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La comprensione del problema: lo stress

 

Nella letteratura attuale lo stress non è considerato come una condizione assoluta che può colpire le persone, ma con un accadimento che diventa problematico solo qualora sottoponga un individuo a un dispendio di energie superiore al livello da lui considerato accettabile.

Fondamentale è il momento della valutazione del processo mentale, durante il quale un individuo da a un evento un significato soggettivo e personale.

È il percepire l'evento come stressante, che lo rende tale, e soprattutto se un individuo considera le proprie risorse non adeguate a far fronte alle richieste che gli arrivano dall'esterno.

Quando, invece, le persone si adattano, attivano risorse in grado di individuare e utilizzare nuove risorse. Questo processo si chiama coping e considera tutte le strategie dell'individuo o la famiglia mettono in atto per risolvere le difficoltà.

Le famiglie cercano di risolvere i loro problemi tentando di migliorare l’interazione con l’ambiente (adattandosi) e a individuare risposte utili per affrontare efficacemente le diverse situazioni stressanti (coping).

Lazarus e Folkman (1984), definiscono il coping come gli sforzi costanti cognitivi e comportamentali di cambiare o gestire specifiche domande interne o esterne che sono valutate come gravose o eccessive per le risorse della persona ed i processi di valutazione delle strategie da adottare sono essenzialmente due: da valutazione primaria e secondaria.

Folkman e Lazarus (1988)([1]) considerarono quindi otto principali strategie di coping:

  • attivazione di confronto;
  • di stanziamento;
  • autocontrollo;
  • ricerca di supporto sociale;
  • accettazione della responsabilità;
  • fuga ed evitamento;
  • problem solving programmato;
  • rivalutazione positiva.

Gli stessi autori, differenziano due tipi di coping: quello centrato sul problema e quello centrato sull’emozione. Nel processo di coping centrato sul problema l’individuo analizza il problema per capirlo meglio, lo elabora e segue un piano di azione. In questo contesto, la persona chiede anche consiglio a persone amiche o familiari e talvolta anche a persone specializzate come uno psicologo.

Nel coping centrato sull’emozione, il soggetto cerca di rimuovere il problema o di osservarne soltanto il lato positivo; rivaluta positivamente tutta la faccenda e si rifiuta di pensarci eccessivamente.

I processi di coping possono quindi, aiutare gli individui a mantenere l'adattamento psicosociale durante le condizioni di difficoltà che sono fondamentali per resistere allo stress. Nell'ambito dei processi che consentono all'individuo e alla famiglia di resistere e preservarsi da eventi dannosi o, comunque, percepiti come una minaccia occorre parlare anche di resilienza. Questa capacità è il potere o l'abilità di ritornare alla forma di composizione originale dopo essere stati piegati, schiacciati o sottoposti a forti tensioni.

Mccubbin, Thompson, Thompson e Futrell (1999)([2]) individuano le seguenti caratteristiche principali per la resilienza familiare: l'elasticità e la galleggiabilità.

Secondo questi autori i fattori critici per il recupero della famiglia rispetto alla condizione di difficoltà sono:

  • la capacità di integrazione;
  • il supporto della famiglia la costruzione del senso di stima;
  • l'orientamento della famiglia verso il mantenimento di una condizione di benessere controllo l'organizzazione;
  • l’ottimismo della famiglia;
  • la fiducia in sé ed uguaglianza;
  • il sostegno di guida alla famiglia;
  • i significati familiari;
  • lo schema della famiglia.

Per la maggior parte dei genitori la reazione iniziale alla scoperta della patologia del proprio figlio è di shock e di incredulità. Tali sentimenti vengono poi espressi mediante comportamenti irrazionali, sentimenti di impotenza e stordimento.

Le ricerche di McCubbin e Patterson (1983)([3])  hanno esaminato altri indici di stress riguardanti la percezione e la consapevolezza delle famiglie delle proprie risorse.

Questi studi hanno evidenziato che a parità di situazioni stressanti, la famiglia che aveva proceduto ad una ricostruzione del significato del problema era riuscita a riequilibrare il proprio sistema in senso positivo.

Secondo gli autori, ogni famiglia attraversa periodi di ciclici caratterizzati da fasi di adattamento e relativo funzionamento intervallati da crisi.

Secondo questi autori il periodo di crisi si avrebbe quando la famiglia è sottoposta a una serie di prove che creano squilibri e richiedono cambiamenti e riorganizzazioni interne molto profonde e complesse.

Il cambiamento ed il suo processo di riadattamento all’evento stressante, richiedono l’interazioni di più componenti; questi autori hanno infatti definito un loro modello denominandolo ABCX ([4]).

Un contributo importante viene anche da Olson, che ha definito un suo modello (MASH – Multisystem Assessment of Stress and Healh)([5]) che per valutare i concetti di stress, delle strategie di coping e adattamento considerando quattro unità di analisi: l’individuo, la coppia, la famiglia e il sistema sociale e lavorativo.

Secondo questa ipotesi quanto più un individuo, una coppia, una famiglia, un gruppo di lavoro privilegiano, nei momenti di stress, gli aspetti di vicinanza emotiva e di flessibilità circa le regole e le strutture di potere e sviluppano una buona comunicazione, tanto più lento stressante ha la possibilità di essere superato.

E’ oramai accertato che lo stress non è da considerarsi negativo, piuttosto una moneta a due facce ([6]).Fino a quando il livello delle catecolamine, dei cortisteroidi danno tono all’organismo e alla psiche preparando l’individuo ad una prestazione ottimale, tale processo è positivo e benefico; quando viceversa i livelli fisiologici e psichici oltrepassano la soglia di guardia tale processo può divenire nocivo. Queste due risposte vengono definite nella letteratura riguardante lo stress come : eustress (dal greco eu “bene”) e distress (dal greco dys “peggiore”).

Secondo Richard Earle, direttore del Canadian Istitute of Stress, “l’eustress è qualcosa di molto simile a quanto chiamiamo vitalità; in altre parole, è tutta l’efficacia dell’energia da stress e riduce al minimo la velocità dell’invecchiamento” ([7]) .

Non bisogna però dimenticare l’altra faccia della medaglia quando cioè il continuo accumularsi di stimoli stressori porta ad un’eccessiva attivazione fisiologica e quindi a intensi periodi disadattamento generale dell’individuo.

Nella tabella di seguito proposta sono riassunte le conseguenze ai vari gradi stress appena descritti e le tipologie di risposta date dall’organismo.

 

Tabella 1. ([8])

Distress da attivazione scarsa

Eustress da attivazione media

Distress da attivazione eccessiva

Sonnolenza

Distrazione

Efficienza

Attenzione concentrata sul compito

Ansia e rabbia

Attenzione intermittente

Pensiero sfuocato

 

Nessuna coscienza del pericolo

Pensiero concentrato sul compito

Coscienza costruttiva del pericolo

Pensieri catastrofici

 

Coscienza agitata del pericolo

Decisioni lente, mediocri e inefficienti

Decisioni ottimali

Decisioni affrettate

 

Sono state formulate alcune ipotesi secondo cui, l’iniziale livello di stress che migliora le risposte mentali e fisiche dell’individuo, con l’aumento del grado di stress porti invece ad un loro decadimento.

Un’ipotesi denominata degli sprechi cognitivi, che afferma che gli eventi più stressanti sono proprio quelli che sfuggono al nostro controllo perché richiedono da parte dell’individuo una continua ed intensa attenzione.

La seconda ipotesi, detta del senso della frustrazione, relativa alle risposte di fastidio, aggressive e di rabbia derivanti dalla frustrazione per lo stress percepito.

L’ultima teoria, del senso d’impotenza, afferma appunto che un individuo che si imbatta in ripetuti insuccessi per raggiungere un obiettivo difficile, tenda successivamente a trascurare anche gli obiettivi più semplici.

Questa teoria deriva da quella formulata da Martin E.P. Seligman (l’impotenza appresa) ([9]); che grazie ad un suo ormai noto esperimento([10]) arrivò a descrivere tre caratteristiche circa l’impotenza appresa: motivazionale (in cui la persona non fa nulla per cambiare lo stato di stress), cognitiva (la stessa persona non riesc ad apprendere le strategie idonea affinché cambiare tal stato) ed emotiva (in cui la persona può ammalarsi di depressione).

Successivamente Seligman (1991) cambiò l’espressione impotenza appresa con pessimismo appreso mettendo l’accento proprio sull’incapacità del soggetto a trovar soluzioni e strategie efficaci alla risoluzione dell’evento stressante.

Nell’uomo, infatti, gli stressori più comuni sono quelli di tipo sociale e psicologico; il presente studio cercherà di esaminare ed evidenziare come alcuni tratti psicologici, stimoli sociali e comportamenti interagiscano tra loro determinando reazioni spesso disadattive.

Sembra oramai ben chiara la correlazione tra sistema immunitario, sistema nervoso centrale e stress ([11]). Situazioni psicologicamente intollerabili per l’organismo si possono tradurre in malattia organica.

Specifici studi effettuati su animali di laboratorio sembrano confermare che l’alto livello di stress modifichi in qualche misura anche il sistema vegetativo, endocrino, immunitario e che in ultima analisi, influenzi il decorso di malattie organiche gravi.

La correlazione tra psiche e soma è meglio spiegabile quando il LOCUS OF CONTROL ([12]), quando questo è di tipo esterno, cioè l’individuo tende a darsi spiegazioni più irrazionali senza nessuna base conoscitiva, le conseguenze allo strass appaiono più gravi

Don Meichenbaum (1995) è giunto all’elaborazione di un programma (stress inoculation training) tenendo conto dell’aspetto cognitivo. Secondo questo autore, attraverso un addestramento all’immunizzazione dallo stress, l’individuo arriva ad affrontare meglio lo stress considerando tale terapia equivalente al classico vaccino. La prima fase di immunizzazione incomincia con l’apprendimento del senso dello stress e della sua natura cognitiva.

Si procede quindi ad affrontarlo in modo adeguato e alla modificazioni delle cognizioni errate. L’ultimo step è insegnare al soggetto ad applicare queste nuove conoscenze in situazioni reali.

Tra le procedure per la padronanza ed il controllo dello stress si procede con tecniche di rilassamento; queste modalità risultano essere molto efficaci a fronteggiare lo stress come pure il ricorso a strategie cognitive atte a ristrutturare i problemi e gestirli in maniera più adeguata.

Questa pratica comprende anche giochi di ruolo e modellamenti con il  terapeuta e anche esercitazioni in situazioni reali ([13]).



([1]) Folkman S. e Lazarus R.S., (1988), Ways of coping questionnaire. Permission set. Manual, test bookelet, scoring key, Palo Alto, CA, Mind Garden.

([2]) Mccubbin H.I., Thompson E.A., Thompson A.I. e Futrell J.A., (1999), The dynamic of resilient families, Thousan Oaks, Sage.

([3]) McCubbin H.I. e Patterson J.M., (1983), The family stress process. Tha double ABCX model of family adjustment and adaptation, “Marriage and Family Review", vol. 6, pp. 7-37.

([4]) McCubbin e Patterson hanno definito il loro modello ABCX, dove A indica l’evento stressante, B l’uso di risorse familiari, C la percezione dell’evento stressante ed X l’esperienza di stress.

([5]) Olson D.H., Stewart K., Multisystem Assessment of Stress and Healh,Model and Stress Profile (HSP), University Minnesota,1990

([6]) Farrè M., Lo stress, Il Mulino, Bologna,1999.

([7]) Earle R., Imrie D., Archbold R., Il quoziente di vitalità, Novara, De Agostini,1990.

([8]) v. Farrè M., 1999.

([9]) Seligman M.E.P., (1975), Helplessness, Freeman, San Francisco.

([10]) L’esperimento effettuato da Seligman era composto con tra gruppi di studenti. Il primo gruppo era esposto ad uno stressore (un ronzio), e dovevano farlo cessare premendo i pulsanti giusti su di un pannello posto di fronte a loro, ma nessun pulsante poteva far smettere tale ronzio poiché l’apparecchiatura era finta. Il secondo gruppo era anch’esso esposto al ronzio, ma la sua apparecchiatura era efficace e rispondeva ai comandi. Il terzo gruppo non era sottoposto ad alcun rumore. Nella seconda fase dell’esperimento tutti e tre i gruppi erano esposti al rumore e potevano manovrando una cassetta far cessare il rumore. I risultati dimostrarono che il secondo ed il terzo gruppo ben presto impararono ad usare la cassetta per far cessar il ronzio, mentre il primo gruppo non utilizzò la cassetta subendo tutto il fastidio per l’intera durata dell’esperimento.

[11] Mezzani M., Pacciolla A., Personalità e oncologia, Laurus Robuffo, Roma, 2002.

([12]) Il Locus Of Control è una aspettativa di tipo generalizzato del rinforzo. Questa può essere esterno o interno: quando un individuo ha un Locus of Control esterno tende a credere che le sue esperienze più significative, dipendano da fattori esterni alla sua volontà e al suo potere. Il Locus of Control interno, è invece legato alla convinzione dell’individuo nelle proprie capacità.

([13]) Pervin L. A., John O. P., La scienza della personalità, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1997.