifonico riesce a esprimere tutta la sua poliedricità, assecondando la sua natura eclettica, la dinamica di figura/sfondo fluisce spontaneamente e la personalità dell’individuo, in questo processo, può crescere. La polifonia e la poliedricità sono dimensioni dinamiche e le competenze che l’individuo utilizza nel rapporto con l’ambiente, non sono predeterminate, tanto meno fisse; sono il risultato alle quali l’individuo tende. Lo scopo della vita e quella di poter superare continuamente se stessa, di conoscere modi, vie, possibilità per giungere alla conoscenza dello statuto ontologico dell’essere.

Questa è l’energia del sé l’oscillazione continua tra materia e spirito, determinata dalle sue capacità innate e dal riguardo di un altro essere umano. È la relazione intersoggettiva l’artefice dello sviluppo della personalità umana, nient’altro. Il contatto con un ambiente difficile, le novità che l’organismo incontra e assimila, i suoi adattamenti, non possono accrescere le capacità, le conoscenze e le abilità dell’individuo, relative alla creatività peculiare dell’individuo, che rappresentano la sue doti fondamentali, senza una relazione umana significativa.[19]

Tuttavia, la stessa energia che l’intersoggettività libera e rende disponibile per la realizzazione dell’individuo, purtroppo, può divenire un ostacolo alla crescita, un limite alle sue capacità e la principale causa della sua frammentazione, quando il rapporto tra essere ed essere non trova una connessione adeguata, una sintonizzazione sia in un senso che nell’altro o, addirittura, in entrambi.

Si obbietterà che tutto questo potrebbe non essere materia per la psicoterapia, poiché il suo ambito deve rimanere contestualizzato al problema, alla sofferenza, al dolore e all’elaborazione dei blocchi che impediscono la crescita; se lo scopo per la psicoterapia non è quello di rimanere il più aderente possibile ai desideri, alle aspirazioni e all’espressione delle possibilità della persona, ma di “considerare” l’individuo un essere incompleto, malaticcio, deboluccio, in gran parte inconsapevole, in perenne conflitto con i suoi impulsi e desideri, tale terapia sarà destinata a fallire.

“Lo sviluppo polifonico dei domini è il termine tecnico che ho creato per indicare la complessità che anima il fare contatto nel presente, attraverso il sostegno di diverse competenze, armonizzate tra loro. […] Noi ci focalizziamo sul modo in cui quella persona armonizza le proprie capacità di contatto all’interno di uno stile di contatto globale e contestualizzato.”[20]

 

Questo concetto, così assonante con i nostri, rappresenta uno dei punti cardine da cui partire per ripensare e riscrivere un nuovo metodo e un approccio gestaltico in linea con i bisogni, le debolezze, gli smarrimenti, ma anche le grandi risorse che l’uomo, dell’era della complessità, possiede e chiede di esprimere.

Spagnuolo Lobb, infatti, sposta l‘attenzione clinica dalle modalità che non permettono il contatto, a competenze di contatto che si sviluppano in relazione e si adoperano, a loro volta, per costruire la relazione. Il focus metodologico di questo approccio si sposta sugli stili relazionali che la persona utilizza in situazione e non sui blocchi che impediscono un contatto con la novità. Dal nostro punto di vista, tuttavia, i domini, come afferma la Spagnuolo Lobb, non si sviluppano attraverso il sostegno di diverse competenze, ma sono “le competenze”. Le capacità innate di introiettare, proiettare, retroflettere ecc., attraverso le conoscenze acquisite in relazione e le abilità affinate in interazione, divengono competenze, stili esistenziali che controllano, pianificano e guidano il comportamento della persona.

“Il compito clinico non consiste nell’osservare il livello di maturazione della persona bensì come quella persona affronta la complessità delle sue percezioni. […] Essere confluenti, introiettare, proiettare non possono essere degli stadi dello sviluppo bensì delle modalità di contatto di cui il bambino è capace e che continuano a svilupparsi nel corso della sua vita. […] I domini sono capacità autonome in interazione reciproca.”[21]

I domini, come abbiamo più volte sottolineato, hanno una loro storia e un loro sviluppo, sono configurazioni dinamiche che possono farci comprendere come l’individuo utilizza le sue capacità e qual è il suo grado di sensibilità rispetto alla problematicità offerta dall’ambiente.

Come già detto, i domini del sé sono strutture che tendono ad armonizzarsi, ed è proprio il loro grado di accordo, determinato dalle capacità innate e dalle qualità delle relazioni esperite con gli adulti significativi, a testimoniare come e quanto l’individuo sia integrato nel suo contesto sociale di riferimento. In oltre, l’espressione delle sensazioni, delle emozioni e dei sentimenti, così come i comportamenti della persona non sono quasi mai lineari, scontati e prevedibili, ma spesso confusi, caotici e improvvisi, ed è per tale ragione che le numerose griglie di lettura perdono di significato, quando osserviamo un solo comportamento umano concreto.

Nell’esempio del bambino che disegna, ad esempio, abbiamo visto come i domini siano sincronici e in combinazione tra loro; ciò accade normalmente nelle nostre attività quotidiane, quando più pattern di attivazione ci stimolano simultaneamente. L’individuo può comprende la realtà nel suo complesso, poiché le strutture che si attivano armoniosamente tra loro, creano nuove combinazioni di domini, sviluppando le competenze superiori della persona.

La Spagnuolo Lobb parla, appunto, di polifonia e definisce i domini come capacità autonome in interazione reciproca, ma non descrive come queste competenze relazionali, combinandosi in nuove configurazioni, si attivano e si esprimono.[22]

Nella prossima sezione, cercheremo di esaminare questa prospettiva nella prassi terapeutica, attraverso la descrizione di alcuni casi clinici, coniugando il concetto di polifonia di Spagnuolo Lobb, al nostro di polimorfismo.



[1] Fromm E., (1956), L’arte di amare, Mondatori, Milano, 1986.

[2] Spagnuolo Lobb, p. 43.

[3] Spagnuolo Lobb, (2012), p.43.

[4] Idem, p.42

[5] Ci sembra paradossale che una teoria come quella gestaltica, attenta alla “forma”, non abbia trovato termini più fruibili, rispetto a quelli di introiezione, retroflessione, egotismo ecc. Cercheremo nel presente lavoro di proporre una diversa terminologia, più assonante ai concetti di polifonia e poliedricità.

[6] Idem, p.43

[7] Perls F., Hefferline R. F. e Goodman P., (1951), p. 461.

[8] Tronick E.

[9] Spagnuolo Lobb M. (2012). “Quaderni di Gestalt”, Rivista Semestrale di Psicoterapia della Gestalt, vol. XXV, 2012/2, titolo del fascicolo “La prospettiva evolutiva in psicoterapia della Gestalt”, p. 43.

[10] Con questo termine Lev Vygotskij indica un certo processo cerebrale interno; come risultato di una serie di simili esperienze, nel passaggio dall’operazione esterna a quella interna tutti gli stimoli intermedi si rivelano non più necessari e l’operazione comincia a svolgersi in assenza degli stimoli mediatori. In altri termini, accade ciò che noi definiamo convenzionalmente un “processo di trapianto”.

[11] Dizionario Treccani: Simbolo s. m. [dal lat. Symbolus e symbolum, gr. sémbolon «accostamento, segno di riconoscimento, simbolo” der. di  sémb‹llv ”mettere insieme, far coincidere» (comp. di sém ”insieme” e b‹llv ”gettare”). Qualsiasi elemento (segno, gesto, oggetto, animale, persona) atto a suscitare nella mente un’idea diversa da quella offerta dal suo immediato aspetto sensibile, ma capace di evocarla attraverso qualcuno degli aspetti che caratterizzano l’elemento stesso.

[12] Vygotskij L. S., Lurija A., (1931), Strumento e segno nello sviluppo del bambino, Bari, Laterza, 1997.

 

[13] Menditto M., Rametta F., (1996).

[14] Idem, p. 212.

[15] Idem p. 214.

[16] La parola può essere descritta come l’insieme di più suoni emessi come fossero accordi musicali che costituiscono un simbolo mentale.

[17] Spagnuolo Lobb M. (2012). “Quaderni di Gestalt”, Rivista Semestrale di Psicoterapia della Gestalt, vol. XXV, 2012/2, titolo del fascicolo “La prospettiva evolutiva in psicoterapia della Gestalt”, p. 43.

[18] Perls F., Hefferline R.H., Goodman P.: Teoria e pratica della terapia della Gestalt. Ed. Astrolabio, Roma 1997, p.31.

[19]Gettato su questa terra privo di forze fisiche e di idee innate, incapace di obbedire spontaneamente alle leggi costitutive dell'ordine organico che gli assegna il primo posto nel sistema degli esseri, l'uomo diventa capace di occupare la posizione eminente conferitagli dalla natura solo entrando a far parte della società; senza la civilizzazione, l'uomo sarebbe uno degli animali più deboli e meno intelligenti: questa verità è stata sovente enunciata, ma non ancora rigorosamente dimostrata. (…)” Itard, Les enfants sauvages, 1974. Di tale conclusione non condividiamo soltanto l’affermazione circa l’inesistenza delle idee innate; viceversa, pensiamo che queste capacità siano innate nell’individuo, ma che il loro sviluppo sia possibile se, nella prima infanzia, tutti quegli stimoli appropriati a farle emergere, e che afferiscono specificatamente alla sfera sociale, siano mediate dalla relazione con un proprio simile.

[20] Spagnuolo Lobb M. (2012). “Quaderni di Gestalt”, Rivista Semestrale di Psicoterapia della Gestalt, vol. XXV, 2012/2, titolo del fascicolo “La prospettiva evolutiva in psicoterapia della Gestalt”, p. 39.

[21] Idem. p. 40.

[22] Anche il PHG accenna brevemente a queste combinazioni, senza purtroppo approfondire tali intuizioni.