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l’ innocenza del divenire

 

(Roberto Minotti)


«Lo spirito umano riflette l’universo che a sua volta riflette lo spirito umano»

(Charles Sanders Peirce)

 

 

«Sono giunto alla conclusione ed esprimo il mio giudizio. Io condanno il cristianesimo, levo contro la Chiesa cristiana la più tremenda di tutte le accuse che siano mai state sulla lingua di un accusatore. Essa é per me la massima di tutte le corruzioni immaginabili; essa ha avuto la volontà dell'estrema corruzione possibile. La Chiesa cristiana non lasciò nulla di intatto nel suo pervertimento, essa ha fatto di ogni valore un disvalore, di ogni verità una menzogna, di ogni onestà un’abiezione dell' anima».[1]

Per Nietzsche, dunque, l’atteggiamento morale, fondato sulle credenze religiose (in questo caso sulla verità del cristianesimo), è menzogna. E’ menzogna in quanto costituisce una tendenza umana acquisita e non naturale, per cui si vuole cercare «di proposito» una regola dove invece esiste solo caos.

La vita, in sé, è caos, la morale interviene per porre un argine a questo caos e rendere tutto più prevedibile (l’uomo crede infatti che rendendo prevedibile un evento possa controllarlo e dominarlo).

L’uomo, in questa prospettiva, non è libero, è alla mercé dei conflitti «sotterranei» da un lato e della menzogna dall’altro.

La legge generale della conoscenza, secondo Nietzsche, si è caratterizzata grazie a questa tensione e che è poi l’aspetto principale della tendenza umana a edificare strutture consolatorie.

«Questi deboli – infatti, a un certo momento, anch’essi vogliono essere forti, non v’è dubbio, a un certo momento deve venire anche il loro regno – presso di loro si chiama né più né meno che «regno di Dio», come si è detto: sono invero così umili in tutto».[2]

La morale è dunque il dominio dei deboli sui forti, ed è costituita dall'insieme di comportamenti e obblighi che si vogliono imporre agli uomini fondandoli su pretese verità religiose, metafisiche e ideologiche.

La realtà del mondo, per Nietzsche, non è altro che istinto primordiale, volontà di conservazione e di potenza, pura irrazionalità, scontro di forze, un fluire caotico e incontrollato di energie vitali, ragion per cui ogni forma di morale rappresenta una costrizione di questo flusso.

Se il mondo è quindi pura trasformazione, un divenire innocente, allora la morale rappresenta un tentativo illegittimo di negare questo divenire in nome di concetti che si vogliono assumere come eterni. La negazione di tali istinti naturali conduce, secondo il filosofo tedesco, principalmente a deformare la nostra coscienza.

«Questo istinto di libertà reso latente a viva forza – lo abbiamo già capito – questo istinto della libertà represso, rintuzzato, incarcerato nell’intimo, che non trova infine altro oggetto su cui ancora scaricarsi e disfrenarsi se non se stesso: questo, soltanto questo è, nel suo cominciamento, la cattiva coscienza».[3]

C’è da chiedersi se  l’uomo, invece di regolamentarsi, avrebbe potuto vivere tra le maree  emotive di un istinto sfrenato, o se la visione di Nietzsche non sia anch’essa una fuga «diversa» da una realtà inaccettabile. La definizione di «innocente», che Nietzsche riferisce al divenire caotico del cosmo, come per osmosi, viene trasmessa anche all’uomo: «Noi non accusiamo la natura di immoralità quando ci manda un temporale e ci fa bagnare: perché chiamiamo immorale l’uomo che fa del male? Perché in questo caso supponiamo una volontà libera, dominatrice nel suo arbitrio, e nell’altro, invece, una necessità. Ma questa distinzione è un errore».[4]

Il paragone tra l’agire dell’uomo a quello di qualsiasi altro evento naturale non è così azzardato come potrebbe sembrare a prima vista; cercherò anch’io, attraverso il confronto tra l’uomo ed il suo ambiente, di comprendere fino a che punto questi sistemi siano correlati, allo scopo di insinuare almeno un dubbio, circa l’innocenza del divenire della natura. Come abbiamo visto, Nietzsche afferma che non esiste una libera volontà umana e che tutto invece sia necessità; soltanto il giudizio morale, ovvero un giudizio «artificiale», determina (attenendosi ad una falsa scala di valori) cosa sia giusto e cosa sbagliato. L’uomo quindi dovrebbe vivere secondo natura (necessità) e disfarsi di tutti quei valori menzogneri che hanno costruito la morale come strumento di repressione.

Mi domando: se la natura avesse anch’essa, almeno in germe, una volontà libera come quella dell’uomo, cosa sarebbe dell’innocenza del divenire? Se fosse realmente così, quale sarebbero i valori da riconsiderare per l’uomo e per il resto del cosmo?

Procediamo con ordine.

Qualche anno fa (Aprile 2001)[5], sfogliando casualmente la rivista di scienze «Newton», mi capitò di leggere un articolo sul teletrasporto di particelle sub-atomiche. Il sottotitolo dell’articolo riportava la seguente frase: «Gli scienziati ci sono riusciti con [due] particelle. Ora stanno lavorando per verificare se e quando sarà possibile tentare [il Teletrasporto] con elementi più complessi».

Un sistema non locale quantistico tradizionale prevede che le coppie correlate in stato entangled (sistemi correlati) che lo compongono, mantengano caratteristiche comuni indipendentemente dalla loro distanza, e l’azione compiuta su uno di essi deve avere sempre effetti immediati anche sul secondo componente la coppia. Immaginiamo, per meglio comprendere la natura e le dinamiche alla base dei sistemi non locali, una situazione in cui l’eccitazione di un atomo di Calcio produca una coppia di fotoni correlati che si muovono lungo percorsi opposti (figura 1).

Lungo uno di questi percorsi (il Percorso A), di tanto in tanto e in maniera del tutto casuale, viene inserito un «filtro» (un Cristallo Birifrangente) il quale, una volta che un fotone interagisce con esso, può, con una probabilità del 50 %, deviarlo oppure lasciarlo proseguire indisturbato per la sua strada. Agli estremi del tragitto di ciascun fotone è posto un rivelatore di fotoni.

Fig. 1

Ora, la cosa straordinaria prevista dalla teoria quantistica, è che nel momento in cui lungo il Percorso A viene inserito il Cristallo Birifrangente e si produce una deviazione verso il rivelatore c delfotone 1, anche il fotone 2 (ovvero il fotone del Percorso B; il fotone separato e senza «ostacoli» davanti), «spontaneamente» ed istantaneamente, devia verso il rivelatore d. Praticamentel’atto di inserire il Cristallo Birifrangente con la conseguente deviazione del fotone 1, produce un effetto istantaneo a distanza sul fotone 2, inducendolo a deviare. Tutto ciò può sembrare strano, ma è quello che effettivamente avviene quando si eseguono esperimenti su coppie di particelle o insiemi correlati in stato entangled.

La spiegazione in chiave quantistica dell’«azione a distanza» in tempo reale appena descritta, è che gli enti entangled, «devono» essere considerati «oggetti» inseparabili, unici. Essendo enti non separabili, sembra «ovvio» come l’azione compiuta su uno di essi possa (anzi, debba) avere effetti istantanei anche sul compagno, e questo indipendentemente dalla distanza.

Questo esperimento ha evidenziato due aspetti che potranno tornare utili alla nostra tesi: le particelle sub atomiche oltrepassano la velocità della luce e si percepiscono a distanze enormi.

Di recente [6] è stata ripresa un'ipotesi già formulata da vari fisici fin dagli anni '20 (per esempio Jordan ed Eddington): il libero arbitrio dell'uomo e degli animali è riconducibile all'indeterminazione quantistica. Secondo queste ipotesi si suggerisce che la scelta dei differenti autovalori non sia casuale ma sia una «scelta cosciente» dovuta a una piccola «volontà della natura»,  ma con un piccolo margine per deviare il corso degli eventi dal determinismo assoluto (in cui la fisica credeva fino al 1927, cioè prima del principio di indeterminazione).[7]

In altre parole, l'indeterminazione quantistica permette un piccolo margine per un «libero arbitrio» della natura, che poi viene «amplificato» e «valorizzato» negli organismi biologici.

Un esempio potrà in qualche modo aiutarci a chiarire cosa vogliamo enunciare, ovvero che la stessa natura ha un proprio codice morale con una «libera volontà di base», e che questa primissima etica (l’«ethica pristina») sia congiunta naturalmente a quella dell’uomo.

Consideriamo una piscina vuota, con una palla da tennis in movimento al suo interno. La palla si sposta da una parte all'altra della piscina rimbalzando contro le pareti e sul fondo, senza però avere l'energia necessaria per uscire. Ad esempio, la piscina è profonda due metri ed i rimbalzi disordinati della palla arrivano al massimo ad un metro di altezza. Ammettiamo pure che non vi sia perdita di energia per attrito, cioè la palla sia perfettamente elastica e non ci sia la resistenza dell'aria. Anche in tale caso ideale la palla non potrà uscire dalla piscina, poiché non può comunque superare il metro di altezza: si dice che le pareti della piscina rappresentano una «barriera di energia potenziale». Non è così nella meccanica quantistica: l’oggetto «quantistico» (atomi, elettroni, quanti di luce, ecc.) in una situazione analoga avrebbe comunque una certa probabilità (seppure minima) di trovarsi al di fuori delle barriere di energia potenziale, cioè di uscire dalla piscina!

La «rosa» (la nuance) di possibilità, quindi può dare risultati sorprendenti o incredibili. È il caso del cosiddetto effetto tunnel, che è uno dei tanti fenomeni quantistici «stravaganti». Esso è impiegato anche nelle tecnologie dei semiconduttori ed è responsabile anche dell’emissione di particelle da parte dei materiali radioattivi. L'effetto tunnel permette alle particelle quantistiche, come si è visto nell’esempio precedente, di avere una probabilità di trovarsi fuori dai confini imposti dalla fisica classica. Questo significa che in un certo modo, in una certa situazione, la particella sceglie contro qualsiasi legge cosa vuole fare (ricordate «il due più due fa soltanto quattro?»). Se la chimica atomica agisce secondo una gamma di possibilità «consapevoli», quello che definisco le nuances della chimica, ciò che veniva definito necessità da Nietzsche perde di significato. Nella natura, nel cosmo non ci sarebbe più la necessità, tanto meno il caso, e soprattutto innocenza: ci sarebbe invece coscienza e autodeterminazione (questi argomenti verranno esaminati più approfonditamente nel quarto capitolo, La Nuance).

Tutto questo che cosa implica moralmente? Se l’uomo è una particolarissima espressione della chimica soggiacente (che tutto struttura), la sua etica dovrà necessariamente coincidere con il codice naturale scritto nel nucleo di quest’ultima. Questo progredire in assonanza con il resto non sarebbe un fare caotico governato dalla necessità (Žn‹gkh), bensì un agire consapevole e responsabile guidato da una comune volontà ogni volta libera e liberante.

Il divenire non è innocente né tanto meno colpevole: esso è parte di un compito assegnato all’essenza dell’universo.

 

«Credo che l’universo sia un messaggio formulato in un codice segreto, un codice cosmico, e che il compito dell’uomo di scienza consista nel decifrare questo codice»

(Heinz Pagels, Perfect symmetry: tha search for the beginning of time)[8]



[1] Nietzsche F., Anticristo, p. 82.

[2] Nietzsche F.,Genealogia della Morale, p. 38.

[3] Nietzsche F.,Genealogia della Morale, p. 77.

[4] Nietzsche F., Umano troppo Umano, p. 75.

[5] Attraverso l’esposizione di questo breve passaggio - che proverò a rendere il più «chiaro» possibile al lettore non aduso agli argomenti di fisica quantistica - mi propongo di aggiungere una nuova prospettiva alla problematica appena introdotta, ovvero se l’uomo ed il resto del cosmo, come fa intendere Nietzsche, siano due enti separati e se le capacità volitive (libero arbitrio e la scelta) appartengano soltanto all’essere umano o invece siano insite nella chimica di base che costituisce l’insieme delle cose naturali.

[6] Coppola F., (1991), Ipotesi sulla Realtà, Roma, Lalli Editore.

[7] «Nella fisica classica la ricerca si proponeva di studiate fenomeni obiettivi che si verificano nello spazio e nel tempo, e le leggi che ne determinano lo svolgimento in base alle condizioni iniziali. Un problema era considerato risolto, se si era riusciti a collocare oggettivamente un dato avvenimento nello spazio e nel tempo e a dimostrare che obbediva a leggi generali della fisica classica formulate in equazioni differenziali.[...] Nella teoria quantistica troviamo invece una situazione del tutto differente. Già la circostanza che il formalismo della meccanica quantistica non possa essere considerato come una descrizione intuitiva d'un avvenimento che si svolga nello spazio e nel tempo, mostra che la stessa non si occupa affatto della determinazione oggettiva di avvenimenti spazio-temporali. [...] Questa relazione d'indeterminatezza per i risultati della misurazione di variabili classiche formano la condizione necessaria affinché il risultato d'una misurazione possa essere espresso con il formalismo della teoria quantistica». Heisenberg W., (1933), Lo sviluppo della meccanica quantistica, in Mutamenti nelle basi della scienza, Bollati Boringhieri, Torino, 1978, pp. 29-32.

Werner Heisenberg, fisico tedesco (1901-1976), tra i fondatori della meccanica quantistica. Ha introdotto il concetto di forza di scambio tra particelle di natura identica e ha formulato (1927) il principio d'indeterminazione, che porta il suo nome. Premio Nobel 1932 per la fisica.

[8] Heinz Pagels (19391988). Fisico Americano dell’Accademia di Scienze di New York. Conosciuto per le famose pubblicazioni come The Cosmic Code, Perfect Symmetry, e The Dreams of Reason

 

 

Fig. 1